PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 19_12_2012

vittore fiore
Vittore Fiore

“Che monotonia la bella Bari del tempo che fu!” _ Intervista impossibile a Vittore Fiore

Oggi si riunisce la commissione regionale sulla proposta – avanzata dalla soprintendenza ai Beni architettonici – di vincolo diffuso da applicare alle aree centrali di Bari (i quartieri Murat, Libertà, Madonnella, oltre che Bari vecchia). È stato convocato anche chi ha avanzato osservazioni, ma la procedura di «inchiesta pubblica» è aperta a chiunque.
In questa prima riunione verranno nominati gli «esperti» da coinvolgere: storici dell’architettura e urbanisti, specialisti di centri storici e di Ottocento, par di capire. Rincorrendo la curiosità sui nomi in ballo, ci chiediamo quale esperto avremmo visto  volentieri. Camminiamo per via Abate Gimma e ci viene in mente Vittore Fiore, il meridionalista, scomparso 13 anni fa, che si accompagnava con uguale affabilità a poeti e economisti e che accoglieva Bruno Zevi ogni volta che il grande critico piombava a Bari. Fiore non era un architetto ma scriveva con competenza sulla rivista di Zevi. Siamo ancora dentro questi ricordi quando, appena svoltato l’angolo di via Marchese di Montrone, ci si para davanti  proprio lui,  o forse il suo fantasma. Cappottone pesante e lunga sciarpa di lana: non può essere che Vittore! Subito la conversazione scivola sulla città, il piano regolatore, il vincolo della soprintendenza. Dal colloquio, si ricava questa «intervista impossibile», ma assolutamente autentica, che il fantasma ci autorizza a pubblicare.

Vittore Fiore, che fa qui? Non ci va alla riunione sul vincolo, in Regione?
Eh, non mi hanno invitato…
Ma è aperta a tutti, è una inchiesta pubblica!
Sento puzza di bruciato!
Non faccia lo scettico.
È che trovo sospetta la coincidenza tra la discussione sul vincolo e  le prossime celebrazioni del bicentenario della fondazione del Murattiano.
Non è una buona occasione?
No. Si rischia di cadere nella retorica. Il 1813 è l’anno più celebrato dai cronisti locali.
Perché, non le piace il borgo murattiano?
L’urbanistica cittadina, così come si sviluppò da allora, è monotona, convenzionale, nonostante l’impianto arioso. Se c’è in Italia una città che ha avuto uno sviluppo edilizio, anzi tanti sviluppi edilizi, più di Bari, fuori il nome. Eppure, quante occasioni mancate! Di là corso Vittorio Emanuele che taglia come un colpo di spada le due città, la vecchia e la nuova. Dall’altra parte, disordine, soluzioni disparate, una storia di inadempimenti, di piano regolatore in piano regolatore».
Dunque il vicolo è inutile? Non s’è salvato nulla? Non c’è più nulla da tutelare?
Bisogna uscire dall’equivoco. L’architettura provinciale del periodo murattiano una sua semplicità l’aveva, un suo modesto linguaggio. Venne poi la Bari umbertina, neo-classica, da non buttar via, tanto il gusto del tempo nelle mani dei maestri locali diveniva un fatto «nostro».
E allora, cosa non va?
I guai divennero più grossi quando si sfociò nel liberty del teatro Margherita, di Palazzo Mincuzzi e di Palazzo Colonna. Un quarto periodo, il più nefasto, è quello retorico-monumentale-fascista di cui è traccia perenne quel lungomare.
Ma ormai  l’architettura del ventennio fascista è stata rivalutata, anche a sinistra.
Ed è questo che mi preoccupa. Il lungomare a Bari costituisce lo spartiacque tra qualunquisti e democratici, tanto i primi  esaltano la parata, la facciata, a detrimento della soluzione di ben più gravi problemi edilizi, al centro e in periferia.
L’ultima metamorfosi è quella del boom edilizio degli anni Sessanta. Nell’opinione pubblica, è la vera devastazione del Murattiano.
Sì, ci fu un primo disordinato impulso, dominato dal cattivo gusto. Ma poi a poco a poco, ecco venir su i giovani architetti, in polemica con gli anziani, con gli ingegneri, fino ad imporre fra cadute e vittorie, fra compromessi e resistenze, il nuovo gusto.
A quali architetti si riferisce?
Sarò infilzato per qualche nome, buttato giù da me che architetto non sono?
No, non credo. Oppure saremo infilzati entrambi.
E allora dico: Chiaia, Mangini, Tonino Cirielli, Pezzuto, Elena Guaccero, Sangirardi. Ecco dei tecnici che il più delle volte hanno realizzato ciò che avevano in mente.
Comunque, una minoranza. Il resto è deprimente.
Purtroppo sì. L’edilizia di speculazione lascia scarso margine all’applicazione di nuove tecniche. Ma quel che di buono è stato fatto, quello sì, va tutelato.

