PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 12_08_2015

La città del futuro ritrova l’asse con Taranto ma rinnega i poli _ Una modesta proposta: giù il Margherita.

«Giù teatro Margherita e mercato del pesce! Vogliamo rivedere il mare!». Una «modesta proposta», direbbe Yanis Varoufakis parafrasando il titolo del paradossale pamphlet di Jonathan Swift, è quella di un lettore, David Roberto Consiglio, che ci scrive: «Bari, città di mare, è priva di una grande piazza sul mare. Fatta questa constatazione, lancio una provocazione: abbattiamo l’ex mercato del pesce di piazza del Ferrarese e il teatro Margherita e regaliamo alla città una vera e grande piazza affacciata direttamente sul mare. In questo modo, oltre a cambiare radicalmente una delle zone più belle di Bari, anche la saracinesca sul mare rappresentata dal Margherita verrebbe meno, regalando, finalmente, il mare ai baresi e ai suoi visitatori».

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 29_04_2015

una villa di Parco Adria

Due città controcase popolarie ville nel verde _ Periferie da Torre Tresca a Parco Adria

Le due città faccia a faccia. Due anni durò l’occupazione degli alloggi vuoti dello Iacp al Cep-San Paolo da parte dei disperati fuggiti dal Lager di Torre Tresca. Due anni segnati da sgomberi di polizia riusciti solo in parte e manifestazioni per le strade. Decisiva è il 19 giugno 1967 l’invasione del Comune, durante il Consiglio in cui si discute, appunto, di loro.    continua a leggere

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 11_03_2015

Coraggio moderno nel Murattiano senza qualità _ Il restauro «spontaneo» di Palazzo Miceli

È molto di più di una coincidenza se il Palazzo Miceli in via Roberto da Bari viene restaurato proprio quando quella strada inizia ad essere pedonalizzata. È un segno della metamorfosi che sta subendo il quartiere murattiano, finalmente abbandonando la «retorica del Murattiano» per affrontare una analisi critica dell’edilizia che nel dopoguerra ha cancellato gran parte del borgo fondato da Giuseppe Gimma. Un fenomeno urbanistico di dimensioni gigantesche, che in realtà aveva la sua origine nelle numerose sostituzioni e sopraelevazioni avviate già negli anni Venti e Trenta e oggi – ecco la retorica – paradossalmente assimilate nel comune sentire all’autentico Murattiano: valgano per tutti gli esempi di palazzo Mincuzzi o del complesso che racchiude la chiesa di San Ferdinando. Un fenomeno, quello degli anni Sessanta e Settanta, che è stato caratterizzato da una gran massa di ignobile edilizia speculativa, ma in cui pure sono emerse occasioni di eccellente architettura, per mano di maestri come Vito Sangirardi, Dino Pezzuto, Tonino Cirielli e la coppia Chiaia&Napolitano.

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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 05_11_2014

fucine meridionali
Alle Fucine Breda dove il progresso prendeva forma _ La fabbrica firmata Chiaia & Napolitano

 

Un centinaio di operai rischia il posto di lavoro. Non perché la fabbrica sia in crisi, ma perché è in buona, anzi ottima salute. È il paradosso dell’economia globale: in questa settimana sapremo se sono fondati i timori dei sindacati e dei lavoratori sulla sorte della Bfm, la Bari Fonderie Meridionali. Sapremo cioè se i soci della Dt, l’azienda ceca proprietaria dello stabilimento barese, vorranno chiudere baracca e burattini per favorire altri impianti e liquidare così una concorrenza interna.

L’emergenza sociale riaccende l’interesse su questa fabbrica, considerata un pilastro del sistema produttivo metropolitano, ma anche un tipico esempio di come l’architettura sia espressione formale della propria funzione e come sia impegnata delle vicende umane che la attraversano.

Nato nel 1961 con il vasto programma di ricostruzione dell’area barese per impulso delle partecipazioni statali, lo stabilimento esibisce dapprima l’insegna delle Fucine Meridionali, gruppo Breda (primo nucleo della Efim). Con la privatizzazione delle industrie pubbliche, nel 2002 finisce nelle mani del gruppo Lucchini: ha preso il nome di Bari Fonderie Meridionali, senza modificare la sigla Bfm. La terza fase è il passaggio, nel 2012, ai cechi della Dt, all’oscuro del fatto che Lucchini ha inquinato il sottoisuolo della fabbrica, rimpinzandolo di rifiuti ferrosi e speciali.

