L’Aquila 5 maggio. Storici dell’arte e ricostruzione civile.

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I partecipanti alla manifestazione riuniti nella chiesa di S. Giuseppe Artigiano, L'Aquila | ph. Roberta Signorile
I partecipanti alla manifestazione riuniti nella chiesa di S. Giuseppe Artigiano, L’Aquila | ph. Roberta Signorile

Dopo il sisma gli storici dell’arte sulla ricostruzione «Attenti, L’Aquila non diventerà una Disneyland»

Mille e più di mille ieri (domenica 5 maggio, ndr)  in corteo fra i ruderi di una città uccisa. Non operai o studenti nè disoccupati. Ma storici dell’arte, provenienti da tutt’Italia per chiedere la ricostruzione del centro storico dell’Aquila: dei suoi monumenti, delle sue case e soprattutto della sua cittadinanza.

Tra gli storici, anche il neo ministro dei Beni culturali, Massimo Bray, che ha scelto di non parlare nella assemblea tenuta ieri pomeriggio nella chiesa di san Giuseppe Artigiano. Ma di ascoltare, non senza imbarazzo, le caute aperture di credito verso il nuovo governo. Ci ha pensato Salvatore Settis – nell’applauditissimo intervento conclusivo – a ricordare al ministro di aver appena giurato, insieme a tutto il governo Letta, sulla Costituzione e sulla gerarchia di valori che essa stabilisce: i diritti vengono prima dell’economia e un diritto costituzionale é anche il diritto di resistenza al malgoverno, alle scelte che hanno prodotto in questi quattro anni dal terremoto l’esilio degli aquilani dalla loro città. continua a leggere

“Le cose che sono il luogo”

monumento alla partigiana di Carlo Scarpa | Venezia (foto Roberta Signorile)
Monumento alla partigiana di Carlo Scarpa | Venezia (foto Roberta Signorile)

< […] Fernando Tàvora ci accompagnò in  un sopralluogo e disse: ” L’edificio deve stare qui “. Scelse quel luogo difficilissimo, ma, realmente, fantastico: abbiamo poi vinto il concorso soprattutto grazie a quella collocazione, che nessun altro aveva proposto. La soluzione appare, oggi, ovvia e inevitabile mentre, in realtà, vedere prima è intuizione difficile, possibile solo con l’aiuto di una grande esperienza. In questi primi lavori è maturata la determinante, irreprimibile sensazione che l’architettura non termini in alcun punto, va dall’oggetto allo spazio e, quindi, alla relazione tra gli spazi, fino a trovare compimento nella natura. Questa idea di continuità, che può essere ricca di dissonanze senza mai smettere di esistere, è oggi in crisi e i luoghi naturali, rapidamente, cominciano a soffocare, nonostante sia evidente che l’architettura non ha senso se non in relazione alla natura. >

In queste parole di Alvaro Siza, tratte da “Immaginare l’evidenza” (Editori Laterza | Bari, 1998) si possono attingere alcuni, fondamentali punti fermi del pensiero architettonico “coscienzioso”. L’essenzialità del discorso di Siza già fa riflettere sull’animo particolare con cui si ha a che fare: egli ricorda con ammirazione e affetto il suo mentore, Tàvora, senza ricorrere a retorica o smielataggine, semplicemente raccontando episodi che riconosce essere stati fondamentali per la sua formazione, e i cui dettagli sono così vividi da far percepire il legame stretto con il suo maestro. Ammette la superiorità di Tavora nell’aver saputo vedere-prima, anticipare la visione di un luogo trasformato, pre-vedere la culla ideale per un progetto non ancora nato. Una capacità che presto avrebbe conquistato anche lui.

E ancora, con un tono che ha sempre il tocco malinconico del Portogallo, Siza in pochissime parole stabilisce la relationship tra oggetto e spazio, che lui interpreta come continua: è come se la natura, il contesto, il paesaggio fossero l’insieme di elementi già esistenti, i caratteri che danno l’identità del luogo, ma che non sono fermi nella loro entità. Non sono bloccati. Sono mutevoli.

