PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 09_08_2017

una immagine del progetto vincitore di Gian Luigi Sylos Labini

Il lungomare nell’epoca dell’accumulo _ Delusi per l’assenza di Boeri

L’assenza si è notata. Scelto anche (ma non soltanto, è chiaro…)  per dare lustro e un pizzico di glamour al concorso internazionale di idee per il lungomare di Bari vecchia, Stefano Boeri – «quello che raddrizza i boschi», come dicono a Milano – ha dato buca. Non c’era, lunedì scorso alla seduta pubblica della giuria che ha presieduto. Sicché la proclamazione del vincitore è toccata farla all’architetto Loredana Ficarelli, prorettore del Politecnico di Bari.

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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 05_12_2012

Palazzo in via Argiro 73 a Bari di Onofrio Mangini
Palazzo in via Argiro 73 a Bari di Onofrio Mangini

Cresce in città la voglia di essere Disneyland _ Murattiano, c’è odor di plastica

La prossima settimana si aprono ufficialmente le celebrazioni del bicentenario della fondazione del Borgo Murattiano e l’Amministrazione comunale ha chiamato per l’occasione un professore di Estetica a Mendrisio, Marco Romano, a parlare il 12 dicembre sul tema: La città di Bari come opera d’arte? L’idea, che sulle prime appare innocua ed ecumenica, in realtà è alquanto compromettente. Perché lascia intendere che una scelta di campo sia stata fatta e che ora un esercito di zombie, già posti in agguato, sia pronto a spargere sulla città una coltre spessa di melassa e a celebrare il buon tempo antico, ancorché di cartapesta.

Spieghiamoci. Marco Romano è l’autore di un pamphlet, pubblicato da Einaudi nel 2008 e intitolato, appunto, La città come opera d’arte. Il libricino, in cui si discute di periferie e di bellezza, si conclude con un programma politico: «Forse sarà venuto il tempo – scrive Romano – di riscattarci dal disastro di questo mezzo secolo – che sono mai cinquant’anni di débâcle in una vicenda antica di mille anni? – ricorrendo ancora una volta al linguaggio consolidato nei secoli, quello che costituisce la città in un’opera d’arte apprezzabile da tutti, e questo ritorno ci sembra necessario perché la sfera estetica della città è il mondo simbolico pregnante della cittadinanza e la cittadinanza è in Europa – come sosteneva Herder – il linguaggio stesso della propria città». Ma è Romano colui che sulla rivista «Urbanistica», nel 1981 aveva scritto: «La trasformazione di Venezia in una Disneyland potrebbe segnare il passaggio ad un modo di vivere più creativo, più allegro, è più festoso». A ricordarcelo è lo storico dell’arte Salvatore Settis che nel libro Paesaggio Costituzione Cemento, segnala come «il processo di disneyficazione dei centri storici era annunciato da tempo»  e che la nomina di Romano « a membro del Consiglio superiore dei Beni culturali (2009) indica che il trend è ormai vittorioso».

Dunque Romano sembra l’uomo giusto al posto giusto e al momento giusto, in una strategia di ricostruzione retorica del centro murattiano, nella cui direzione (e indipendentemente dalle buone intenzioni) va la proposta di vincolo sui quartieri centrali, al centro delle discussioni di queste settimane.  Al di là delle differenze di strategia tra Soprintendenza e Comune, quel che prevale è il sentimento di vendetta contro quell’ultimo mezzo secolo che Romano non riesce a mandar giù. Ciò che rimane è l’indifferenza rispetto al paradosso che si vuol produrre con questa operazione da chirurgo plastico: la cancellazione di qualsiasi traccia del secondo Novecento.
È  solo un caso – ma forse anche un indizio – che alle riunioni della commissione regionale per il vincolo paesaggistico sui quartieri centrali abbia partecipato anche l’architetto della Soprintendenza ai Beni architettonici, Emilia Pellegrino, che nel 1983 era tra gli autori di una mostra (e poi di un libro) dal titolo Bari 1950-1980. La guerra dei Trent’anni. Le distruzioni nel borgo murattiano. La sua denuncia degli effetti della «speculazione edilizia, supportata da un forte sistema bancario» che ha condotto alla sostituzione di gran parte del patrimonio immobiliare del centro murattiano non è attraversata da nessuna notazione critica, non c’è la benché minima distinzione tra la pessima edilizia (maggioritaria) e i casi di pregevole costruzione realizzati in quegli anni. Nella galleria fotografica che accompagna le parole di Pallegrino, anzi, sono proprio gli edifici migliori ad essere additati come il morbo che avrebbe sfigurato la città.

