Smania di modernizzazione: via il quartiere popolare

L’articolo su Il Fatto Quotidiano ieri in edicola

Pubblichiamo di seguito un interessante ed assolutamente condivisibile contributo apparso su “Il Fatto Quotidiano” ieri 02 dicembre 2019 che, partendo da un avvenimento particolare, approda ad una riflessione di carattere generale in tema di patrimonio culturale e sua tutela.

Quando si parla di “patrimonio culturale”non si deve pensare solo alle cattedrali medioevali, ai palazzi del Rinascimento, ai grandi musei, ai capolavori di Caravaggio: il patrimonio è quel tessuto continuo composto da natura, storia, arte che dà senso al nostro stare insieme.

È una sorta di memoria collettiva: e per ogni cellula che ne perdiamo, siamo un po’ meno liberi dalla dittatura di questo presente assoluto e insieme fugace. Per questo è così importante non lasciarsi andare ad una smania di “modernizzazione”(la parola magica che tanti lutti addusse agli inglesi e poi a tutti gli europei con l’avvento della sinistra-di-destra di Tony Blair) che distrugga le memorie di un passato recente, e magari assai poco telegenico: l’architettura rurale che punteggia le nostre campagne, le infrastrutture della viabilità (si pensi alla dignità modesta e onorevole delle rosse case dell ’Anas), i quartieri operai del primo Novecento. Anche queste testimonianze della nostra comune civiltà vanno salvate, perché testimoniando la gioia e la fatica di ogni giorno, rendono visibile (e condivisibile) la nostra comune umanità. Eppure, non è un messaggio così facile da far passare, in tempi di consumismo, sviluppismo, rottamazione: specie nelle regioni ricche, così decise a cancellare ogni traccia della propria passata povertà (e con essa, spesso, della propria virtù).

È il caso della pingue Emilia Romagna, così conscia del proprio benessere da esser saltata subito sul carro, a trazione leghista, dell’autonomia differenziata, la “secessione dei ricchi”. Qua, dopo il terremoto del 2012, si finirono senza pietà le umili architetture ferite: o attraverso l’abbandono (quanti casali rurali, semidistrutti e abbandonati,si scorgono attraversando la pianura padana…) o con un uso disinvolto della dinamite, che fece brillare municipi e campanili (cosa di più simbolico, nella terra di Peppone e Don Camillo?) colpevoli di aver solo uno o due secoli di vita, e di non essere attrazioni turistiche, ma solo monumenti civici. È questo il contesto della piccola (ma quanto rivelatrice) battaglia che si sta consumando in queste ore a Castelfranco Emilia, alle porte della città metropolitana di Bologna. Qui un’amministrazione di centrosinistra sta per demolire un intero isolato del proprio centro storico, in violazione di qualunque principio. La colpa di quelle case? Essere povere: un quartiere operaio tenacemente voluto dalla giunta socialista (quella sì) nel 1909. A progettarle l’ingegnere Augusto Barigazzi, protagonista nella ideazione della precoce edilizia sociale pubblica non solo in ambito bolognese, che sarà poi il principale artefice della prima produzione dell’Istituto per le case popolari di Bologna. Insomma: case che nella loro pulita, povera, razionalistica funzionalità stanno di diritto in ogni storia dell’architettura del Novecento. O del design, per essere più glamour. Un bellibro di Maria D’Amuri (La casa per tutti nell’Italia giolittiana. Provvedimenti e iniziative per la municipalizzazione dell’edilizia popolare, Ledizioni 2013) ricostruisce il contesto politico e sociale di quell’iniziativa insieme sociale e architettonica. Nell’autunno del 1905, l’assessore Oreste Maccaferri presentò il progetto alla cittadinanza: esclusa “subito qualunque benché minima idea di ornamentazione e di grandiosità, inutile e assolutamente impossibile”, si sarebbe trattato di case “sane, comode, bene orientate, provviste di acqua potabile, di fognatura”, dotate “a piano terra di una cucina con relativo acquaio, e di una legnaia ad uso anche di cantina, con ripostiglio per il cesso, e al primo piano di una o due o tre camere da letto”. Sebbene qualche cittadino protestasse per “la mancanza di porcili annessi alle case operaie”, il progetto andò avanti e il comune accese un mutuo di centomilalire, e di 35 anni, con la Cassa di Risparmio di Verona. Di fronte alle complicazioni burocratiche insorte,l’amministrazione comunale difese quelle case con una determinazione pari a quella con cui, i suoi attuali successori, le vogliono invece in parte distruggere. Nel 2015 la consigliera comunale 5 Stelle Giulia Gibertoni presentò un’interrogazione sul piano di recupero delle case operaie, che “prevedeva un primo stralcio, finanziato dalla Regione con 554 mila euro, relativo al recupero di due delle quattro stecche di abitazioni”.Ma “a oltre dieci anni dall ’aggiudicazione del bando, solo una delle quattro stecche è stata recuperata, peraltro parzialmente, una delle imprese aggiudicatarie, la Coop IGEA di Castelfranco, è fallita, il cantiere è stato da tempo smantellato, le rimanenti abitazioni sono in rovina, così come le corti interne, e la costruzione della sede comunale (magazzino) non è mai iniziata”.

La conclusione di questa ordinaria storia di incuria è l’attuale decisione di demolire. Oggi Italia Nostra denuncia il caso, dimostrando che le (incredibili) autorizzazioni dei Beni Culturali alla demolizione sono viziate da errori di fatto,e dunque chiedendo di fermare le ruspe. E c’è davvero da sperare che il Mibact accolga questa richiesta, e che dunque il centro storico di Castelfranco rimanga intatto: mai come oggi abbiamo bisogno che quelle case continuino a raccontare la loro storia di umanità, di solidarietà, di concretissima utopia socialista. Perché l’Emilia (già) rossa per la cui possibile caduta siamo in ansia, ha già perduto da tempo la propria anima: che quelle pietre custodiscono, e potrebbero restituirci.

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