La “bellezza inutile” delle città

Il Fatto QuotidianoÈ passato poco più di un mese dal nostro ultimo articolo “A che serve Cesare Brandi?” con il quale, tra l’altro, partendo dalla situazione particolare della città di Martina Franca, riflettevamo sul fenomeno sempre più frequente della turistificazione della città. Città non più pensate per essere casa delle comunità che le abitano ma strutture ricettive di quel turismo osannato come panacea di ogni male della nostra epoca turbocapitalista.

Oggi, 5 novembre 2018, sulle pagine de Il Fatto Quotidiano, il professor Tomaso Montanari torna sul tema in maniera condivisibile.

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Risposta a “A che serve Cesare Brandi?”

Oronzo Brunetti

Il prof. Oronzo Brunetti

Ha avuto una eco nazionale l’ultimo articolo pubblicato su questo blog dal titolo emblematico, tanto quanto allarmante, A che serve Cesare Brandi?. Un articolo che ha avuto il merito, se non altro, di rianimare il confronto dialettico sui temi delle trasformazioni urbane, la cui importanza e le cui ripercussioni in termini di vivibilità, salubrità, economia, sicurezza e sostenibilità vengono spesso ignorate da una classe politica ed imprenditoriale troppo concentrata a difendere interessi particolari o incapace di una visione consapevole.
Riceviamo e prontamente ripubblichiamo la lettera giunta in redazione a firma del prof. Oronzo Brunetti, professore associato di Storia dell’Architettura presso il Dipartimento di Ingegneria e Architettura dell’Università di Parma, studioso qualificato e autore del volume “Martina Franca nel Settecento. Strutture architettoniche e immagine urbana” (2012).

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A che serve Cesare Brandi?

L'edificio industriale di via Guglielmi

L’edificio industriale di via Guglielmi in luogo del quale saranno edificati anonimi edifici residenziali (fonte Google Earth)

A che serve Cesare Brandi?

C’è una città del sud Italia che in questi giorni assurge a simbolo e paradigma della condizione in cui versano l’architettura, l’urbanistica, il paesaggio dell’Italia di questi nostri sciagurati giorni.
Questa città è la città natale di chi scrive, è Martina Franca.

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PubliCITY – La città parlante

Domani, 08 luglio 2018, a partire dalle ore 19.00, presso Antilia Gallery (la galleria itinerante momentaneamente con sede nel centro storico di Gioia del Colle (BA) in via Filippo Pugliese 4) sarà inaugurata la mostra collettiva di fotografia PubliCITY – La città parlante.

La mostra, con contributi di CarlAlberto Amadori, Clemens Ascher, Patrick Clelland, Francesco Cucchiara, Antonio Maria Fantetti, Fondushka, Thomas Jordan, malapartecafé, Luca Marianaccio, Mario Münster, Derek Shapton, Sinziana Velicescu, Gianni Zanni sarà aperta fino al 18 agosto.

PubliCITY indaga lo spazio urbano come supporto fisico di materiale informativo e commerciale. Ovvero come le insegne, i manifesti, la pubblicità di persone o cose alterano il paesaggio di una città parlante.
Il rumore visivo come orizzonte inevitabile.
Il calore dei LED come placenta rassicurante.

 

“In realtà è un buon segnale: significa che siamo più avanti”

Un momento dell’abbattimento di Punta Perotti, 2 aprile 2006. Il palazzo si e’ piegato su se stesso in una nuvola di polvere. (©ANSA | LUCA TURI)

Ecomostro di Punta Perotti, a Bari, la telenovela continua. Di scena questa volta è la Corte europea dei Diritti umani di Strasburgo.
Le autorità italiane – dice la Cedu – non avrebbero dovuto confiscare i terreni dove venne edificato l’ecomostro demolito nel 2006. La sentenza è inappellabile. Secondo i giudici prima del sequestro vi sarebbe dovuta essere una condanna dei responsabili.

Pubblichiamo un interessante articolo apparso su Il Fatto Quotidiano venerdì 29 giugno 2018.

Tomaso Montanari “Veniamo sanzionati perché le nostre norme sono migliori di quelle degli altri Paesi”

Se c’è una cosa che insegna la sentenza della Corte europea dei diritti umani su Punta Perotti – soprattutto riguardando le foto dell’ecomostro che si stagliava sul lungo mare di Bari – è che forse, almeno per una volta, l’Italia è più avanti rispetto all’Europa. E che anzi proprio Roma, con la sua storia di bellezza e attentati alla bellezza, potrebbe diventare un modello per Strasburgo: potrebbe insegnare come si fa davvero la tutela del paesaggio. Ne è convinto lo storico dell’arte Tomaso Montanari: “Questo credo che sia uno di quei casi in cui la Corte europea non ci ha fatto un buon servizio”.

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