Fra i «cattivi» ci sono anche le opere di architettura più belle e importanti presenti nel centro murattiano dal dopoguerra ad oggi. C’è il palazzo Sylos Labini, in via Marchese di Montrone, progettato da Vito Sangirardi; c’è il palazzo Laterza in via Sparano, progettato da Lambertucci; c’è il palazzo Miceli di Chiaia e Napolitano in via Cairoli; c’è il palazzo realizzato in via Argiro 73 e progettato da Onofrio Mangini per la famiglia De Florio. La particolarità di questo edificio, stretto al centro di un isolato, è nella facciata «ripiegata» in spigoli e asimmetrica. Ed è senz’altro per questo motivo, riconoscendovi una delle sue invarianti del Moderno, che un giorno Bruno Zevi in visita a Bari si fermò ad applaudire. Ma abbiamo il sospetto che questi edifici non rientrino affatto nell’idea di «Bari città d’arte» che si va facendo strada.

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 16_05_2012

Schizzo di Ottavio Di Blasi per la nuova Punta Perotti (2009)

Punta Perotti: Il bello, il brutto e il cattivo 

Ricostruiranno i palazzi di Punta Perotti? Com’erano e dov’erano? La domanda si rinnova ad ogni notizia che riguardi la biblica faccenda. Anche ora che i giudici di Strasburgo hanno fissato il prezzo del risarcimento ai proprietari per l’ingiusta confisca dei suoli. In realtà dal punto di vista giudiziario – se non il prezzo – ben poco è cambiato rispetto al 2009, quando la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò la Repubblica italiana. Allo stesso modo, la possibilità di rialzare gli edifici resta severamente condizionata, perché le ragioni che condussero alla demolizione restano tutte in piedi e infatti i giudici europei hanno cassato la confisca dei suoli, non l’abbattimento dei palazzi.

Semmai, nel tempo che è trascorso qualche fatto nuovo ha reso ancora più improbabile la rinascita di Punta Perotti in quelle medesime forme e dimensioni, sicché il gigantesco indice di fabbricabilità di 5 metri cubi per ogni metro quadrato di suolo è di fatto irrealizzabile. Principale ostacolo è l’adeguamento del Piano regolatore al piano del paesaggio, il Putt/p  (delibera di consiglio comunale n. 56 del 9 luglio 2010), che è un atto vincolante perché il Prg è legge. Poi c’è il documento programmatico per la Rigenerazione urbana (del maggio 2011) che non è prescrittivo, ma offre opportunità per trasformare ampie zone della città con procedure speciali con l’ applicazione alla legge regionale 21/2008.

Questi due fatti condannano il progetto Punta Perotti 2 dell’architetto milanese Ottavio Di Blasi – che pubblicammo su queste pagine il 28 ottobre 2010,  – all’archivio dei desideri. Quell’archivio pieno zeppo di idee buone e cattive che accompagna da sempre utopie e incubi dell’architettura e che già nel 1925 aveva spinto lo scrittore tedesco Joseph Ponten a pubblicare un libro dal titolo suggestivo: “L’architettura che non è stata realizzata”. Doveva arrivare, in anni recenti, Rafael Moneo a ricordarci  che architettura è solo quella che si costruisce e che riesce ad emanciparsi dal foglio di carta.

