L’Aquila 5 maggio. Storici dell’arte e ricostruzione civile.

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I partecipanti alla manifestazione riuniti nella chiesa di S. Giuseppe Artigiano, L'Aquila | ph. Roberta Signorile
I partecipanti alla manifestazione riuniti nella chiesa di S. Giuseppe Artigiano, L’Aquila | ph. Roberta Signorile

Dopo il sisma gli storici dell’arte sulla ricostruzione «Attenti, L’Aquila non diventerà una Disneyland»

Mille e più di mille ieri (domenica 5 maggio, ndr)  in corteo fra i ruderi di una città uccisa. Non operai o studenti nè disoccupati. Ma storici dell’arte, provenienti da tutt’Italia per chiedere la ricostruzione del centro storico dell’Aquila: dei suoi monumenti, delle sue case e soprattutto della sua cittadinanza.

Tra gli storici, anche il neo ministro dei Beni culturali, Massimo Bray, che ha scelto di non parlare nella assemblea tenuta ieri pomeriggio nella chiesa di san Giuseppe Artigiano. Ma di ascoltare, non senza imbarazzo, le caute aperture di credito verso il nuovo governo. Ci ha pensato Salvatore Settis – nell’applauditissimo intervento conclusivo – a ricordare al ministro di aver appena giurato, insieme a tutto il governo Letta, sulla Costituzione e sulla gerarchia di valori che essa stabilisce: i diritti vengono prima dell’economia e un diritto costituzionale é anche il diritto di resistenza al malgoverno, alle scelte che hanno prodotto in questi quattro anni dal terremoto l’esilio degli aquilani dalla loro città. continua a leggere

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 03_04_2013

mangini margherita
L’efficace schizzo di Onofrio Mangini del progetto di concorso per l’area del Ferrarese

Il Margherita e la grammatica dei sentimenti

La grammatica ha un grande potere: cambia le carte in tavola. Certe volte basta un plurale per far rientrare dalla finestra quel che è uscito dalla porta. Prendiamo il caso del Bac. L’acronimo stava per Bari Arte Contempranea, ora sta per Bari Arti Contemporanee. Ma sempre Bac rimane, così non è chiaro se il vecchio sia stato sepolto oppure sia sempre vegeto, oppure sia uno zombie che continuerà a disturbarci i sogni.

La vecchia sigla indicava il museo ipotizzato due anni fa e al quale doveva essere destinato il teatro Margherita, modificato per l’abbisogna secondo i disegni dell’architetto David Chipperfield. Il progetto è naufragato per l’opposizione della Regione Puglia che, chiamata a cose fatte a metterci tutti i soldi necessari, non ha trovato per niente convincente né conveniente la fondazione pubblica-privata che avrebbe dovuto gestirlo.

Ora che il teatro Margherita (di proprietà del Demanio) è stato permutato con l’ex Macello e l’ex Frigorifero comunale, sedi dell’archivio di Stato e della Biblioteca nazionale, si può inseguire uno degli obiettivi del Patto per Bari firmato il 9 gennaio scorso da Vendola e da Emiliano. Parliamo del cosiddetto Miglio dei teatri. «Al teatro Margherita, inutilizzato da molti decenni,- si legge nel Patto – va affidata, dopo una adeguata ristrutturazione degli spazi, la funzione di laboratorio mediterraneo del teatro, della danza e delle arti sceniche e visive, una casa da offrire alle realtà produttive cittadine in cui convergano multidisciplinarietà, innovazione e sperimentazione delle arti contemporanee». continua a leggere

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 31_10_2012

Volkmarsdorf _ Leipzig

Vincoli in centro ostaggi di forze uguali e contrarie _ Lo scontro approda al Comune

Ha preso un brutta strada, il vincolo paesaggistico sui quartieri centrali. Oggi la commissione urbanistica del Comune sentirà l’assessore regionale Angela Barbanente e l’assessore comunale Elio Sannicandro sul procedimento di vincolo avviato lo scorso 3 luglio. E i componenti di quella commissione scopriranno un paio di verità che avrebbero pure potuto già conoscere se solo avessero letto le carte, prima di diramare inviti e convocazioni sull’onda delle «numerose sollecitazioni». E cioè: 1) il vincolo non è stato ancora applicato ma è stata  soltanto avviata la procedura; 2) la stessa procedura prevede l’attivazione di una «inchiesta pubblica», secondo i modi stabiliti dal Codice dei Beni culturali.