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 12_12_2012

In via Dante, Puttyah, immigrato dalle isole Mauritius (foto ULIANO LUCAS)
In via Dante, Puttyah, immigrato dalle isole Mauritius (foto ULIANO LUCAS)

Da Libertà a Murat. La città di Omar e quella di Paperino _ Inchiesta pubblica sul vincolo

Vista dal quartiere Libertà, è tutta un’altra faccenda. E anche il quartiere Murattiano fa tutt’altra figura. Il Libertà è la cattiva coscienza del borgo nuovo. Cresciuto come una moltiplicazione del Murattiano con il suo regime di lottizzazione per isolati allineati e ortogonali, il Libertà è l’immagine di quel che il Murattiano avrebbe potuto essere se la rendita fondiaria e il credito bancario non l’avessero trasformato in un gonfio centro direzionale con molti uffici e tanti negozi, scarsi artigiani e pochi residenti.

Lunedì scorso Francesca Pace, dirigente del servizio Assetto del Territorio della Regione Puglia, ha avviato la procedura di «inchiesta pubblica» sulla proposta di vincolo paesaggistico per i quartieri Murat, Libertà, Madonnella, oltre che Bari Vecchia. Il primo atto è la riunione del comitato regionale, convocata per il prossimo 19 dicembre, che dovrà prendere atto delle osservazioni e nominare un esperto alla guida della fase successiva. C’è già una rosa di nomi e di certo non sarà un barese. Mai come in questo caso – spiega l’assessore Angela Barbanente – ci vuole un occhio esterno, che veda le cose freddamente. E che non sia condizionato – aggiungiamo noi – dai pregiudizi e dalle retoriche.

Nel dibattito che si è sviluppato in queste ultime settimane, il Murattiano ha preso inevitabilmente la scena, Ma è forse nel quartiere Libertà che si gioca la partita decisiva. Lì le demolizioni e le ricostruzioni possono costituire un mercato importante che un vincolo generalizzato – protestano gli imprenditori edili – potrebbe comprimere se non proprio ingessare. E in effetti – riguardo al quartiere Libertà – la proposta di vincolo (sottoscritta anche dal Comune!) appare contraddittoria. Da una parte, inibisce la demolizione di qualsiasi edificio costruito prima del 1942 e prescrive puntigliosamente gli interventi di manutenzione straordinaria. Dall’altra afferma che il quartiere «rimane, nonostante tutto, zona altamente popolata, dove si è stratificata una condizione residenziale oramai di generazioni di cittadini, che hanno prodotto una loro cultura dell’abitare, un loro senso di identità». L’affermazione è di quelle che si approverebbero ad occhi chiusi. Ma, cosa vuol dire identità? Qual è il rischio che si corre a mettere insieme la conservazione (di questo si parla quando si parla di vincoli) e le manifestazioni identitarie?