Come riferimmo, Ottavio Di Blasi era già consapevole, due anni fa, della necessità di rivedere dalle fondamenta l’idea progettuale che i Matarrese gli avevano commissionato nel 2005, aggiornato nel 2009, e di cui in questi giorni sono state improvvidamente riesumate le prospettive realizzate al computer. La soluzione alla quale si è messo quindi a lavorare Di Blasi in questa ultima fase si racchiude in questa formula: «Il minimo di volumi ad uso privato ed il massimo di contaminazione con le funzioni pubbliche». Ma almeno uno dei due perni su cui incernierava la sua idea potrebbe venir meno: l’acquario, infatti, è già previsto nel piano riqualificazione di San Girolamo e dunque resta solo la nuova sede della pinacoteca provinciale Giaquinto.
Il ragionamento di Di Blasi comunque  ha il pregio di tirarci fuori dall’angustia dei calcoli delle volumetrie  immaginando nuovi equilibri di uno spazio pubblico «ibrido». Tuttavia la sua strategia necessita  di un ampliamento dell’area di progetto e forse anche di nuove forme di pianificazione. Il ricorso ad un piano di rigenerazione urbana – secondo la legge  regionale  21 – sembra una strada obbligata ma non può essere il Comune a intrapenderla: spetta al privato

farsi avanti. Così come è stato fatto dai proprietari dei suoli di Torre Carnosa, che hanno avanzato di recente due proposte  di Priu alla Ripartizione urbanistica: una basata sul progetto di Gianluigi Sylos Labini e Smn, l’altra su disegno dell’architetto milanese Paolo Caputo (ne abbiamo riferito in questa rubrica, rispettivamente  l’8 e il 22 febbraio scorsi).

Ma la novità che coinvolge anche  Punta Perotti in uno sguardo progettuale più ampio  perché si allunga fino a San Giorgio, è rappresentata dall’invito che il Cerset ha rivolto allo studio MBM di Barcellona, guidato dall’architetto Oriol Bohigas. I catalani – dopo un sopralluogo a Bari, avvenuto lo scorso ottobre – hanno risposto al presidente del Cerset, Lorenzo De Santis (socio tra gli altri dei Matarrese nella maxi-lottizzazione del Tondo di Carbonara, appena approvato dal Comune) con un programma di lavoro in tre tappe. Primo, realizzare un masterplan coinvolgendo il Politecnico (proprietario di aree confinanti con Punta Perotti, a monte della ferrovia); secondo, bandire un concorso riservato a giovani architetti; terzo, aprire un workshop di progettazione urbana.

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 22_02_2012

Veduta aerea di Torre Carnosa

A Torre Carnosa spiaggiano cipolle e siluri _ Un progetto di Paolo Caputo

Torre Carnosa raddoppia. Sugli stessi terreni in riva all’Adriatico – quelli che il piano regolatore chiama «maglia 47» – di progetti ce ne sono ben due. Oltre quello illustrato due settimane fa in questa rubrica e firmato da Smn-G.L. Sylos Labini con la Ecosfera Spa, un’altra proposta di Piru (Programma integrato di rigenerazione urbana) è arrivata sulle scrivanie della Ripartizione urbanistica del Comune di Bari. La firmano lo studio milanese Caputo Partnership e un gruppo di   proprietari dei suoli (che sarebbero maggioritari).

