Mauro Galantino. Un architetto contro le mode

Mauro Galantino

Ieri ci ha lasciato Mauro Galantino, raro esempio di maestro del contemporaneo in Italia.
Noi della redazione di <Occhi sulla cultura> lo vogliamo ricordare con le parole del suo amico e critico d’architettura Nicola Signorile, apparse oggi su la Repubblica.


Addio a Mauro Galantino, architetto dell’impegno morale e antifascista: nemico delle mode ha rincorso la forma necessaria
di Nicola Signorile
(pubblicato oggi 12 maggio 2022 su la Repubblica)

< La maniera di affrontare il progetto è una “questione morale” prima che un problema tecnico, e la moralità, nel nostro mestiere, resta ben ancorata alla costruzione della forma >. Hanno il tono del testamento spirituale, queste parole che Mauro Galantino scrive – vent’anni fa – nella relazione per il progetto della nuova sede della facoltà di architettura a Parigi Belleville. O almeno risuonano così, austere e definitive, adesso che l’architetto non c’è più, ucciso l’altra notte da un tumore meno che settantenne. Ha vissuto mezzo secolo rincorrendo sempre la forma reclamata da uno spazio specifico. Non una forma, ma “quella” forma necessaria.

Mauro Galantino nasce a Bari nel 1953. Dopo il liceo classico e un giovanile impegno politico (militante nel Comitato Antifascista Antimperialista) va a Firenze e si laurea nel 1979. Si forma nella cultura utopica degli anni Settanta, nell’atmosfera effervescente di Superstudio impregnata di megastrutture, ed è perciò inevitabile il ribellarsi contro le convenzioni accademiche: declinare al presente una scuola, una casa o una chiesa < è un atto – dice Galantino – di totale libertà culturale. Dove per libertà intendiamo quel luogo in cui le cose si formano per esistere realmente. Il luogo del possibile >. Ma al massimo grado di libertà corrisponde il massimo grado di ordine: è in questo paradosso il carattere dialettico della sua architettura. Dopo Firenze, Parigi: prima al politecnico UP8 dove collabora con il grande Henri Cirani e poi nello studio francese di Renzo Piano. < Per mesi ho disegnato plafoni per un edificio di cui non sapevo nulla >, racconta senza eroismi. E allora torna in Italia, a Milano da Vittorio Gregotti, di cui diviene associato, fino al 1986. Poi apre uno studio proprio, senza smettere mai di insegnare: a Parigi, a Strasburgo, a Losanna e infine allo Iuav di Venezia.

Un agriturismo a Mattinata e il recupero di un edificio settecentesco, nello stesso paese sul Gargano: non ha realizzato molto in Puglia, Galantino, anche se i tentativi non sono mancati: nel 2007 partecipa senza successo al concorso per il nuovo padiglione della Fiera del Levante. Prende parte pure all’inutile concorso per il Centro del cinema digitale, sui ruderi del macello comunale di Mola. Galantino sa come ragionano le giurie: lui stesso ne ha presieduta una proprio a Bari, quella del concorso internazionale per via Sparano. Molti pure ne vince, di concorsi: per esempio, la gara per il terminal di Venezia al Tronchetto, dove ha progettato uno spazio pubblico che è grande tre volte piazza San Marco. Infine, quella per la trasformazione della Manifattura dei Tabacchi di Bari, insieme a Gianni Vincenti: un risarcimento tardivo della città per un barese che costruisce in tutto il mondo, da Milano a Parigi, da Beirut a Shanghai dove è attualmente in cantiere il fronte canale residenziale di Pujiang, per 450 alloggi.

E lo fa con una coerenza che lo distingue dalle truppe omologate dell’architettura globale e à la page. < Egli gode dei privilegi, e insieme deve affrontare tutte le difficoltà, di chi non segue le mode >, afferma Gregotti in una monografia apparsa nel 2009 da Electa, a cura di Silvia Milesi. Nel volume – illustrato con le fotografie del fedele Alberto Muciaccia – scrive anche Kenneth Frampton, per sottolineare la capacità di Galantino di muoversi sul terreno fragilissimo della onestà del nuovo che si installa nel contesto. I suoi progetti nascono da un rispetto autentico, ma critico per le preesistenze del sito.

Quando deve affrontare la progettazione di una casa sul lago d’Orta – una delle cose sue più famose – Galantino si trova di fronte meno che un rudere e uno scellerato comandamento della soprintendenza: ricostruire “com’era, dov’era”. Il massimo grado di libertà lo spinge a ribellarsi nell’uso dei materiali d’obbligo, invertendone il senso: ferro al posto del legno, intonaco anziché pietra, legno invece che cemento. Nella chiesa di Sant’Ireneo a Cesano Boscone, vicino Milano, ha addirittura introdotto – secondo Frampton – elementi di una spiritualità pagana. Ma questo approccio critico alla materia del costruire costa fatica e spesso i progetti sono travagliati, lievitano in anni, attraverso molteplici versioni e approssimazioni alle richieste dei committenti e dei burocrati. È accaduto anche a Mattinata, dove ci sono voluti più di cinque anni per portare a compimento quell’agriturismo che nel suo abbacinante biancore di nitido intonaco è un inno meridionale e postumo alla lezione d’avanguardia dei razionalisti italiani.

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