Corriamo un rischio leghista e xenofobo. E la prova dell’imminenza del rischio è la presenza di Marco Romano oggi a Bari, nel teatro Petruzzelli, dove terrà una lectio magistralis sul tema “La città di Bari opera d’arte?”, per inaugurare il ciclo di manifestazioni per il bicentenario della fondazione del Murattiano. Se il Comune ha deciso di invitare Marco Romano ci sarà un motivo. E ci chiediamo quale peso avrà questo motivo nella strategia di rigenerazione urbana del quartiere Libertà, che è la zona di Bari con la maggiore presenza di immigrati. Romano, nel volumetto intitolato “La città come opera d’arte” (Einaudi) fa appello ai sindaci perché «ricorrano, per ripristinare la bellezza delle loro città, anche alle strade e alle piazze tematizzate di un tempo neppure lontano». Altrove spiega che, per esempio, una Venezia-Disneyland gli sta benissimo.
Ma il punto è: in quartieri come il Libertà, che ne facciamo dei giovani magrebini e delle ragazze gahnesi? Romano non ha dubbi: devono rinunciare alla loro identità. «Quanto poi all’integrazione – scrive – dei nuovi immigrati da fuori Europa, legati da clan intrecciati dal sangue o da tribù legate dalla fede, consisterà forse nel loro sciogliersi in una civitas dove da mille anni questi legami costituiscono una debole sfera privata, ma non hanno corso sociale».  Se non sarà così, «la partita sarà perduta e questa crescente ondata di nuovi arrivati farà delle nostre città il relitto di una civitas aperta, mobile e democratica, un’urbs assediata – come già succede – dalla galassia straniera delle comunità aliene asserragliate nei loro ghetti». Da una parte Omar, dall’altra Paperino.

Nel 2007 il fotoreporter Uliano Lucas ha percorso per settimane le strade del quartiere Libertà con la sua Leica: ha fotografato la bottega del sarto e il phonecenter dei senegalesi, il salone della parrucchiera nigeriana  e il soggiorno dell’insegnante. Della mostra-reportage “La città all’ovest”, nata da quella esperienza, scrive Lucia Miodini nella recente monografia Uliano Lucas (Bruno Mondadori ed., 2012): «Lucas restituisce il caos del quartiere: la sovrapposizione dei segnali stradali e dei manifesti pubblicitari; la disordinata mescolanza di strade e caseggiati. Più di ogni altra cosa dà dignità agli invisibili, accenna alle tante storie che quegli interni raccontano (…). Il lavoro fotografico sulla gestione della città si dimostra un importante contributo critico perché ci fa riflettere sulla vita e sull’abitare».

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 28_11_2012

Le invasive biglietterie di Piazza Cesare Battisti

Una spericolata inversione di marcia nel Murattiano _ Oggi nuovo incontro sul vincolo

Se fosse stato già approvato il vincolo paesaggistico sui quartieri storici di Bari, quel lugubre lapidarium che è ora piazza Cesare Battisti non sarebbe mai stato realizzato. Né probabilmente il parcheggio interrato. Eppure la Soprintendenza ai Beni architettonici, che oggi propone il vincolo, all’epoca approvò il progetto del project financing che prevedeva la distruzione del giardino ottocentesco, nonostante le proteste popolari.

Cosa è successo? Perché la Soprintendenza ha cambiato idea? Più che di un cambio di rotta, di una inversione ad U si tratta: al paragrafo 2.2.3 della «Proposta di dichiarazione di notevole interesse pubblico dell’area centrale di Bari» (pp. 13 e 14) si legge infatti che: «la riqualificazione e la valorizzazione delle aree verdi, piazze, giardini e aiuole deve essere improntata alla salvaguardia della vegetazione esistente (…) conservando l’impianto delle specie arboree».

La realizzazione dei parcheggi interrati non è esclusa, ma «senza compromettere in alcun modo l’esistenza di alcuna alberatura». Il che, come è noto, non è avvenuto in piazza Cesare Battisti, tanto che la Regione aveva imposto una compensazione di verde il cui costo l’impresa Dec si rifiuta di affrontare. E in ogni caso avrebbe dovuto essere «salvaguardato il disegno architettonico delle piazze» mentre «l’introduzione di strutture di servizio (chioschi, gazebo, dehors, pergolati elementi di arredo…)» avrebbe dovuto avere «il carattere della precarietà e provvisorietà». Ma le  invasive biglietterie del parking, nella loro solida fisicità da villetta,  non hanno certo un carattere precario.