Inevitabile il tentativo di mettere insieme tutti i proprietari e di far collaborare i diversi progettisti. E, in buona sostanza, è questo ciò che si sentirà dire oggi a Bari negli uffici comunali,  l’architetto Paolo Caputo. A naso, l’impresa ci pare davvero ardua. Del progetto di Sylos Labini abbiamo già detto e mostrato, tra apprezzamenti e qualche riserva.  Del progetto di Caputo possiamo dir poco, giacché i committenti non hanno ancora autorizzato l’architetto a diffondere disegni e notizie. Ma da quel poco che si sa, le strategie progettuali sono assai diverse, se non opposte. Condivisa è solo la scelta di accorpare una nuova area, a monte della maglia 47 e cioè tra l’attuale linea dei binari e la via Gentile (un’area destinata a verde urbano dal Prg) e dislocare su questi suoli parte degli edifici, in modo da dimezzare il poderoso indice di fabbricabilità ancora esistente sulla costa (5 metri cubi per ogni metro quadro). È una ulteriore conferma – sia detto per inciso – che non c’è alcun bisogno di inventarsi pericolosissimi crediti edilizi per «garantire» le aspettative dei proprietari decurate dai vincoli paesaggistici: basta il buon vecchio «piano di comparto». E  questo grazie al tanto disprezzato Quaroni che spalmò aree verde e aree agricole intorno alle zone «direzionali».
Il progetto di Caputo abbraccia un’area ben più ampia del concorrente, si spinge fino a Punta Perotti  e prefigura la costruzione di una galleria di arte contemporanea  sull’acqua (il milanese non sa nulla del Bac di Chipperfield al teatro Margherita, evidentemente!) ma concentra nel settore di Punta Carnosa l’intervento edilizio.
Si tratta, sostiene il  prof. Paolo Caputo che insegna al Politecnico di Milano e firma il nuovo grattacielo della Regione Lombardia,  di «costruire un pezzo di città fondato su una intensa interrelazione fra volumi, spazi aperti e sistemi paesaggistici, ad alto tasso di qualità morfologica e figurativa, di grande riconoscibilità, carattere e identità». Chi ha visto le tavole e i rendering li racconta a gesti, con un movimento della mano semi-aperta, come se girasse una manopola.  Poi si affida alle metafore più fantasiose: riccioli, trucioli, bucce d’arancia, cipolle, siluri, supposte. Dietro la irrispettosa e certamente ironica narrazione si indovinano le forme degli edifici e la loro «qualità  figurativa». Palazzi curvi, alti 5 o sei piani,  e  piccole torri a forma di ogiva di 8, 10 e 12 piani. In tutto, due dozzine di edifici, per due terzi destinati a residenze (378mila mc) e per il resto a terziario  (162mila mc). Metà fra il mare e la nuova strada – un boulevard- realizzata sul tracciato attuale della ferrovia da spostare, metà tra il boulevard e via Gentile.
È una proposta che non mancherà di suscitare contestazioni,  per il forte impatto paesaggistico e la indifferenza delle decisioni compositive rispetto ai luoghi.

Ma ora la vicenda che si sta aprendo sul futuro di Torre Carnosa rende sempre più urgente una decisione pubblica, globale e preventiva sulla costa Sud. Anche alla luce degli altri progetti che stanno per essere recapitati negli uffici di via  Abbrescia. Da tempo – infatti – l’architetto  milanese Ottavio Di Blasi sta lavorando ad un progetto commissionato dai Matarrese (a loro volta in attesa di una soluzione definitiva alla vicenda  di Punta Perotti). Di Blasi allarga lo sguardo all’intero lungomare, fino a Torre Carnosa e oltre.

E intanto muove i primi passi l’iniziativa del Cerset (il Centro per le ricerche socio-economiche e del territorio) che ha coinvolto lo studio MBM di Barcellona, cioè Oriol Bohigas e soci, per disegnare un piano dell’intera costa, da Punta Perotti alla marina di  San Giorgio. Dopo un incontro a Bari tra il presidente del Cerset, Lorenzo De Santis, e l’architetto catalano  Oriol Capdevilla, la proposta di Bohigas & C. si riassume così: prima un masterplan (coinvolgendo la facoltà di Architettura di Bari e in generale il Politecnico), poi un concorso riservato a giovani professionisti (non più vecchi di 31 anni). Terza tappa, un workshop dal quale far nascere un progetto urbano. Quando si dice avere metodo!