Una settimana fa, in questa stessa rubrica, avevamo manifestato il timore che l’«inchiesta pubblica» – strumento di governance al suo debutto, a queste latitudini – potesse risolversi nel nome nuovo applicato alla vecchia pratica che contrappone i (deboli) interessi pubblici ai (forti) interessi privati. Purtroppo già il linguaggio adoperato in commissione («al fine di evitare disagi alla comunità cittadina») ci indica che il timore era fondato.

E allora è il caso di sgomberare il campo da un equivoco che potrebbe alimentare il consueto duello Comune-Regione: la proposta del vincolo non è della Regione, ma della Direzione regionale per i Beni culturali e risale al 26 novembre 2010. L’ufficio regionale all’Assetto del territorio ha convocato allora la commissione prevista dal Codice dei Beni culturali e la prima riunione si è svolta il 21 giugno dell’anno scorso. Vi ha preso parte anche il Comune di Bari, che non solo  si è detto favorevole ma ha pure partecipato attivamente a modificare il testo  del decreto nelle cinque riunioni successive. Dunque è sbagliato parlare di un atto della Regione Puglia e sinceramente non si comprendono le titubanze postume del Comune di Bari.

Il rischio è che una buona, attesa iniziativa si trasformi in un boomerang. Spingono verso questo rischio forze uguali e contrarie. Da una parte i difetti del vincolo proposto, che abbiamo già indicato nella rubrica di mercoledì scorso e che in sintesi estrema consistono nella  puntigliosità delle prescrizioni tecniche e dei divieti irragionevoli. Dall’altra, c’è la resistenza degli imprenditori edili che sempre invocano regole certe ma, quando le hanno, poi le respingono gridando al pericolo di un blocco totale del settore.

Poiché secondo il vincolo il divieto di demolizione e ricostruzione riguarderebbe solo gli edifici realizzati prima del 1942 e non certo quelli successivi, gli imprenditori tradiscono così il loro vero, profondo pensiero: che l’attività edilizia sia solo quella del «nuovo» e del «più grande», non considerando affatto il settore del restauro che invece proprio dal vincolo riceverebbe un formidabile impulso.

Tuttavia sul restauro bisogna intendersi: ci pare che nella proposta di decreto i conservatori della Soprintendenza abbiano calcato la mano, spingendosi addirittura a considerare il falso ottocentesco come unica possibilità di ricostruire ciò che crolla (e da sé, beninteso, per disgrazia). Il restauro nella città, però, non è il restauro di un monumento: deve fare i conti con la fisiologica, insopprimibile fame di trasformazione che scorre nei vasi sanguigni e linfatici del corpo urbano. Per questo bisogna avere il coraggio di decidere ciò che è bene conservare  e cosa no, indipendentemente dal certificato di nascita. Il vincolo paesaggistico generalizzato forse non è lo strumento più idoneo per questo. Potrebbe essere utile per ingessare Bari vecchia spingendola ancor più verso un malinconico destino di «parco a tema» ad uso dei turisti, ma non certo per un quartiere popolare come il Libertà i cui «caratteri identitari» (per usare una categoria cara ai redattori del decreto di vincolo) forse sono ben altro che la riproduzione grossolana della trama «murattiana» nel suo disegno urbanistico.

E tuttavia una forma di controllo sulla trasformazione della città storica, consolidata bisogna trovarla, con o senza divieti. Nel resto d’Europa lo fanno con i vincoli. In Germania, per esempio, interi quartieri – anche popolari –  sono sotto la Denkmalschütz (tutela monumentale) imposta dal Comune e dal Land. E sono quelli più appetibili sul mercato immobiliare.

Forse è il caso di andare a vedere come fanno lassù.

NICOLA SIGNORILE

 

