PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 09_04_2014

Chiesa Maria Maddalena 01

La Maddalena mette le ali al secolo senza volto _ Mangini restaura il suo Moderno

Non sono molti, ma nemmeno pochi: a 47 edifici costruiti negli ultimi 70 anni è affidata l’immagine architettonica della città. Con l’elenco compilato dalla Ripartizione Urbanistica del Comune di Bari e inserito nella recente maxi-delibera di adeguamento del Piano regolatore al Putt/p si applica una specie di vincolo a edifici ritenuti testimonianze importanti. Non è ammesso che vengano demoliti né stravolti con ristrutturazioni arbitrarie né deturpati nelle facciate da antenne, condizionatori, tubazioni e verande. Insomma, l’elenco comunale – previsto e richiesto dalla legge regionale 14 del 2008 – mira a tutelare quel che il Codice dei Beni culturali non può difendere perché troppo recente. Affidiamo allora a questa norma la speranza che il Novecento non sia condannato ad essere il secolo senza volto, l’unico periodo della storia della città privo di una memoria spaziale e materiale.

Non si tratta di una novità sconvolgente: molti Comuni italiani già lo fanno. La città di Udine nel 2003 approva la prima delibera sul contemporaneo e mette sotto stretta sorveglianza ben 488 edifici. Dunque, le 47 opere d’architettura baresi sono ben poca cosa: ma la lista si potrà rimpinguare in futuro, soprattutto se la norma servirà a fare delle manutenzioni una occasione di restauro.

E qui il discorso si fa meno vago se facciamo qualche esempio. Nell’elenco compare l’edificio dell’ex Istituto d’arte Pascali. Potremmo discutere del fatto che nella scheda la sua progettazione venga burocraticamente datata al 1948 e attribuita all’ingegner De Paolis, ignorando il fatto che il progetto è dell’architetto Carlo Maria Favia e risale al 1934, ma è più urgente notare il fatto che mentre negli uffici comunali si preparava l’elenco, l’ufficio tecnico dell’amministrazione provinciale avviava i lavori di demolizione dei mattoni di rivestimento della facciata del Pascali.

Viceversa, in questi giorni è in corso un restauro del Moderno, ma l’edificio non è compreso tra i «magnifici 47»: parliamo della chiesa parrocchiale di S. Maria Maddalena in via Grimoaldo degli Alfaraniti. Per fortuna il parroco ha pensato bene di rivolgersi proprio all’architetto Onofrio Mangini che quella chiesa aveva progettato tra il 1962 e il 1968. La costruzione risale invece al 1970: una fotografia del cantiere appare sulla Gazzetta del 25 agosto sotto il titolo: «Vele in cemento per una chiesa». Le vele sono i quattro grandi setti di cemento armato che si aprono su quattro «spicchi» concavi di asse parabolico: al tempo stesso involucro e struttura della sala liturgica. In pianta, la chiesa ha la forma di una croce latina: uno dei bracci si allunga verso via Giulio Petroni e contiene la sacrestia e gli uffici parrocchiali. La pianta della sala è un poligono che si riduce ad un quadrato quando l’edificio raggiunge l’altezza massima di 26 metri. La «soluzione architettonica tra le più originali», come annotava la Gazzetta, ha diviso tra favorevoli e contrari cittadini, fedeli e anche la platea dei tecnici locali. E forse la controversa accoglienza popolare delle vele di cemento ha frenato anche la mano dei selezionatori comunali e li ha indotti a tener fuori dell’elenco del Moderno barese la Maddalena, questo coraggioso esempio di confronto con la cultura architettonica internazionale. Come non riconoscere qui il dialogo di Mangini con Oscar Niemeyer e Lucio Costa a Brasilia e Kenzo Tange a Tokyo?

La Maddalena è costruita interamente in cemento a vista e la corrosione dell’armatura, il distacco dei copriferro, quarant’anni dopo richiedono un intervento di restauro, al quale in questi giorni Mangini è impegnato con l’ingegner Alfonso Chiaia che già collaborò al progetto firmato pure dagli ingegneri Angelo Baldassarre e Antonio La Tegola.

«Per noi il cemento armato allora era la materia dell’impossibile – dice oggi Mangini – eravamo entusiasmati dalla possibilità di realizzare forme e dimensioni inedite, fare finalmente ciò che il mattone ci impediva anche solo di immaginare. Ma soprattutto il cemento armato ci appariva indistruttibile e ci eravamo convinti che sarebbe stato pressoché eterno».

Mezzo secolo dopo la Modernità del cemento armato reclama le stesse attenzioni di un edificio gotico. E il restauro, in questo caso come in quello, non è solo una scelta tecnica, ma soprattutto un atto culturale: è il riconoscimento collettivo dell’opera in quanto documento della sua contemporaneità.

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato ieri su La Gazzetta del Mezzogiorno)

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