In anticipo di qualche giorno sulla apertura ufficiale della procedura di «inchiesta pubblica», prevista dalla Regione Puglia, oggi pomeriggio si torna a discutere della proposta, attivata dalla Soprintendenza  e condivisa dal Comune di Bari (con successiva dissociazione, ma senza resipiscenza). L’iniziativa è dell’associazione Italia Nostra insieme agli ordini degli ingegneri e degli architetti e al Fai. All’incontro, nel Castello normanno-svevo, parteciperà fra gli altri il soprintendente Salvatore Buonomo. Com’è largamente prevedibile, a catalizzare la discussione sarà il vincolo proposto per tutti gli immobili sorti prima del 1942: dalle prescrizioni sugli infissi all’obbligo di ricostruire tal quale ogni edificio demolito a Murat, come a Libertà e Madonnella, per non dir di Bari vecchia.

Tuttavia, sarebbe sufficiente avere a mente ciò che è avvenuto in piazza Cesare Battisti per capire che la proposta di vincolo non è solo  una minaccia al futuro dell’edilizia (come lamentano gli imprenditori) perché «ingessa il patrimonio immobiliare privato», ma anche un passo avanti rispetto alla consapevolezza del valore civile degli spazi pubblici, senza dover agitare i fantasmi di un  Murattiano largamente perduto. La maturazione del senso comune  forse oggi avrebbe portato i progettisti del parcheggio interrato a fare scelte diverse perché decisioni di questo genere – che si giocano sul terreno del paesaggio – sono sempre il risultato dei rapporti di forza tra potere pubblico e interessi privati. Ma possiamo dire che, a un decennio di distanza, i rapporti di forza siano mutati? Per un indizio positivo (i Programmi di riqualificazione delle periferie, per esempio) ce n’è almeno uno negativo (le case per i poliziotti, per esempio). E il saldo è sempre negativo.

Il giurista Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale, è intervenuto di recente sul tema dei beni culturali, della tutela stabilita dalla legge fondamentale della Repubblica, e della loro «valorizzazione», come vuole la novità introdotta a partire dal 2001 nella Costituzione. «Lo sfruttamento eccessivo – dice Flick – della potenzialità economica del bene culturale, l’attenuazione o la scomparsa del vincolo di alienazione o di indisponibilità; il procedimento di silenzio-assenso; la spinta ai condoni e alle sanatorie; l’indifferenza agli abusi edilizi, alle alterazioni estetiche del paesaggio e dei centri storici; la perdita del ruolo dello Stato: sono tutti indici del rischio di indebolimento, se  non di disperdere una tradizione centenaria di prevalenza del bene pubblico sull’interesse privato. Occorre evitare una “controriforma” sbilanciata soltanto sull’efficienza e sulla logica di sfruttamento».

Ma la “controriforma” passa oggi innanzitutto  attraverso la giustizia amministrativa, le sentenze dei Tar e le decisioni del Consiglio di Stato. Dove si disputa un impari duello tra i principi evocati da Flick e i diritti invocati dall’interesse privato

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 07_11_2012

Il nuovo dipartimento d’arte islamica nella corte Visconti del Louvre

Le vestali dell’antico sono allergiche ai metalli moderni _ Il Louvre, i vincoli e S. Scolastica

A Bari li avrebbero umiliati e offesi, se Mario Bellini e Rudy Ricciotti si fossero presentati con l’idea di una vetrata per coprire – facciamo un’ipotesi – un cortile della Manifattura dei tabacchi o di Palazzo Ateneo. Ma siccome e per fortuna Parigi non è Bari (nemmeno se piccola, con o senza mare) lì glielo hanno fatto fare: un grande tappeto volante lungo quasi 50 metri e largo una trentina. Poggia su otto pilastri quella superficie ondulata, traslucida di vetro e  – orribile a dirsi! – di alluminio. Proprio dentro il Louvre, che aveva bisogno di fare spazio alla collezione di arte islamica e lo spazio l’ha trovato nella neoclassica corte Visconti (1860): il nuovo padiglione è stato inaugurato solo un mese fa, dopo lavori ragionevolmente lunghi (sono durati cinque anni) e a ben dieci anni di distanza dal giorno in cui il presidente Chirac lanciava il progetto di un museo islamico, soltanto un mese dopo l’attentato alle Twin Towers.