Mutevoli per loro natura, ma anche per l’aggregazione, l’inserimento di nuovi oggetti: le architetture. Siza lo dice, può capitare di dover progettare in un luogo che presupporremmo rovinato da una nuova architettura; e allora egli pone l’attenzione su come, con estrema sensibilità e onestà intellettuale, si possa immaginare un nuovo elemento inserito nel paesaggio, che dialoghi con esso senza sopraffarlo, rendendo il paesaggio costituito e non solo costituente, come intendeva Heidegger:  < […] le cose non solo “appartengono” al luogo, ma sono il luogo >.

Se questa coscienza fosse appartenuta ai più (costruttori, ingegneri, architetti, …), avremmo più diffusamente a che fare con un approccio progettuale nei confronti del contesto rispettoso e discreto, indice di una trasformazione dinamica ma identitaria dello spazio.

Non avremmo obbrobri sparsi sulle coste e nelle città, non dovremmo girarci dall’altra parte passando vicino a un cantiere. Ma non potremmo, nemmeno, tirare un sospiro di sollievo leggendo alcuni libri, come questo di Siza.

ROBERTA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 01_08_2012

Un’immagine del workshop (foto Roberta Signorile)

Un buon dentista per le carie del Murattiano _ Gli studenti sfidano Quaroni

Il quartiere murattiano è una bocca cariata. Fra palazzi di fine Ottocento e palazzi degli anni Cinquanta e Sessanta rimane qui e là un rudere o un buco: troppo piccolo perché convenga sostituirlo con una nuova costruzione che, comunque, non risolverebbe il problema delle differenti altezze – dai dieci ai trenta metri –  che frastagliano i fronti degli isolati.
Ci vorrebbe un dentista. Ma uno bravo, di quelli che riescono a rifarti la dentiera con gli impianti giusti. Lo sapeva bene Ludovico Quaroni quando, disegnando il piano regolatore di Bari  – quello ancora vigente – considerò il quadrilatero murattiano non «centro storico», ma «zona di completamento». Il che sembra una contraddizione, considerando che le volumetrie già allora  realizzate (a metà degli anni Settanta) superavano le previsioni pur larghissime (7 metri cubi per metroquadro è l’indice di fabbricabilità) del nuovo piano regolatore. Ma era chiaro che Quaroni diceva «completamento» pensando e parlando non da urbanista, ma da architetto. E infatti nelle norme tecniche di attuazione del Prg  (art. 47) prescriveva che il completamento avrebbe dovuto avvenire per l’unità minima dell’isolato e attraverso un piano particolareggiato per  «assicurare un carattere unitario al complesso e informare le costruzioni a criteri di dignità architettonica, sia sulle fronti stradali che verso i cortili».

Il piano particolareggiato del Murattiano, in questi trent’anni abbondanti che sono trascorsi,  come è noto non s’è fatto. Per molte ragioni, la principale delle quali è il «fuoco amico», cioè la gigantesca promessa di espansione nelle periferie che lo stesso Prg conteneva e contiene. Sicché l’indirizzo della industria edile e del mercato immobiliare è rimasto fermamente nelle mani della proprietà fondiaria che ha distratto risorse dalla rigenerazione del Centro, lasciato infine ai rischi della Superdia tamponati a fatica dai tecnici comunali.

Ora che si va (lentamente) verso un nuovo piano regolatore, la questione si ripresenta di grande attualità e urgenza, anche alla luce del vincolo architettonico-paesaggistico che il Comune sta studiando di applicare al Murattiano.
Ci vorrebbe un buon dentista, adesso. E che ce ne siano, in giro, ne siamo sicuri, dopo aver visto al Politecnico la mostra conclusiva del corso di Architettura e Composizione architettonica I tenuto dal prof. Lorenzo Netti. Ben 34 progetti, realizzati da un centinaio di studenti sotto la guida di 6 giovanissimi tutor (studenti stagionati o neolaureati). Il tema è appunto, la sostituzione edilizia nel Murattiano. Ogni gruppo ha scelto un  lotto, un edificio da buttar giù e da sostituire ex novo, con una certa libertà d’azione e senza tener conto delle norme urbanistiche. L’obiettivo era semplice e al tempo stesso terribile: ricucire le difformità dei volumi confinanti con una architettura di linguaggio onestamente contemporaneo, senza tentazioni mimesi con l’antico, ma sottoponendosi a quelle scarne ma rigide norme di progettazione che sottendono al neoclassicismo del Murattiano una volta depurato dalle bellurie del decoro.
Il risultato è sorprendente: lì dove avremmo dovuto aspettarci una uniformità di soluzioni abbiamo invece una grande varietà di proposte. C’è chi raccorda le altezze con volumi  medi e chi sottolinea il contrasto con un drammatico spacco verticale; c’è chi monta sul terrazzo pannelli fotovoltaici e chi issa un grande vaso di Tarshito per fare anche arte pubblica; c’è chi adotta una doppia pelle in facciata per arretrare il fronte e chi contrappunta il prospetto con superfici oblique che accennano a logge. Qui e là si riconoscono citazioni delle architetture migliori degli anni Sessanta, quelle dei Chiaia, dei Cirielli, dei Sangirardi e dei Mangini. E se un tratto comune, in tanta diversità, vogliamo riconoscere è la definitiva scomparsa dei balconi.

