PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 10_02_2016

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Guido Cadorin, Le tabacchine, olio su tavola, 1920 (particolare)
Guido Cadorin, Le tabacchine, olio su tavola, 1920 (particolare)

Alla Manifattura un progetto dell’immateriale _ Concorso per il Cnr al Libertà

Portare la ricerca scientifica nel cuore del quartiere Libertà e al tempo stesso riutilizzare un immobile che è vuoto da decenni ed è assai malandato, nonostante sia un monumento, tutelato dalla Repubblica. La svolta per la ex Manifattura dei Tabacchi si chiama Consiglio Nazionale delle Ricerche: una sede per oltre 600 scienziati, da realizzare con un investimento di 33 milioni di euro. Questo il succo dell’accordo illustrato venerdì scorso e con il quale la Invimit Sgr (società di investimenti immobiliari, braccio operativo del Ministero dello Sviluppo economico nelle attività di dismissione del patrimonio demaniale) si fa carico della ristrutturazione, togliendo le castagne dal fuoco all’Università degli Studi. L’Ateneo aveva acquistato la metà della Manifattura per trasferirvi la facoltà di Scienze della Formazione che cresceva per numero di matricole e di insegnamenti, molti dei quali affidati a contratto o a supplenza. Ma sono stati gli stessi docenti gli avversari più tenaci del progetto, riluttanti all’idea di lasciare il borghese quartiere murattiano per il popolare Libertà, e per giunta in condominio con il mercato ortofrutticolo che occupa un’altra consistente porzione della fabbrica dismessa.

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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 14_01_2015

palazzo di Giustizia _ piazza De Nicola, Bari _ ph. Ambienteambienti

Uffici comunali al Libertà, la spesa vale l’impresa? _ Via i tribunali: effetti collaterali

In guerra e in farmacia li chiamano «effetti collaterali». Un eufemismo per indicare i danni provocati a popolazioni innocenti oppure a organi sani pur di raggiungere un obiettivo. Sulla bontà dello scopo bellico si può senz’altro dubitare, la soluzione del problema dell’edilizia giudiziaria a Bari assomiglia invece ad una benefica strategia medica. La terapia presenta però qualche «effetto collaterale» che andrebbe ben considerato.

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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 24_04_2013

Vito Sangirardi Palazzo Sylos Labini in via marchese di Montrone 1962
Potentissimi schizzi di Vito Sangirardi per Palazzo Sylos Labini in via marchese di Montrone 1962

La città di Murat fra l’orgoglio e il pregiudizio _ Ha 200 anni e li dimostra tutti

Oggi si saprà come e perché il gruppo guidato da Massimiliano e Doriana Fuksas ha vinto il concorso internazionale di idee «Baricentrale» bandito dal Comune. Oggi si saprà quale potrebbe essere il futuro di tutte le vaste aree che lascerà libere il fiume di ferro della ferrovia. Ma è più facile che saranno le idee per l’ex caserma Rossani (compresa in extremis nell’area di concorso) ad attirare la maggiore attenzione, anche perché su quel pezzo di città si sono già formati desideri, appetiti immobiliari e anche rivendicazioni popolari. Ora si tratta di vedere a chi «parla» il vincitore, che fu il primo a rispondere, ringraziando, il Comitato Rossani che aveva spedito a tutti i partecipanti una «integrazione» alla documentazione ufficiale fornita dal Comune. continua a leggere

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 07_11_2012

Il nuovo dipartimento d’arte islamica nella corte Visconti del Louvre

Le vestali dell’antico sono allergiche ai metalli moderni _ Il Louvre, i vincoli e S. Scolastica

A Bari li avrebbero umiliati e offesi, se Mario Bellini e Rudy Ricciotti si fossero presentati con l’idea di una vetrata per coprire – facciamo un’ipotesi – un cortile della Manifattura dei tabacchi o di Palazzo Ateneo. Ma siccome e per fortuna Parigi non è Bari (nemmeno se piccola, con o senza mare) lì glielo hanno fatto fare: un grande tappeto volante lungo quasi 50 metri e largo una trentina. Poggia su otto pilastri quella superficie ondulata, traslucida di vetro e  – orribile a dirsi! – di alluminio. Proprio dentro il Louvre, che aveva bisogno di fare spazio alla collezione di arte islamica e lo spazio l’ha trovato nella neoclassica corte Visconti (1860): il nuovo padiglione è stato inaugurato solo un mese fa, dopo lavori ragionevolmente lunghi (sono durati cinque anni) e a ben dieci anni di distanza dal giorno in cui il presidente Chirac lanciava il progetto di un museo islamico, soltanto un mese dopo l’attentato alle Twin Towers.