La progettazione dello stabilimento delle Fucine meridionali porta la firma di Vittorio Chiaia e Massimo Napolitano, degli architetti più moderni della modernità barese, i campioni della prefabbricazione, gli alfieri delle strutture d’acciaio e del courtain-wall, cioè la facciata continua vetrata.

Per Chiaia e Napolitano non ci sono architetture di serie A e di serie B. Mettono la stessa cura nel progettare una fabbrica o un villa o un palazzo d’uffici. Lo stabilimento delle Fucine Meridionali è progettato fra il 1961 e il 1962. Cioè negli stessi mesi in cui vengono concepite le ville a schiera di viale Falcone e Borsellino, il palazzo Borea all’angolo tra corso Vittorio Emanuele e via Sparano e la sede del Monte dei Paschi di Siena in via Nicolò dell’Arca. E negli stessi mesi in cui prende forma il progetto di un altro stabilimento industriale, la Pignone Sud. In comune le due fabbriche hanno il committente, la Breda in joint venture con l’Eni. A conferma dell’importanza che le aziende di Stato riservavano alla qualità della progettazione degli spazi di lavoro: era quella, dopotutto l’epoca dominata dalla cultura d’impresa di Adriano Olivetti.

L’intero stabilimento delle Fucine Meridionali è organizzato, su richiesta dello stesso committente, secondo lo schema della prefabbricazione con pannelli modulari. Particolare attenzione Chiaia e Napolitano riservano alla palazzina d’uffici: la struttura di pilastri e travi di cemento armato ingabbia dall’esterno i volumi; la composizione dei prospetti è scandita dall’alternanza di vuoti e pieni secondo la rigida modularità dei montanti interrotta dalla larga pensilina d’ingresso, fortemente aggettante, una citazione del neoplasticismo. Tratti inconfondibili dell’International Style.

Infissi in acciaio e alluminio e ampie specchiature trasparenti, tompagnature realizzate con pannelli sandwich rivestiti all’esterno in lamiera Skinplate e all’interno in lamiera zincata rivestita in Resinflex. Pavimenti in gomma della Pirelli. Dunque materiali innovativi, ad alta tecnologia che Chiaia e Napolitano introducono sulla scena barese con la febbre degli sperimentatori, fiduciosi di un progresso di cui fanno parte gli operai che negli anni Sessanta vengono reclutati  in quella che ancora oggi con i suoi 130mila metriquadri di superficie (44mila coperti) è la più grande fonderia dell’Italia meridionale.

Sono questi i caratteri di qualità dell’architettura industriale di Chiaia e Napolitano che hanno indotto il Comune di Bari ad iscrivere questa tra le opere moderne e contemporanee meritevoli di una speciale tutela, come previsto dalla legge regionale n. 14 del 2008. Una delle 47 architetture da salvare, anzi la prima dell’elenco. Peccato che il Comune abbia voluto inserire questa lista nella variante di adeguamento del Piano regolatore generale al Putt/P, il Piano urbanistico del paesaggio. Una «forzatura», secondo la Regione Puglia che ha approvato una settimana fa la delibera, depurata dalle aggiunte. Ma non si tratta di una bocciatura delle scelte effettuate. Bisognerà adottare una variante a sé: gran parte del lavoro è fatto.

NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno)

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 18_12_2013

La carpenteria metallica della cupola dell'auditorium in costruzione
La carpenteria metallica della cupola dell’auditorium in costruzione

Nino Rota, i pini e il coraggio del carpentiere _ Auditorium, storia e leggenda

Girava in città una favola, una delle tante: che il vero progettista dell’auditorium intitolato a Nino Rota fosse proprio lui: Nino Rota. Le solite leggende dei soliti appassionati di cose locali. Ma come spesso accade, dietro una leggenda può nascondersi una piccola verità.

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