Qui a Bari, invece, a confronto con il fanatismo dei tecnici della Soprintendenza persino gli affiliati ad Al Qaeda sembrerebbero pacifici relativisti: gli edifici – belli o brutti, non importa, purché costruiti prima del 1942 – abbiano soltanto infissi di legno e comunque mai e poi mai l’alluminio, in qualsiasi lega e versione! È quel che prevede la proposta di decreto di vincolo paesaggistico dei quartieri Murat, Libertà, Madonnella nonché di Bari vecchia che sta suscitando in queste settimane contestazioni da parte degli edili e opposizioni degli artigiani del metallo e tardive resipiscenze dell’amministrazione comunale e dei suoi tecnici che quei divieti futuri hanno contribuito attivamente a scrivere (come si rileva dai verbali della commissione regionale).

Il punto importante, ora, non è la scelta se fare una finestra di legno o di metallo (peraltro esistono sul mercato prodotti «sandwich» ad alta efficienza energetica) ma la volontà di imporre una sorta di prontuario del restauro, indipendentemente dal progetto che invece dovrebbe essere al centro dell’attenzione, con le sue ragioni e le sue libertà. Un inaccettabile, insostenibile manuale della presunta «purezza murattiana» che nega ogni possibilità di interpretazione contemporanea del riuso dell’edificio e della città, attraverso un onesto linguaggio contemporaneo che è fatto anche di materiali contemporanei. E per fortuna, dobbiamo dire a questo punto, c’è stata l’insipiente e insipida decisione dell’amministrazione provinciale di non affidare il progetto del museo archeologico a Santa Scolastica a  Gae Aulenti che conquistò il secondo posto nel concorso internazionale vinto nel 2008 dal gruppo di Cesare Mari con una proposta bocciata a Roma dal Comitato tecnico dei Beni culturali. Diciamo per fortuna, perché non vorremmo neanche immaginare Gae Aulenti, la signora dell’architettura italiana scomparsa la settimana scorsa, alle prese con le vestali dell’antico.

Il progetto di Gae Aulenti per Santa Scolastica, infatti, si annunciava come «una ulteriore fase di trasformazione dell’edificio» e prevedeva di conservare gran parte degli interventi realizzati negli anni Settanta da Angelo Ambrosi e Giuseppe Radicchio perché «è uno dei tanti strati che compongono  la storia dell’edificio». Alle facciate vetrate realizzate negli anni Settanta, per ridurre gli effetti della insolazione Aulenti sovrapponeva una facciata ventilata in acciaio corten: «una campitura astratta e neutra, priva di dettaglio, sfondo perfetto  – diceva l’architetto – in grado di dare risalto alle pareti originarie del complesso in pietra». La facciata d’acciaio da una parte avrebbe evitato il rischio di mimetismi e di ricostruzioni in pietra simil-antico, dall’altra avrebbe  dialogato onestamente – da contemporanea – con le costruzioni metalliche di Ambrosi e Radicchio.

Non è andata così, come sappiamo. Alla fine si è tornati alla vecchia idea della Soprintendenza, riveduta e corretta, ma sempre vendicativa verso la modernità. E mentre ripensiamo alle occasioni perdute, tornano alla mente le parole di Gae Aulenti che considerava un museo attuale alla stregua di una cattedrale: «perché quel che si racconta in un museo non è soltanto la memoria ma anche il modo in cui oggi si manipola la memoria».

Terribili parole, ma non ditele ai crocieristi che, uscendo dal Porto,  attraverseranno l’art-way dentro Santa Scolastica. Non capirebbero.

NICOLA SIGNORILE

 

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 31_10_2012

Volkmarsdorf _ Leipzig

Vincoli in centro ostaggi di forze uguali e contrarie _ Lo scontro approda al Comune

Ha preso un brutta strada, il vincolo paesaggistico sui quartieri centrali. Oggi la commissione urbanistica del Comune sentirà l’assessore regionale Angela Barbanente e l’assessore comunale Elio Sannicandro sul procedimento di vincolo avviato lo scorso 3 luglio. E i componenti di quella commissione scopriranno un paio di verità che avrebbero pure potuto già conoscere se solo avessero letto le carte, prima di diramare inviti e convocazioni sull’onda delle «numerose sollecitazioni». E cioè: 1) il vincolo non è stato ancora applicato ma è stata  soltanto avviata la procedura; 2) la stessa procedura prevede l’attivazione di una «inchiesta pubblica», secondo i modi stabiliti dal Codice dei Beni culturali.

