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Le periferie che cambiano la politica

Roma,Italia, Tor bella monaca (©Lapresse)

Roma, Italia, Tor bella monaca (©Lapresse)

 Le periferie che cambiano la politica

Proprio in questi giorni, a Bari, è in corso un braccio di ferro tra un gruppo di cittadini, riuniti in un comitato, e l’amministrazione comunale circa il progetto, esito di un concorso internazionale di anni fa, riguardante una delle strade più famose della città, via Sparano. Al di là dell’abominevole slogan utilizzato dall’amministrazione – “il restyling di via Sparano” – e quindi dai mezzi di comunicazione, l’idea politica alla base è sempre la stessa: tirare a lucido le zone più accessibili dai turisti e dai ceti abbienti (in questo caso addirittura una sola strada) e lasciare nell’oblio i quartieri meno centrali. Che l’idea sia pessima non ce lo dice solo il celebre Renzo Piano con il recente team di architetti da lui guidati impegnati a “ricucire” le periferie. Anche Richard Rogers aveva acutamente descritto in un libro fondamentale la deriva delle città rese sempre più regni del consumismo, contraddittorie, settoriali, ghetti da un lato, salotti dall’altro.

Questo votarsi al turismo come principale parametro per calibrare le politiche urbanistiche e sociali corrisponde al suicidio delle città e per alcune lo è già stato. Economia, impianto urbanistico, politiche abitative, infrastrutture dedicate ai flussi turistici rendono posticci i luoghi che dovrebbero essere la casa della civiltà e li fanno collassare quando il turismo diminuisce o si azzera. Le città più belle sono quelle dove ogni cittadino ha gli stessi diritti, gli stessi servizi, gli stessi luoghi – per abitare, per lavorare, per svagarsi – a disposizione. Se una città funziona per un cittadino, anche il turista avrà di che visitare, ammirare, usufruire.

E’ per questo che l’articolo di Carlo Ossola, pubblicato oggi su Il Fatto Quotidiano ci è parso ricalcare in maniera condivisibile i punti cardine dell’urbanistica attuale. Quelli su cui ancora si può lavorare con propositività e determinazione ottenendo efficaci risultati. Se solo si volesse.

Di seguito ne riproponiamo alcuni passi.

“La civiltà moderna tira a uguagliare, ha scritto Leopardi nello Zibaldone: e ad uguagliare non già rendendo pari i diritti ma spegnendoli: “L’incivilimento ha mitigato la tirannide de’ bassi tempi, ma l’ha resa eterna (…). Spegnendo le commozioni e le turbolenze civili, in luogo di frenarle com’era scopo degli antichi (Montesquieu ripete sempre che le divisioni sono necessarie alla conservazione delle repubbliche, (…) e che per regola generale, dove tutto è tranquillo non c’è libertà), non ha assicurato l’ordine ma la perpetuità, tranquillità e immutabilità del disordine, e la nullità della vita umana» (10 luglio 1820).

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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 30_12_2015

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Azenha

L’identità è un comignolo azzurro _ Portogallo, premio a giovani baresi

C’è un posto, in Portogallo, che dimostra quali danni possono fare al paesaggio certe imprese turistiche. E per il quale un gruppo di giovani architetti italiani ha trovato un rimedio. Il luogo si chiama Azenha do Mar: è un villaggio affacciato sull’oceano, non lontano da Lisbona, al centro del parco naturale di Sintra.

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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 28_10_2015

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palazzo Andidero | foto di Linda Signorile

Segnali per i turisti a Bari vecchia: tutto dà di antico _ Una gara per “sponsor tecnici”  

Bari vecchia, ultimo atto. Ora ci provano con la segnaletica turistica e quella che a prima vista sembra una lodevole iniziativa, sotto sotto nasconde la sua vera mira: portare a compimento la «gentrification» del centro storico, iniziata tanti anni fa con il piano Urban. Noi non faremo  la figuraccia di Elisabetta Canalis al cospetto di Roberto De Niro al festival di Sanremo del 2011 e perciò che cosa sia la «gentrification» ce lo facciamo spiegare in due parole da Sharon Zukin, sociologa urbana newyorkese: «Si tratta di una violenta rivoluzione supportata, e talvolta persino condotta, dallo Stato che allontana le  persone dalle proprie case, obbliga i commercianti a  chiudere i propri negozi e “ripulisce” il centro a favore di marchi culturali, globali ed egemonici».

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