Che queste idee non abbiano tenuto conto dei vincoli urbanistici non è un limite, ma è il loro pregio: dimostrano che il «completamento» del Murattiano può avvenire partendo dalla architettura e arrivando alla norma, anziché il contrario come si è fatto finora. Un piano particolareggiato lo consente e in una strategia  che porterebbe certo ad aumentare i volumi (ma non automaticamente le superfici) la parte pubblica potrebbe trovare un vantaggio ben superiore alle illusioni di crediti urbanistici.

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 25_04_2012

 

Un tratto dell'Asse Nord - Sud (foto Roberta Signorile)

Asse Nord-Sud il risarcimento della modernità _ Perché il Comune sborsa 25 milioni

Venticinque milioni di euro da pagare. Tutti e subito. Sborsa il Comune di Bari, incassano le ditte Impregilo e Aleandri. È fissata per Il 7 maggio l’udienza davanti al giudice dell’esecuzione e nel frattempo il Comune cerca almeno di rateizzare la somma, per non sforare il Patto di stabilità. È vero, si attende ancora la sentenza della Cassazione, ma intanto quei soldi vanno versati così come ha deciso a giugno la Corte d’Appello nella causa intentata nel 1997 dalle imprese di costruzione. Si tratta – come ha raccontato Massimiliano Scagliarini su queste pagine – del risarcimento (più gli interessi) per una incredibile decisione presa dalla amministrazione Di Cagno Abbrescia durante i tormentati lavori del primo lotto dell’Asse Nord-Sud: annullare il contratto e affidare ad altri l’appalto.

L’Asse Nord-Sud, consumando un feroce tradimento delle previsioni di Ludovico Quaroni che nel piano regolatore aveva immaginato un grande boulavard costeggiato di giardini, uffici e negozi, è stato invece concepito dai progettisti del Comune come una autostrada urbana. Ricorda il caso della Cross-Bronx Expressway, disastroso sul piano sociale e paesaggistico: un «urbicidio», come l’ha definito il sociologo americano Marshall Berman nel libro L’esperienza della modernità (il Mulino ed.). Ma con una fondamentale differenza. La strada che taglia il Bronx fu progettata «tecnicamente» bene da Robert Moses, il patriarca delle opere pubbliche di New York, e realizzata senza intoppi tra la primavera e l’autunno del 1953. Il cantiere del primo tratto dell’Asse Nord-Sud, viceversa, è durato quindici anni, costellati di liti giudiziarie di cui oggi assistiamo all’epilogo.

All’origine del mostro urbano c’è una miscela esplosiva di cattiva progettazione e malgoverno della cosa pubblica. Stando almeno alla ricostruzione della vicenda fatta dai consulenti tecnici d’ufficio nominati dal tribunale civile: l’avv. Nicola Di Modugno e l’ingegnere Vito Dispoto.