Una settimana fa, in questa stessa rubrica, avevamo manifestato il timore che l’«inchiesta pubblica» – strumento di governance al suo debutto, a queste latitudini – potesse risolversi nel nome nuovo applicato alla vecchia pratica che contrappone i (deboli) interessi pubblici ai (forti) interessi privati. Purtroppo già il linguaggio adoperato in commissione («al fine di evitare disagi alla comunità cittadina») ci indica che il timore era fondato.

E allora è il caso di sgomberare il campo da un equivoco che potrebbe alimentare il consueto duello Comune-Regione: la proposta del vincolo non è della Regione, ma della Direzione regionale per i Beni culturali e risale al 26 novembre 2010. L’ufficio regionale all’Assetto del territorio ha convocato allora la commissione prevista dal Codice dei Beni culturali e la prima riunione si è svolta il 21 giugno dell’anno scorso. Vi ha preso parte anche il Comune di Bari, che non solo  si è detto favorevole ma ha pure partecipato attivamente a modificare il testo  del decreto nelle cinque riunioni successive. Dunque è sbagliato parlare di un atto della Regione Puglia e sinceramente non si comprendono le titubanze postume del Comune di Bari.

Il rischio è che una buona, attesa iniziativa si trasformi in un boomerang. Spingono verso questo rischio forze uguali e contrarie. Da una parte i difetti del vincolo proposto, che abbiamo già indicato nella rubrica di mercoledì scorso e che in sintesi estrema consistono nella  puntigliosità delle prescrizioni tecniche e dei divieti irragionevoli. Dall’altra, c’è la resistenza degli imprenditori edili che sempre invocano regole certe ma, quando le hanno, poi le respingono gridando al pericolo di un blocco totale del settore.

Poiché secondo il vincolo il divieto di demolizione e ricostruzione riguarderebbe solo gli edifici realizzati prima del 1942 e non certo quelli successivi, gli imprenditori tradiscono così il loro vero, profondo pensiero: che l’attività edilizia sia solo quella del «nuovo» e del «più grande», non considerando affatto il settore del restauro che invece proprio dal vincolo riceverebbe un formidabile impulso.

Tuttavia sul restauro bisogna intendersi: ci pare che nella proposta di decreto i conservatori della Soprintendenza abbiano calcato la mano, spingendosi addirittura a considerare il falso ottocentesco come unica possibilità di ricostruire ciò che crolla (e da sé, beninteso, per disgrazia). Il restauro nella città, però, non è il restauro di un monumento: deve fare i conti con la fisiologica, insopprimibile fame di trasformazione che scorre nei vasi sanguigni e linfatici del corpo urbano. Per questo bisogna avere il coraggio di decidere ciò che è bene conservare  e cosa no, indipendentemente dal certificato di nascita. Il vincolo paesaggistico generalizzato forse non è lo strumento più idoneo per questo. Potrebbe essere utile per ingessare Bari vecchia spingendola ancor più verso un malinconico destino di «parco a tema» ad uso dei turisti, ma non certo per un quartiere popolare come il Libertà i cui «caratteri identitari» (per usare una categoria cara ai redattori del decreto di vincolo) forse sono ben altro che la riproduzione grossolana della trama «murattiana» nel suo disegno urbanistico.

E tuttavia una forma di controllo sulla trasformazione della città storica, consolidata bisogna trovarla, con o senza divieti. Nel resto d’Europa lo fanno con i vincoli. In Germania, per esempio, interi quartieri – anche popolari –  sono sotto la Denkmalschütz (tutela monumentale) imposta dal Comune e dal Land. E sono quelli più appetibili sul mercato immobiliare.

Forse è il caso di andare a vedere come fanno lassù.

NICOLA SIGNORILE