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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 24_06_2015

Odile Decq, Museo Macro di Roma

Odile Decq, Museo Macro di Roma

Quartiere Ipocrisia dove la storia la fa lo smemorato _ Gli edili e il riuso urbano


La rigenerazione urbana non è un’opzione. È un obbligo. Una prospettiva senza alternative di cui sono finalmente convinti anche gli imprenditori edili. O almeno la parte più colta e avanzata di loro. La settimana scorsa si è tenuto a Bari un convegno nazionale promosso dall’Ance (l’associazione degli edili) e dalla Scuola di Ingegneria e Architettura. Il tema era, appunto: la rigenerazione urbana nel mezzogiorno d’Italia, con casi di studio come quello di Taranto (Rione Tamburi e città vecchia) e quello di Napoli (i quartieri orientali) e, a confronto lontano, Toronto e Milano.
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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 27_06_2012

Nuovi o restaurati ma solo in città i tribunali dei cugini _ E Renzo Piano la spunta a Parigi

 

Sede unica o niente! Oggi la Commissione di manutenzione presso la corte di Appello deve decidere sul trasferimento urgente della Procura, ma fino all’ultima riunione ha rifiutato qualsiasi alternativa, sia pure provvisoria, che non sia la cittadella di Pizzarotti in suolo agricolo. Eppure è la stessa Commissione (non le stesse persone, naturalmente) che nel 2000 approvò il palazzo di via Nazariantz poi rivelatosi un rudere precoce. Eppure lo giudicò ottimo, addirittura un affare e ne consigliò l’acquisto al Comune (che per fortuna non ci cascò). Fu la stessa commissione a decidere che oltre agli uffici della procura e del gip lì ci potessero andare anche le aule di dibattimento, inducendo l’impresa a cambiare progetto in corso d’opera. Oggi la commissione torna a reclamare la sede unica, ben più ampia degli 80mila metri quadri effettivamente necessari, ma soprattutto fuori dalla città.
E i nostri cugini francesi, che fanno? Vediamo. 

Ormai si sta un po’ stretti nel Palazzo di Giustizia di Strasburgo. L’edificio progettato dall’architetto tedesco Skjold Neckelmann e costruito nel 1897 non è però da buttar via e perciò sarà ristrutturato ed ampliato aggiungendovi duemila metri quadri. Questo è ciò che prevede il progetto del catalano Jordi Garcés che ha vinto, insieme allo studio Serra-Vives-Cartagena, il concorso indetto un anno fa. I lavori, che cominceranno nel 2013 e termineranno nel 2016,  costeranno poco più di 63 milioni di euro (due terzi a carico dello Stato). In questo modo, Strasburgo continuerà ad avere il suo tribunale in pieno centro, sul Quai Finkmatt, a un paio di isolati dalla Biblioteca nazionale e dal teatro dell’Opera, tra un ristorante cinese e una bottega di tatuaggi. Ospiterà il Tribunal de Grande Instance, la Corte d’assise e la cancelleria commerciale. Il resto, in altri edifici sparsi qui e là (la procura è in place d’Islande) dal momento che in Francia non ha molto successo la teoria della sede unica. «In generale, un palazzo di giustizia si costruisce  intorno ad un’aula d’assise maestosa. Ma ciò che di questo progetto mi ha sedotto è che l’architetto ha ribaltato il concetto della costruzione mettendo in basso tutto ciò che si svolge in pubblico», ha spiegato Benoît Rault, il presidente del Tribunal de Grande Instance con uno slancio civico che ci lascia ammirati per la maniera di misurasi con i valori simbolici – in una democrazia – di certi luoghi.

A Parigi invece il nuovo tribunale lo costruirà l’italiano Renzo Piano. Nascerà nel quartiere di Batignolles, uno dei luoghi più amati dagli impressionisti (è a due passi da Montmartre), ma anche uno dei quartieri storici interessati da poderosi programmi di rigenerazione urbana.

Il progetto di Renzo Piano consiste in un edificio alto 160 metri, destinato perciò a modificare lo skyline della capitale francese. Si comincia a costruire l’anno prossimo, si finirà nel 2016.  Pur offrendo 90 aule d’udienza e la capacità di accogliere 9mila persone, nemmeno il nuovo palazzo di giustizia parigino sarà sede unica: alcuni uffici rimarranno dove sono, sparsi nella città e certamente la Corte d’appello resterà nella sua storica sede, all’Île de la Cité, che si specchia nella Senna.

Ciò nonostante, «questo è il più grande progetto mai condotto dal Ministero della Giustizia», ha detto il ministro Michel Mercier. E in effetti il costo dell’operazione si aggira sui 600 milioni di euro, in parte finanziamenti privati ottenuti attraverso un sistema di partenariato che assomiglia un po’ al project-financing, ma presuppone una gara autenticamente combattuta (non come si fa in Italia…). Renzo Piano infatti è il progettista scelto da un consorzio di imprese guidato da Bouygues Bâtiment Île-de-France, che ha sconfitto la Vinci Constrution con un progetto firmato da Rem Koolhaas (un altro grattacielo, beninteso).

La gara bandita dal Eppjp (l’ente pubblico messo su per gestire la costruzione del nuovo tribunale) ha mandato in archivio un altro precedente concorso, che risale a ben sei anni fa: allora si era scelto di costruire il palazzo di giustizia sul sito ferroviario dismesso di Tolbiac, salvando il vecchio mercato ortofruttolo all’ingrosso, scelta governativa contestata dalla municipalità di Parigi.

Ma non fu vana l’attesa: almeno Renzo Piano ci ha guadagnato, anche perché sembra che per il suo nuovo lavoro si sia ispirato ad uno dei progetti finalisti di Tolbiac: quello dello studio francese 3Box. Ma queste sono maldicenze del critico.

 NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 23_05_2012

Foggia Festival InnovAbilia

Oggetti diversi dai neomateriali in tutti i sensi _ Nove designer a Innovabilia

 

Un bracciale che ti avverte di un attacco di allergia, una tazza che cambia colore per non farti scottare, un piatto-tegame per chi non può afferrare saldamente gli oggetti, un paio di occhiali che fanno vedere gli ostacoli a chi non ha la vista, una collana che fa parlare chi non ha voce. Il design di ricerca incontra la vita dei diversamente abili: una rassegna di idee progettuali è stata presentata nei giorni scorsi a Innovabilia  a Foggia. La mostra, intitolata Diverso Design, è stata concepita però a Bari e baresi sono i curatori, Trevisi e Pagnelli.
L’orizzonte su cui si sono misurati i nove autori è quello che alla progettazione degli oggetti dispiegano le nuove tecnologie e soprattutto i nuovi materiali.  Situazione ingannevole, perché il rischio maggiore – in questi casi  – è di far invecchiare il nuovo prima che nasca. È quel che succede rispettando una tradizionale gerarchia tra progetto e materiale. I neomateriali, invece, reclamano che il progetto scaturisca proprio dalle loro inedite qualità.
Alla sfera della esperienza tattile si riferiscono i progetti di Renata Del Medico, Francesco Mancini, Daniele Trevisi e Antonella Mari. La prima ha concepito «Assunta la Morra», un dispositivo che riassume i tre gesti dell’antico gioco cinese, una specie di guanto con zone diversamente colorate che si accendono grazie all’impulso di micromovimenti della mano. Il secondo ha invece reinventato le spine elettriche pensando a chi ha difficoltà ad afferrare quegli oggetti troppo piccoli o dalla superficie scivolosa. Antonella Mari con «Cookeat» ha riunito tre azioni: cucinare, trasportare e mangiare in un unico oggetto, un tegame-sacchetto-piatto realizzato in silicone per alimenti, un materiale resistente alle alte temperature, la cui duttilità ha suscitato la forma a marsupio. Inoltre, l’aggiunta di materiale termosensibile nei punti di presa indica al tatto la temperatura del contenuto. Una preoccupazione, questa, che ha guidato anche Trevisi nel concepire una tazza  destinata a chi non sente né il caldo né il freddo nelle mani: l’oggetto cambia colore a seconda della temperatura.
Come ha notato di recente Ezio Manzini nel saggio Tra materialità e virtualità. Superfici comunicative e oggetti interattivi (Costa e Nolan ed.):  «da un sistema di oggetti fisici e identificabili (oggetti materiali, individuali, dotati ciascuno della propria intrinseca identità) si è arrivati a un continuum di superfici comunicative, la cui identità è quella del messaggio che su di esse viene proiettato o della performance che esse producono». Di questa metamorfosi delle superfici e dunque anche della pelle umana è consapevole Gloria Valente quando affronta le disabilità che possono derivare  da patologie subdole, come le allergie: per i bambini che ne soffrono l’architetto ha pensato ad un bracciale, decorato con pesciolini che si incastrano nelle loro forme sinuose e dotati di piccoli occhi, in realtà sensori ad infrarossi che a contatto con la pelle rilevano i dosaggi dei mediatori bioumorali delle reazioni allergiche (come Istamina e Ige) e lanciano l’allarme, così da intervenire tempestivamente. Dal bracciale alla collana il passo è breve e l’ha compiuto  Gavy Fogu con un laringofono mimetizzato in un collare di argento elastico. Un gioiello unisex. Si chiama Joywox e permette di parlare a chi la voce non ce l’ha.
Un gruppo, infine, si è avventurato nel territorio – fondamentale nell’architettura- della presenza dinamica del corpo nello spazio. Beppe Adito ha dotato un paio di occhiali di sensori e microfoni per consentire a un ipovedente di muoversi in uno spazio domestico affollato di cose senza andarci a sbattere: se ci si avvina troppo all’ostacolo, comincia a suonare, come le automobili nei parcheggi difficili. Stesso obiettivo per Gianfranco Pagnelli che anziché il suono sfrutta la pressione generata sulla pelle da un «robot organico» capace di misurare in frazioni di secondo la distanza delle cose, da 2 centimetri fino a 3 metri e mezzo. Tommaso Rossano invece ha sviluppato il più antico degli strumenti dei ciechi, il bastone, e l’ha dotato di mini casse acustiche collegabili a i-Pod, i-Pad, lettori MP3 ed ogni altro genere di supporto tecnologico.
In tutti questi progetti emerge l’intenzione di andare oltre la dimensione della protesi modificando l’interfaccia tra l’uomo – non necessariamente disabile –  e l’ambiente. Il fatto ci ricorda un progetto del 1998 del geniale Rem Koolhaas. L’architetto olandese ha trasformato  l’handicap in una risorsa che ha conferito alla casa di Bordeaux disegnata per un uomo che vive su una sedia a rotelle il carattere della innovazione non aggiungendo una protesi tecnologica (l’ascensore) alla casa tradizionale, ma facendo radicalmente della «protesi» l’essenza dello spazio abitativo: una piattaforma di quasi dieci metri quadrati che sale e scende per i tre livelli della casa (cucina, soggiorno e camere da letto), scorrendo lungo una libreria verticale. «Il movimento della piattaforma – ha notato Patrizia Mello (in Design contemporaneo, Electa ed.) cambia continuamente l’architettura della casa. Una vera e propria casa-protesi, improntata  – paradossalmente – alla mobilità della visione».   

NICOLA SIGNORILE

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