I mondiali di calcio del ’90 sono un’occasione d’oro e c’è una legge speciale (la 205 del 1989) che distribuisce soldi a palate purché ci siano progetti esecutivi e cantieri da aprire immediatamente. Il progetto dell’Asse Nord-Sud, approvato dal Comune l’anno precedente, è appunto «esecutivo» e nel giugno ‘89 viene bandita la gara, ma già prima dell’aggiudicazione la Soprintendenza ai beni culturali comunica che lungo il tracciato della strada ci sono ville antiche e insediamenti rupestri da vincolare. Ad aprile del ’90, appena un mese dopo l’avvio dei lavori, l’Anas «sanciva la necessità di introdurre sostanziali modifiche allo svincolo sulla tengenziale». Passa un altro mese e il comitato dell’Alta Sorveglianza, per evitare le demolizioni di immobili da espropriare che sono oggetto di numerosi ricorsi a Tar e per salvaguardare i beni archeologici, manifesta «un diverso ripensamento circa la validità del progetto posto a base di gara». L’Anas si fa venire dei dubbi anche per l’Asse Est-Ovest e lo svincolo con la via di Bitritto.

Insomma «la caotica situazione venutasi a creare – scrivono i periti – impediva la programmata e costante produzione in cantiere». E arriva perciò la prima sospensione dei lavori. Il resto è una sequenza di intoppi, varianti e decisioni incongrue, fino alla rielaborazione del progetto (che richiede tre anni) . Nel frattempo, il provveditore alle opere pubbliche Francesco Musci, nominato da Di Cagno Abbrescia ingegnere capo dei lavori, fissa la ripresa dei lavori, ma la Impregilo contesta la genericità del verbale. Per tutta risposta – siamo arrivati al 1998 – la giunta Di Cagno Abbrescia su proposta di Musci rescinde il contratto e poi – a contenzioso aperto – affida ad altre imprese il completamento dei lavori.

All’orgine della intricata vicenda, c’è un progetto assai lacunoso e la volontà politica di acchiappare fondi pubblici e aprire cantieri purchessia: quel che si dice «decisionismo» e che oggi produce alle casse comunali un danno notevolissimo. Ma soprattutto c’è una ideologia dell’infrastruttura che ha deformato il disegno urbano di Ludovico Quaroni producendo mostri. Come dice Berman «spesso il prezzo di una modernità in via di sviluppo e in espansione è la distruzione non solo di istituzioni e ambienti “tradizionali” e “pre-moderni”, ma – e qui è la vera tragedia – anche di tutto quanto vi è di più bello e vitale nello stesso mondo moderno».

NICOLA SIGNORILE

BEYOND _ La città e il mare

dalla Barceloneta _ Barcellona (foto Roberta Signorile)

Ultimamente si parla molto di waterfront, costa, tutela del paesaggio, progetti stile “Punta Perotti” …

Controverse sono le opinioni in merito a come sia meglio approcciarsi (da progettisti) nei confronti del mare e della città, a cosa privilegiare e a come rispettare la normativa vigente.

In un paese dove la corruzione e l’avidità hanno portato largamente ad abusi edilizi e alla violenza sul paesaggio, soprattutto quello delle coste, è ancora possibile progettare e riqualificare avendo l’enorme privilegio del mare come scenografia?

La foto qui sopra è del 2010, quella che si vede è la spiaggia più famosa di Barcellona, il tratto de La Barceloneta: ogni giorno accoglie turisti, cittadini – di tutti gli strati sociali – persone di ogni età; la si raggiunge a piedi – con una bellissima passeggiata su un marciapiede largo più di 6 metri, dotato di sedute e ombra – ma anche con la metropolitana, che ha in corrispondenza di questo luogo, una fermata dedicata e frequentatissima. Circondata da servizi, cinema, musei e locali, la Barceloneta con il suo “layout” assimila perfettamente anche edifici come un ospedale, che in questo scenario è capace di offrire ai malati un luogo gradevole.

E guardando verso Nord si scorgono, eleganti e ammiccanti, le architetture contemporane nate dalla matita di progettisti come Brullet e De Pineda, RGA, Miralles e Tagliabue, Bofill, Gehry. A colpo d’occhio questo pezzo di città, uno tra i più conosciuti, non produce nessun tipo di critica in negativo. Seduti su una panchina, o stesi sulla sabbia, o percorrendo il lungomare si viene attirati da tutte le impressioni visive gratificanti che La Barceloneta suscita e che renderanno difficile il distacco da Barcellona.

E qui in Italia? Difficile fare il paragone con città che con difficoltà, e ancora in maniera discontinua, cercano di sentire il mare come una parte dell’identità urbana e che nemmeno con gli strumenti urbanistici lo rispettano adeguatamente.

E voi? Che ne pensate?

ROBERTA SIGNORILE