Qui a Bari, invece, a confronto con il fanatismo dei tecnici della Soprintendenza persino gli affiliati ad Al Qaeda sembrerebbero pacifici relativisti: gli edifici – belli o brutti, non importa, purché costruiti prima del 1942 – abbiano soltanto infissi di legno e comunque mai e poi mai l’alluminio, in qualsiasi lega e versione! È quel che prevede la proposta di decreto di vincolo paesaggistico dei quartieri Murat, Libertà, Madonnella nonché di Bari vecchia che sta suscitando in queste settimane contestazioni da parte degli edili e opposizioni degli artigiani del metallo e tardive resipiscenze dell’amministrazione comunale e dei suoi tecnici che quei divieti futuri hanno contribuito attivamente a scrivere (come si rileva dai verbali della commissione regionale).

Il punto importante, ora, non è la scelta se fare una finestra di legno o di metallo (peraltro esistono sul mercato prodotti «sandwich» ad alta efficienza energetica) ma la volontà di imporre una sorta di prontuario del restauro, indipendentemente dal progetto che invece dovrebbe essere al centro dell’attenzione, con le sue ragioni e le sue libertà. Un inaccettabile, insostenibile manuale della presunta «purezza murattiana» che nega ogni possibilità di interpretazione contemporanea del riuso dell’edificio e della città, attraverso un onesto linguaggio contemporaneo che è fatto anche di materiali contemporanei. E per fortuna, dobbiamo dire a questo punto, c’è stata l’insipiente e insipida decisione dell’amministrazione provinciale di non affidare il progetto del museo archeologico a Santa Scolastica a  Gae Aulenti che conquistò il secondo posto nel concorso internazionale vinto nel 2008 dal gruppo di Cesare Mari con una proposta bocciata a Roma dal Comitato tecnico dei Beni culturali. Diciamo per fortuna, perché non vorremmo neanche immaginare Gae Aulenti, la signora dell’architettura italiana scomparsa la settimana scorsa, alle prese con le vestali dell’antico.

Il progetto di Gae Aulenti per Santa Scolastica, infatti, si annunciava come «una ulteriore fase di trasformazione dell’edificio» e prevedeva di conservare gran parte degli interventi realizzati negli anni Settanta da Angelo Ambrosi e Giuseppe Radicchio perché «è uno dei tanti strati che compongono  la storia dell’edificio». Alle facciate vetrate realizzate negli anni Settanta, per ridurre gli effetti della insolazione Aulenti sovrapponeva una facciata ventilata in acciaio corten: «una campitura astratta e neutra, priva di dettaglio, sfondo perfetto  – diceva l’architetto – in grado di dare risalto alle pareti originarie del complesso in pietra». La facciata d’acciaio da una parte avrebbe evitato il rischio di mimetismi e di ricostruzioni in pietra simil-antico, dall’altra avrebbe  dialogato onestamente – da contemporanea – con le costruzioni metalliche di Ambrosi e Radicchio.

Non è andata così, come sappiamo. Alla fine si è tornati alla vecchia idea della Soprintendenza, riveduta e corretta, ma sempre vendicativa verso la modernità. E mentre ripensiamo alle occasioni perdute, tornano alla mente le parole di Gae Aulenti che considerava un museo attuale alla stregua di una cattedrale: «perché quel che si racconta in un museo non è soltanto la memoria ma anche il modo in cui oggi si manipola la memoria».

Terribili parole, ma non ditele ai crocieristi che, uscendo dal Porto,  attraverseranno l’art-way dentro Santa Scolastica. Non capirebbero.

