Passeggiata tra i vicoli: la “strana professione” di fare e disfare le città

Gibellina Nuova, Chiesa Madre di Ludovico Quaroni, (foto Felipe Garcia by Flickr)

Pubblichiamo di seguito un interessante ed assolutamente condivisibile articolo di Furio Colombo apparso su “Il Fatto Quotidiano” ieri 18 marzo 2019 sulle altrettanto condivisibili riflessioni del grande maestro dell’architettura e dell’urbanistica italiana Ludovico Quaroni.

Tutto serve, tutto crea la città, anche le cose più umili: la luce dei lampioni, l’uniforme dei vigili, forse il modo con cui è buttata in terra una buccia d’arancia. La città è un’architettura continua e totale che non è solo quella delle chiese e dei palazzi

Ludovico Quaroni è stato un grande architetto, per la mia generazione, che lo ha sempre sentito come leader in questa strana professione (definizione di Bruno Zevi) di fare e disfare la città.

Ora una sua riflessione, (“I volti della città”) bella come un poema in prosa, ampia e profonda come se avesse mille pagine (ne ha 61), è stata pubblicata (ripubblicata) dalle Edizioni di Comunità.

Quaroni ha avuto molti momenti felici nel suo mestiere di progettare e di costruire. Ma questo libretto è il suo momento felice dello scrivere. Sgorga da una ispirazione che lo guida mentre attraversa una città. L’architetto guarda, vede, ricorda, scompone, usa i pezzi di un buon linguaggio letterario, dell’architettura, della memoria, dei sentimenti che a momenti sono nostalgia, a momenti ricordo o flash back di discorsi e di opere fatte, di insegnamento e di conversazione. Dice, per esempio: “Possiamo ‘vedere’ la città; uno per uno, adagio adagio, nel passeggiare quotidiano per strade qualsiasi, scopriremo i monumenti. C’è una strada più simpatica delle altre che mi invita, oggi, e mi attira nel rione antico: è la sua curva delicata che mi piace, e mi piace l’altezza, la dignitosa umiltà delle case, la zona d’ombra e di sole sul selciato, che compensa la stagione, il silenzio particolare o la particolare vita; o è solo una inconscia attrazione della macchia chiara del cielo fra i tetti, e l’accostamento del colore azzurro con quello degli intonaci invecchiati”.

Sentite? Una voce segnata da buone letture incrocia una evocazione di Pascoli con un incedere lieto e nitido alla Palazzeschi. Però non voglio celebrare il letterato, benchè il testo sia francamente bello. Voglio ritrovare l’architetto che è stato così importante per l’Italia della mia epoca, e sentirmi, come un tempo, in buona compagnia.

Non vorrei che il momento di attenzione dovuta alla scrittura coprisse le pagine importanti di riflessioni di un architetto che sa in ogni momento, di costruire una casa e di costruire la città.

La città di Quaroni è una parte organica (nel senso della vita) del mondo che comunica, respira, ricorda, risponde. E sa come gratificare l’attenzione raccontandoti cose che chi non frequenta la città non saprebbe, non vedrebbe mai. Come quel ritaglio di cielo chiaro o lo sprazzo di sole fra le case del vicolo.

 

Furio Colombo

Pubblicato il 19|03|2019, in Contributi con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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