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 25_07_2012

Bundesverwaltungsgericht_Lipsia

Palagiustizia ma senza perdere la campagna _ Cittadella, i nei della variante

Domani iniziano i lavori di consolidamento statico del Palagiustizia di via Nazariantz, disposti dall’Inail, che è l’ente proprietario dell’immobile.
In settimana la Commissione di manutenzione presso la Corte d’Appello di Bari riceverà dal Comune lo studio di fattibilità per le sedi alternative e provvisorie: comunque vada  e qualunque sia l’opinione dei magistrati, come anticipato ieri dalla Gazzetta, prima di Natale non ci sarà alcun trasloco.
Intanto, l’avv. Giuseppe Albenzio, il commissario nominato dal prefetto per eseguire la decisione del Consiglio di Stato sulla Cittadella della giustizia, sta esaminando le opposizioni e le osservazioni alla variante urbanistica che è stata progettata dall’architetto romano Claudio Catucci e che Albenzio ha firmato.
Come già riferito in questa rubrica, alla variante si oppone, tra gli altri, la Consulta comunale dell’ambiente, che riunisce numerose e storiche associazioni impegnate nella difesa del patrimonio paesaggistico e dei beni comuni: da Italia Nostra al Fai, da Legambiente a Sviluppo Sostenibile. La manifestazione di dissenso delle associazioni è un fatto  previsto dalla procedura di approvazione di una variante, soprattutto in questo caso: si tratta infatti di trasformare in città poco meno di 29 ettari di campagna.
Che la campagna sia incolta  e degradata, poco importa dal punto di vista urbanistico: perché una campagna libera può tonare ad essere area agricola, mentre una edificazione è irreversibile. Cioè, la campagna è una risorsa non rinnovabile e dovrebbe impressionare chiunque il fatto – richiamato nelle osservazioni della Consulta – che «nonostante il decremento della popolazione barese, il consumo del suolo nel 2000 si è triplicato rispetto al 1961 raggiungendo i 9.269 ettari». Negli ultimi 40 anni sono stati consumati mediamente ogni anno 159 ettari e solo nel decennio 1990-2000 il consumo è stato di 282 ettari all’anno. Si può andare avanti di questo passo? Se guardiamo alla Germania – paese virtuoso sotto moltissimi aspetti – scopriamo che il governo (conservatore) di Angela Merkel ha fissato al 2020 l’obiettivo del «consumo zero» di suolo e come spesso avviene nelle cose tedesche ci sono buone probabilità che l’obiettivo venga raggiunto ben prima di quella data.

Dunque, l’Europa marcia verso la rigenerazione urbana, la riqualificazione dei quartieri periferici e la densificazione delle città. A Bari invece una variante imposta dai giudici di Palazzo Spada contro la volontà dell’amministrazione comunale potrebbe pregiudicare la sopravvivenza di quel prezioso «cuneo di campagna» salvaguardato da Ludovico Quaroni nel suo piano regolatore.
Ma come si giustifica, sul piano tecnico, la variante del commissario? Era il bando della ricerca di mercato «dettata» dalla Commissione di manutenzione ad ammettere la possibilità di una variante nel caso di mancanza nel piano regolatore di adeguate aree per l’edilizia giudiziaria. Ma è lo stesso  progettista della variante ad ammettere (pag. 12-13), che quelle aree esistevano ed anzi erano state individuate dal Comune nel 1990. In particolare l’area del Tondo di Carbonara.  E proprio in virtù di questa prossimità, anziché trovare come sarebbe logico, un buon motivo per negare la possibilità di realizzare la cittadella sui suoli della proprietà Lamberti, a sud dello Stadio San Nicola, il progettista afferma che ciò  prova «la validità urbanistica della ubicazione  della Nuova Sede Unica degli Uffici giudiziari di Bari, il cui sedime è oggetto della presente variante».

Nella città sassone di Lipsia nessuno si è sognato, nemmeno nel clima euforico  dopo la caduta del Muro, di costruire un cittadella della giustizia nel grande cuneo verde che attraversa la città da nord a sud. Per la nuova sede del Tribunale amministrativo federale, il Bundesverwaltungsgericht, è stato naturale pensare al restauro del vecchio Tribunale imperiale progettato alla fine dell’Ottocento da Ludwig Hoffmann e Peter Dybwad. Tra l’altro, è  il tribunale in cui si svolse nel 1933 il processo di Lipsia e in cui Gyorgy Dimitrov, accusato dell’incendio del Reichstag, ribaltò le accuse contro il nazisti.
La storia ha il suo peso, nella salvaguardia del paesaggio, in una città come Lipsia, che non a caso è già vicinissima al consumo zero di suolo.

