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Passeggiata tra i vicoli: la “strana professione” di fare e disfare le città

Gibellina Nuova, Chiesa Madre di Ludovico Quaroni, (foto Felipe Garcia by Flickr)

Pubblichiamo di seguito un interessante ed assolutamente condivisibile articolo di Furio Colombo apparso su “Il Fatto Quotidiano” ieri 18 marzo 2019 sulle altrettanto condivisibili riflessioni del grande maestro dell’architettura e dell’urbanistica italiana Ludovico Quaroni.

Tutto serve, tutto crea la città, anche le cose più umili: la luce dei lampioni, l’uniforme dei vigili, forse il modo con cui è buttata in terra una buccia d’arancia. La città è un’architettura continua e totale che non è solo quella delle chiese e dei palazzi
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Le periferie che cambiano la politica

Roma,Italia, Tor bella monaca (©Lapresse)

Roma, Italia, Tor bella monaca (©Lapresse)

 Le periferie che cambiano la politica

Proprio in questi giorni, a Bari, è in corso un braccio di ferro tra un gruppo di cittadini, riuniti in un comitato, e l’amministrazione comunale circa il progetto, esito di un concorso internazionale di anni fa, riguardante una delle strade più famose della città, via Sparano. Al di là dell’abominevole slogan utilizzato dall’amministrazione – “il restyling di via Sparano” – e quindi dai mezzi di comunicazione, l’idea politica alla base è sempre la stessa: tirare a lucido le zone più accessibili dai turisti e dai ceti abbienti (in questo caso addirittura una sola strada) e lasciare nell’oblio i quartieri meno centrali. Che l’idea sia pessima non ce lo dice solo il celebre Renzo Piano con il recente team di architetti da lui guidati impegnati a “ricucire” le periferie. Anche Richard Rogers aveva acutamente descritto in un libro fondamentale la deriva delle città rese sempre più regni del consumismo, contraddittorie, settoriali, ghetti da un lato, salotti dall’altro.

Questo votarsi al turismo come principale parametro per calibrare le politiche urbanistiche e sociali corrisponde al suicidio delle città e per alcune lo è già stato. Economia, impianto urbanistico, politiche abitative, infrastrutture dedicate ai flussi turistici rendono posticci i luoghi che dovrebbero essere la casa della civiltà e li fanno collassare quando il turismo diminuisce o si azzera. Le città più belle sono quelle dove ogni cittadino ha gli stessi diritti, gli stessi servizi, gli stessi luoghi – per abitare, per lavorare, per svagarsi – a disposizione. Se una città funziona per un cittadino, anche il turista avrà di che visitare, ammirare, usufruire.

E’ per questo che l’articolo di Carlo Ossola, pubblicato oggi su Il Fatto Quotidiano ci è parso ricalcare in maniera condivisibile i punti cardine dell’urbanistica attuale. Quelli su cui ancora si può lavorare con propositività e determinazione ottenendo efficaci risultati. Se solo si volesse.

Di seguito ne riproponiamo alcuni passi.

“La civiltà moderna tira a uguagliare, ha scritto Leopardi nello Zibaldone: e ad uguagliare non già rendendo pari i diritti ma spegnendoli: “L’incivilimento ha mitigato la tirannide de’ bassi tempi, ma l’ha resa eterna (…). Spegnendo le commozioni e le turbolenze civili, in luogo di frenarle com’era scopo degli antichi (Montesquieu ripete sempre che le divisioni sono necessarie alla conservazione delle repubbliche, (…) e che per regola generale, dove tutto è tranquillo non c’è libertà), non ha assicurato l’ordine ma la perpetuità, tranquillità e immutabilità del disordine, e la nullità della vita umana» (10 luglio 1820).

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Meno terreni agricoli e più favori ai palazzinari

Meno terreni agricoli e più favori ai palazzinari _ Della Sala
Mentre in altri lidi si pongono strette condizioni alle nuove costruzioni e limiti irrevocabili al consumo di suolo (addirittura con l’obiettivo consumo-zero entro un certo anno), in Italia si continua a far finta di occuparsi del problema, perdendo tempo e risorse preziosi.

E dire che, lì dove i governi europei si sono dati delle norme rigide e coraggiose, non si è registrata la stessa crisi del settore edilizio come quella da cui il nostro paese non riesce ad uscire. Continuiamo a parlare di incentivi, di sostenibilità, di rigenerazione urbana senza però prendere decisioni che rompano definitivamente con le cattive pratiche italiane, con le “mani sulla città”, con i poteri collusi con gli interessi dei costruttori. Peccato, perché sarebbe possibile – e come! – una strategia con alla base la tutela e la valorizzazione dei terreni ancora non consumati (nel 2015 la media nazionale di suolo consumato è stata di 1.753.922 ettari, pari a circa l’11% del territorio – fonte ISPRA), il recupero e la rigenerazione del patrimonio edificato esistente, nell’ottica di creare maggiori opportunità lavorative senza causare ulteriore distruzione ambientale e possibili catastrofi naturali (alluvioni,frane, ecc).

L’ultima, brutta notizia è quella che vede protagonista il ddl sul consumo di suolo ieri per l’ultimo giorno in discussione alla Camera, dove è arrivato ancora più debole rispetto alla sua originaria formulazione. Virginia Della Sala, sul Fatto Quotidiano di ieri esamina i passaggi principali (forse non i peggiori) del ddl, in un articolo che alleghiamo.

Questo è il tipico caso in cui non vale il “meglio che niente”: fare una legge non nel migliore dei modi possibili è molto peggio che non fare nulla per poterne discutere ancora.

ROBERTA SIGNORILE

 

Il “bene” della collettività.

Henri Matisse, La danza, 1910

Henri Matisse, La danza, 1910

La crisi che ormai da qualche anno attanaglia l’Italia e l’intera economia globale ci ha detto che una certa stagione del capitalismo, quello utopico-individualistico, fatto della cancellazione delle regole in nome di una sedicente economia liberista, è giunta ormai al capolinea, ha esaurito la sua capacità generativa ed innovativa. Per anni ci hanno fatto credere che il “mercato”, con la sua capacità autoregolativa, avrebbe risolto ogni problema della vita urbana. La storia contemporanea ci ha dimostrato l’infondatezza di questa idea, i meccanismi autoregolativi del mercato sono imperfetti, non esiste la possibilità di internalizzare completamente le esternalità ambientali (si pensi alle tragiche esternalità prodotte dalla produzione dell’acciaio all’Ilva di Taranto, solo per fare un esempio attuale noto a tutti), dunque, il capitalismo deve necessariamente evolvere in una forma diversa dall’attuale; è evidente la necessità di un ritorno all’economia dell’etica e della reciprocità. continua a leggere

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