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 08_02_2012

Rendering del progetto

Japigia, sulla costa case sospese e sottilissime torri _ Un progetto di rigenerazione urbana

Mentre la giunta e poi il consiglio comunale di Bari davano il via libera al quartiere da ventimila anime progettato da Oriol Bohigas al Tondo di Carbonara, negli uffici della Ripartizione urbanistica il postino recapitava qualche giorno fa un nuovo progetto, per oltre mezzo milione di metri cubi di abitazioni, uffici, alberghi e attività commerciali. Il luogo? Torre Carnosa, cioè quel tratto di costa compreso tra la futura sede della Regione Puglia e il nuovo quartiere di Sant’Anna. Dunque viene finalmente al pettine il nodo della costa nell’era post Punta Perotti, alla luce di un piano regolatore tuttora vigente che lì prevede uno statosferico indice di fabbricabilità di 5 metri cubi per ogni metro quadro. Il desiderio, che ispirò anche il concorso di idee curato da Claudio D’Amato alla Biennale di Venezia nel 2006, era di arrivare ad una progettazione unitaria della costa, fino a S. Giorgio. In sei anni, non è successo granché ed ora siamo di fronte ad una proposta che sia pure interessando una superficie di circa 27 ettari è solo un decimo dell’area di cui si parla.

Chi propone il progetto è la Ge.Di. srl di Bari; chi firma il progetto è lo studio di architettura SMN – G. L. Sylos Labini e Partners insieme alla società romana Ecosfera Spa, la stessa che aveva elaborato dieci anni fa gli studi per la Società di Trasformazione Urbana.

Dunque Torre Carnosa è l’effetto di un’onda lunga e ora incontra una situazione favorevole, creata dalla legge regionale n. 21 del 2008 sulla Rigenerazione urbana. Una legge moderna e innovativa, ma affidata nella gestione ai tecnici comunali che in genere leggono solo gli articoli «tecnici» (quelli che parlano di metricubi, di standard e di varianti urbanistiche) e ignorano la parte sociale della norma (inclusione, partecipazione, ecc.), salvo recitarne il rosario retorico nelle relazioni. Non è andata meglio al Comune di Bari che nel maggio dell’anno scorso ha approvato il Documento programmatico per la Rigenerazione urbana, previsto dalla legge 21. Nasce a queste condizioni, allora, il «Piru» (programma integrato di rigenerazione urbana) di Torre Carnosa appena consegnato e che ci muove ad un paio di considerazioni.

Prima considerazione. Il programma urbanistico, saltando la fase solo quantitativa del planovolumetrico (dimensioni e distanze dei fabbricati) ha già un forte carattere architettonico, prefigurando scelte formali e compositive che sono determinanti nel disegno dello spazio pubblico e nella creazione di spazi semipubblici. In estrema sintesi, gli edifici sono organizzati in lunghe «stecche» pressoché parallele al mare, dell’altezza media di 32 metri (il piano regolatore ne consente 45). In realtà le costruzioni hanno un’altezza inferiore ai 18 metri (cinque piani) perché sono sollevate di 14 metri da terra (ritorna il buon vecchio Le Corbusier con i suoi pilotis!): il vuoto servirà a traguardare il mare dall’interno e a guadagnare ulteriore spazio pubblico. I volumi sottratti da questa drastica cura dimagrante vengono poi concentrati in cinque torri alte 90 metri. Stecche basse e torri sottilissime che dovrebbero forse scongiurano l’«effetto saracinesca» ma di certo creano un’atmosfera da metropoli spagnola: più che Barcellona diremmo Valencia (dove Sylos Labini ha progettato). E questo è il solo senso accettabile da dare all’imbarazzante (per quanto vaga) prescrizione, nel documento comunale, di una «tradizione mediterranea degli insediamenti».

Seconda considerazione. Il Piru Torre Carnosa dimostra che la rigenerazione è possibile anche senza ricorre agli spericolati crediti edilizi che il documento programmatico comunale (pp. 37 e 38) ha introdotto nella totale indifferenza o distrazione di consiglieri e assessori (molti dei quali in passato pure si erano dichiarati fortemente contrari a tale invenzione immobiliare).

Come è possibile? Semplice: il programma, sfruttando il previsto trasferimento dei binari, amplia l’area edificabile (da 11 a 27 ettari) inglobando un suolo destinato a verde pubblico e mantenendo i volumi originari, cosicché l’indice di fabbricabilità ne risulta dimezzato e la dotazione di verde conservata, con il vantaggio di arretrare i fabbricati rispetto alla linea di costa, tutelata come bene paesaggistico.

NICOLA SIGNORILE