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 30_05_2012

 

Render del progetto

Gilda e l’assassino: giallo al museo di Santa Scolastica _ Il progetto, un ritorno al passato

La scoperta, che possiamo annunciare in anteprima, delle fondamenta della chiesa di San Pietro a Bari vecchia è una magra consolazione. L’affiorare con gli scavi archeologici in atto nell’area accanto all’ex monastero di Santa Scolastica delle tracce delle absidi conferma che avevano ragione tutti quelli che protestarono contro il progetto di padiglione strallato da costruire proprio lì. Le proteste per una decisione che avrebbe compromesso gli ulteriori scavi archeologici convinsero l’ex presidente della Provincia, Enzo Divella, a seppellire il progetto redatto nel 2005 dall’architetto Marcello Benedettelli (soprintendente barese ai Beni architettonici e del paesaggio) con la consulenza dell’architetto Gianni Vincenti.

Divella prese allora la decisione (coraggiosa, per Bari, addirittura temeraria) di bandire un concorso internazionale di progettazione. Concorso purtroppo naufragato dopo la sonora bocciatura del progetto vincitore nel 2008 (capogruppo, l’architetto Mari di Bologna) da parte del comitato di esperti del ministero dei Beni culturali. Bisogna dire che i «giudici» romani ebbero un grosso aiuto dalla giuria del concorso che aveva scelto «il migliore» preferendolo a progetti con ben altre qualità. Citiamo, ad esempio, il progetto di Gae Aulenti e dell’archeologo Giuliano Volpe, solo perché il duetto ha appena condotto il restauro e l’allestimento museale di palazzo Branciforte a Palermo: ne ha puntualmente raccontato Giacomo Annibaldis ai lettori della Gazzetta, domenica scorsa.

Il braccio di ferro istituzionale  poteva riconsegnare la progettazione nelle mani dei tecnici di Stato, come puntualmente è avvenuto. Prima un progetto firmato dallo stesso direttore regionale dei Beni culturali per la Puglia, Ruggero Martines, poi – quando si è reso disponibile un finanziamento regionale di poco meno di due milioni di euro – un nuovo progetto firmato da Teresa Elena Cinquantaquattro (soprintendente all’Archeologia di Napoli e Pompei) e da Francesco Longobardi (architetto della direzione pugliese per i beni culturali).

In effetti quest’ultimo progetto è una revisione di quello di Martines, che a sua volta era un ritorno all’idea di Benedettelli: lega i tre progetti la medesima idea di vendetta nei confronti del bel restauro condotto negli anni Settanta da Angelo Ambrosi e Giuseppe Radicchio. Vendetta sfumata nei toni col passare del tempo ma riconfermata dalla demolizione dell’aula sospesa. Sarà certo una coincidenza: il progetto delle cosiddette «proposte migliorative»  con cui le imprese Vincenzo Modugno di Capua e Antonio Resta di Bari si sono aggiudicate l’appalto dei lavori è firmato dall’architetto Gianni Vincenti, già collaboratore di Benedettelli nel primo progetto. E così il cerchio si chiude.

Di nuovo, c’è l’apertura di un ingresso verso il mare, unico frutto delle  buone proposte partorite dal concorso. All’idea di Martines – che aveva concepito un ponte pedonale per scavalcare il traffico del lungomare e finire dritto dritto nel porto, in bocca ai croceristi – si è voluto rinunciare nell’ultima edizione, ma l’intenzione di indirizzare tutti gli sforzi al fast food dei turisti resiste prepotente nel tracciato dell’«Art-way». Sotto il belletto dell’espressione inglese rimane il percorso che il visitatore dovrà intraprendere entrando dal lungomare: a lui si offre un «assaggio» del museo che verrà, chissà quando. Per il momento, si lavora al solo piano terra. Se esiste un progetto anche per l’intero complesso di Santa Scolastica non siamo tenuti a sapere: tutto è avvolto nelle nebbie ministeriali. Dobbiamo accontentarci allora degli inquietanti rendering offerti in pasto alla stampa e ai curiosi. Ce n’è uno che sembra un thriller: esterno notte, una donna sola in abito da sera che pare Rita Hayworth in Gilda aspetta qualcuno davanti al museo e intanto incombe la sagoma di un uomo: è di spalle, intabarrato e nero. Sarà l’assassino? Involontaria metafora della minaccia alla bellezza.

I progetti veri comunque restano ignoti, protetti dalla gelosa riservatezza degli uffici che finalmente si sono ripresi il giocattolo. Un giocattolo che la Provincia ha perduto forse definitivamente con il protocollo di intesa sottoscritto il 30 ottobre 2010. D’altra parte, dacché è iniziata questa vicenda, la Provincia ha finto di convocare inutili comitati, ma non ha mai detto né come né con chi intende gestire il museo.

NICOLA SIGNORILE