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Risposta a “A che serve Cesare Brandi?”

Oronzo Brunetti

Il prof. Oronzo Brunetti

Ha avuto una eco nazionale l’ultimo articolo pubblicato su questo blog dal titolo emblematico, tanto quanto allarmante, A che serve Cesare Brandi?. Un articolo che ha avuto il merito, se non altro, di rianimare il confronto dialettico sui temi delle trasformazioni urbane, la cui importanza e le cui ripercussioni in termini di vivibilità, salubrità, economia, sicurezza e sostenibilità vengono spesso ignorate da una classe politica ed imprenditoriale troppo concentrata a difendere interessi particolari o incapace di una visione consapevole.
Riceviamo e prontamente ripubblichiamo la lettera giunta in redazione a firma del prof. Oronzo Brunetti, professore associato di Storia dell’Architettura presso il Dipartimento di Ingegneria e Architettura dell’Università di Parma, studioso qualificato e autore del volume “Martina Franca nel Settecento. Strutture architettoniche e immagine urbana” (2012).

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A che serve Cesare Brandi?

L'edificio industriale di via Guglielmi

L’edificio industriale di via Guglielmi in luogo del quale saranno edificati anonimi edifici residenziali (fonte Google Earth)

A che serve Cesare Brandi?

C’è una città del sud Italia che in questi giorni assurge a simbolo e paradigma della condizione in cui versano l’architettura, l’urbanistica, il paesaggio dell’Italia di questi nostri sciagurati giorni.
Questa città è la città natale di chi scrive, è Martina Franca.

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Oltre il borgo Murattiano. Tutela del Moderno e trasformazione della città.

Venerdì 11 maggio 2018, presso il Museo civico di Bari, alle ore 18.30, si terrà un incontro pubblico dal titolo Oltre il borgo Murattiano. Tutela del Moderno e trasformazione della città

Mauro Galantino (architetto e professore presso l’Università IUAV di Venezia) e Luigi La Rocca (Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Bari) ne discutono con l’autore del libro Goodbye Murat. Modera Nino Greco (Presidente dell’Archeoclub di Bari)

Ciò che la storia del Novecento barese esprime, compresa la fase di transizione ottocentesca umbertina, è un duplice disagio, verso la maglia fondativa e al tempo stesso verso un’ideale rifondazione del borgo effettuata dall’architettura moderna”

[dalla prefazione di Mauro Galantino a Goodbye Murat]
 

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 19_10_2014

Pumpenhaus, Bochum |

Pumpenhaus, Bochum

Salvate le fabbriche dalle ruspe e dalle pizzerie _ Una legge per l’archeologia industriale

Salvate le fabbriche. Non tutte, certo, ma quelle che hanno qualcosa da raccontare del loro passato. La qualità architettonica è irrilevante, sebbene non sia affatto difficile trovarla in quei luoghi dove si è combattuto il duello per l’affermazione del nuovo, della ricerca, del lavoro e del sapere. Un corpo a corpo tra passato e futuro che ha lasciato tracce dell’emancipazione sociale. Come non pensare alle tabacchine? Le giovani operaie che all’inizio del Novecento scendevano dai treni in piazza Roma e a piedi attraversavano l’alba della città per entrare nella Manifattura dei Tabacchi, in fondo al quartiere Libertà, prima ancora che vi costruissero la chiesa del Redentore e l’istituto del Salesiani. Le tabacchine, pagate la metà degli uomini, erano l’ultimo gradino del lavoro salariato. Basterebbe questa pagina della storia sociale barese a consigliare riguardo verso la grande fabbrica dismessa da decenni. E infatti la Manifattura dei Tabacchi è tra i pochi esempi cui si fa accenno nella relazione che accompagna una nuovo, recentissimo Disegno di legge regionale intitolato “Valorizzazione del patrimonio di archeologia industriale”.

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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 13_11_2013

auditoriumSplende un cielo ospedaliero sopra la musica _ Offesa all’Auditorium di Barletti

Il controsoffitto è quello più economico che si trovi in commercio. Pannelli quadrati di cartongesso. Bianco, bianchissimo. Orribile. Eppure è questo il cielo che si ritroveranno sulla testa gli spettatori dell’Auditorium Nino Rota, quando finalmente la sala musicale riaprirà le porte alla città – fra due mesi oppure tre – a conclusione dei lunghi lavori di ristrutturazione.

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