NICOLA SIGNORILE

 

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 24_10_2012

Veduta aerea del Borgo Murattiano

Un fantasma perseguitato dall’identità _ Gimma e il vincolo del Murattiano 

Un fantasma si aggira per la città. È il fantasma di Gimma. Non l’abate, ma l’architetto del re, anzi dei re, dal momento  che Giuseppe Gimma lavorò ugualmente bene tanto con i monarchi borbonici che con il napoleonico Gioacchino Murat. Lo spettro non si dà pace: fra qualche mese scocca il bicentenario della sua grande impresa (la fondazione del Borgo) e già si sente odore di celebrazioni, con il prevedibile sovradosaggio di retorica. Che sprizza qui e là, anche dove non dovremmo aspettarcela. Per esempio, nelle carte che accompagnano l’atto con cui la Regione Puglia ha avviato il procedimento del vincolo paesaggistico su Bari vecchia e sui quartieri Murat, Libertà e Madonnella.

Per la prima volta un atto d’imperio quale è un vincolo viene accompagnato da una «inchiesta pubblica»: è un fatto importante e c’è da augurarsi che l’inchiesta si realizzi davvero e non sia soltanto un nome nuovo per una vecchia pratica che contrappone il potere pubblico agli interessi privati. È utile perciò che entri in gioco chi non ha altro interesse che non sia il bene comune, la qualità di quello spazio nel quale per fortuna o per sventura si deve vivere. La memoria, la storia patria o le tradizioni, vengono dappresso. L’argomento non è una digressione capricciosa, perché alla base del vincolo ci sono quei valori storici, urbanistici e paesaggistici «che sono da considerare fondamentali e percepibili manifestazioni identitarie», si legge nelle carte le quali, seppur scritte oggi, riecheggiano il linguaggio con cui nel 1971 una Commissione provinciale vincolò la zona costiera in quanto «bellezza di insieme caratteristica e tradizionale».

Ma è proprio la presunta identità del Borgo Murattiano che lo spettro di Gimma non riesce a digerire. «Di quale identità vanno fantasticando!», pare di sentirlo mentre si aggira per via Sparano, forse la strada più «identitaria», la quintessenza del Murattiano, secondo il comune sentire. «Ma proprio qui, in questa strada, tutto è cambiato», dice Gimma mentre attraversa il sagrato di San Ferdinando. Gimma passa il rassegna i palazzi che già alla fine dell’Ottocento con le sopraelevazioni e più tardi con le demolizioni e sostituzioni (numerosissime negli anni Trenta del secolo sorso) avevano mandato a gambe per aria le misure razionali del suo Borgo: le altezze dei palazzi, le distanze visive tra la strada e il prospetto dei fabbricati. «Che c’entra con le mie regole il palazzo dei Magazzini Mincuzzi disegnato da Forcignanò e Palmiotto?» si chiede Gimma. «E il palazzo delle Rinascente, grazie al quale il geometra Rampazzini diventò architetto? Che ha da spartire con i miei Statuti Murattiani?», rincara la dose apprezzando però il coraggio di quei suoi colleghi che hanno saputo lasciare un segno di progresso in una città che ormai aveva perso il proprio carattere. Gimma guarda ammirato i palazzi degli anni Sessanta: quelli di Chiaia e Napolitano, naturalmente, e con una punta di invidia quelli progettati da Vito Sangirardi e da Tonino Cirielli: «Avessi avuto io tra le mani questi materiali – dice stringendo i denti e accarezzando infissi di alluminio azzurro e pannelli di rossi lamierini ceramicati – avrei fatto faville!».

E invece, nelle minuziose, dettagliate prescrizioni che accompagnano il futuro vincolo, la bestia nera è proprio l’anticorodal, vietatissimo nonostante il nome commerciale indichi un tipo di alluminio ormai fuori produzione. Intendiamoci, è opportuno impedire che una antica finestra di legno sia sostituita da un infisso d’alluminio o di plastica, ma questo divieto diventa un tabu, anzi una metafora dell’intoccabile. Sicché nessun edificio costruito prima nel 1942 nel Murattiano, come nel Libertà o a Madonnella, potrà essere demolito e sostituto, perché di valore identitario. Solo in caso di crollo, si potrà ricostruire, ma un edificio identico al glorioso caduto, ancorché privo di particolari qualità architettoniche. Ed ecco a cosa ci ha portato la triste vicenda del falso Petruzzelli, ricostruito «com’era e dov’era» pur essendo ormai andato perduto nel rogo il «documento». I professionisti del falso dicono: «Rifare a l’idéntique». E a questo punto l’architetto Gimma ha un sospetto: «Non avranno scambiato il concetto di identità con l’aggettivo identico?».

NICOLA SIGNORILE