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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 04_04_2012

Frontespizio della rivista

Architettura Zero per la città della decrescita _ Ellesette, una rivista studentesca

Zero. Zero costi, zero materiali, zero manodopera, zero volume. E ciò nonostante, si può costruire uno spazio, addirittura cambiare una città. Forse non tutta, forse non subito. Ma qualche parte di essa sì e senza aspettare troppo. Per esempio, quei vuoti che la città nel suo crescere si è lasciata dietro e che apparentemente non servono a nulla. Una architettura che si occupi di questo non assomiglia affatto a ciò che fanno le archistar e ancora meno i progettisti della Panzerdivisionen dell’edilizia residenziale espansiva. E’ un’architettura che semmai strizza l’occhio alle idee di riuso urbano, di difesa dei beni comuni e di decrescita economica. E quindi non è che riesca tanto simpatica alle amministrazioni pubbliche che invece si inebriano del project financing, di partenariato privato, di programmi integrati e cose così. Insomma questa è l’<architettura zero> e ad essa si ispira il primo fascicolo della nuova serie di <Ellesette>, la rivista scritta e prodotta dagli studenti di Architettura e Ingegneria (Edile-Architettura) del Politecnico di Bari.

La rivista, fresca di stampa, conta 90 pagine, patinate e a colori, di formato obbligatoriamente quadrato (ah, gli architetti!) e di grafica innovativa sul genere enfatico-ipertestuale che un po’ affatica la lettura, ma fa tendenza. Questa nuova serie è nelle mani di Rossella Ferorelli che la dirige e della redazione formata da : Andrea Paone, Daniela Mancini, Enza Chiarazzo, Mariangela Panunzio, Maria Luigia Sasso, Massimo Rubino, Silvia Sivo e Vincenzo Tuccillo. Ci sono altri collaboratori e consulenti, ma li saltiamo per brevità. Così come non diremo delle interviste e dei colloqui con architetti giovani ma già piuttosto affermati, che si possono leggere sulle pagine di <Ellesette>, e nemmeno del sancta sanctorum dei maestri convocati con citazioni utili alla bisogna dello sfondo teorico-filosofico (Hollein, Baudrillard, Mau, Ascott).

Andiamo invece alla polpa di questo fascicolo per scoprire l’interessante report di un laboratorio (ma ovviamente qui si chiama workshop) che ha impegnato sei gruppi di studenti sulla città di Bari. O meglio, su alcuni vuoti urbani per i quali prospettare interventi di Architettura Zero. Si tratta della rotonda di piazza Diaz, al lungomare, di uno slargo in via Amendola, di largo Principessa Jolanda a San Pasquale, del ponte XX Settembre (o meglio di quel che gli sta sotto) e infine il viadotto ferroviario di Corso Italia (o meglio anche in questo caso del territorio indistinto che è scandito dai piloni). Sarà per l’estensione dell’area (2800 metriquadri) per la sua collocazione a cavallo tra il quartiere murattiano e il Libertà o per la suggestione della infrastruttura ferroviaria (quella che gli antichi maestri indicavano come un carattere precipuo della metropoli), fatto sta che proprio il viadotto è stato scelto da ben due gruppi che si cimentano con proposte diverse e in questa maniera indicano le potenzialità del luogo e l’efficacia di un approccio progettuale che non sia condizionato dalla redditività dell’ impresa di trasformazione.

Un gruppo ipotizza di riutilizzare un vagone ferroviario dismesso come box informativo e di riciclare a nuovo uso gli arredi ferroviari per attrezzare le diverse campate da destinare a usi che si sono già spontaneamente affermati, ma conferendo loro un ordine: una zona per il gioco deri ragazzini, un’altra per il parcheggio, un’area per la sosta e anche per il consumo di cibo da asporto, un’area per il riapro dei cani, un’altra per i senzatetto. Il secondo gruppo ha puntato sui parcheggi, dividendo corso Italia in tre segmenti con diverse densità di auto e di pedoni.

E’ opportuno sottolineare che entrambi i gruppi puntano a legittimare gli usi che si sono affermati nel tempo anziché imporre una vita completamente nuova agli spazi pubblici (e ai loro <abitanti> ) ma al tempo stesso non possiamo fare a meno di notare la totale assenza della <storia dei luoghi> nei progetti, che ignorano, ad esempio, che quello di corso Italia aveva, a suo tempo, conquistato un record: il più lungo viadotto ferroviario in curva d’Europa, progettato dall’ingegner Porcheddu, concessionario per l’Italia del brevetto Hennebique per il cemento armato. E infine, che è tra le pochissime cose del Novecento barese che lo Stato tutela in quanto beni architettonici.

NICOLA SIGNORILE

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