Alberto Magnaghi sul Piano Paesaggistico Territoriale della Puglia

Riportiamo un’intervista pubblicata su Repubblica.it ad Alberto Magnaghi, coordinatore del PPTR (in fase di osservazioni). Nel rispondere alle domande, Magnaghi pone l’attenzione sul contraddittorio uso delle energie rinnovabili, sulla discutibile colpa che viene attribuita ai piani paesaggistici rispetto alla crisi del settore edilizio, e soprattutto sul carattere non vincolante, ma progettuale del Piano (quindi un Piano di opportunità, non di meri divieti).

Di seguito trovate i link dell’intervista all’assessore Barbanente  e l’articolo “Territorio. Vincoli e linee guida della Regione” (che presentava il Piano), già pubblicati entrambi su Occhisullacultura.

Ricordando Gae Aulenti

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scenografia di Gae Aulenti per “Lo stesso mare”

Il gioco di Gae Aulenti nel mondo «postumo» _ I progetti «mancati» in Puglia. La piazza Pagano rinata a Potenza

«Stiamo vivendo la nostra attualità come un continuo superamento: di ideologie, innazitutto, ma anche di forme e di critiche». Ma nei rivolgimenti epocali era sempre stata a suo agio Gae Aulenti. E invece di smarrirsi di fronte alla frana delle certezze diceva: «Il nostro essere “post” o postumi, in tutti i sensi, ci legittima a creare cose che siano contemporaneamente utili e inutili, pregne di significato e insignificanti, con una forma e informi».

Sono parole che Aulenti ha pronunciato di recente ma si prestano perfettamente a spiegare la sua giovanile ribellione al dominio del Modernismo, al dogma della indissolubile coppia forma-funzione. Che poi questa ribellione l’abbia condotta a prendere parte all’eresia italiana del «Neorealismo» e ad approdare con il giovane Paolo Portoghesi e con Roberto Gabetti e Aimaro Isola al cosiddetto «Neoliberty» è solo una necessità della storia italiana. Una storia di provincia, nobile ma pur sempre provincia, che non è riuscita a trattenere l’architetto di formazione milanese (si era laureata nel ‘53 al Politecnico lombardo) ma con uno stile perfettamente internazionale che progetta opere diversissime per tipo e grandezza nei quattro angoli del mondo: dalla villa a Saint Tropez (1990) alla trasformazione in museo della dismessa Gare d’Orsay a Parigi (1980-86), dall’Istituto italiano di cultura a Tokyo al museo dell’Arte asiatica a San Francisco (1996-2003).

Il celebre slogan «dal cucchiaio alla città» calza a pennello alla personalità di Gae Aulenti protagonista del design industriale già nei primi anni Sessanta e artefice di importanti interventi urbanistici. Sul fronte degli oggetti, l’ironia avanguardista e la giocosità guidano la mano di Aulenti quando progetta la lampada Pipistrello (1965) e i mobili morbidi e tondi della serie Tennis (1971) e non ha paura di misurarsi con Duchamp montando quattro ruote di bicicletta sotto una lastra di cristallo per realizzare il tavolo Tour, nel ‘93, esagerata riedizione del tavolo con rotelle industriali concepito nel 1980 per Fontana Arte.

Sul fronte degli spazi urbani, il progetto per la nuova uscita degli Uffizi in piazza Castellani a Firenze e quello per la nuova piazza Cadorna a Milano dimostrano tutta la delicata, consapevole attenzione di Aulenti nel trattare la materia urbana, nell’intervenire a mettere ordine e ridare senso a parti della città storica. Tutte qualità che si possono ritrovare nel riqualificazione di piazza Mario Pagano, a Potenza, inaugurata solo due settimane fa: l’ultimo suo lavoro, portato a termine mentre si dava forma e sostanza al sogno di Vico del Gargano, con il progetto di «albergo diffuso» da realizzare nel centro storico attraverso il suo restauro: una delle più felici interpretazioni delle potenzialità del Parco del Gargano e del Piano regionale pugliese del paesaggio.

Ma a parte Vico, una serie di occasioni mancate ha segnato il rapporto di Gae Aulenti con la Puglia: la mancata trasformazione di una masseria settecentesca in centro turistico, in provincia di Taranto (a causa di insediamenti industriali), ma soprattutto i mancati musei baresi. Prima ci fu il progetto di un museo dell’arte contemporanea e del design a Villa Capriati, concepito nel 2001 insieme al museologo barese-milanese Saverio Monno; poi le chiesero un progetto di massima per il museo archeologico a Santa Scolastica. Consegnato, ma lasciato languire. Cambiano negli anni le amministrazioni della Provincia di Bari (commissionaria di entrambi i musei) ma non lo stile dei rapporti con Aulenti. La Provincia decide di bandire un concorso internazionale per Santa Scolastica. Gae Aulenti partecipa e il suo progetto (con l’archeologo barese Giulio Volpe) conquista il secondo posto. Il ministero dei Beni culturali boccia il primo arrivato e la Provincia potrebbe affidare l’incarico al gruppo di Aulenti, ma chiude la partita con un nulla di fatto. Una buona occasione sacrificata sul piano della insipida politica.

Solo in una circostanza – pur effimera – i baresi potranno vedere qualcosa che Gae Aulenti ha realizzato per la loro città: le scenografie per l’opera lirica “Lo stesso mare” realizzata l’anno scorso al Petruzzelli su libretto di Amos Oz, musiche di Fabio Vacchi e con la regia di Federico Tiezzi.

È una grande diga o il ponte di una nave o soltanto il ballatoio di un condominio affacciato su un mare gonfio di onde che si trasforma ora in deserto ora in giardino, secondo quella legge dell’incertezza e della metamorfosi del superamento che abbiamo riconosciuto nelle parole di Gae Aulenti richiamate all’inizio di questo racconto.

Per Gae Aulenti, quella scenografia al Petruzzelli non era certo la sua prima volta teatrale. Anzi, aveva iniziato a Prato negli anni Settanta, insieme a Luca Ronconi. Con lui aveva messo in scena Ibsen, Rossini, Berio e Stockhausen. «Il teatro mi ha aiutato molto per l’architettura, ma non so se è vero il contrario», ci disse una volta Aulenti che vedeva così nel teatro come nel museo una metafora concreta della città, quel mondo delle relazioni sociali e dell’impegno civile che era la misura del mestiere d’architetto, formato alla scuola di Ernesto Nathan Rogers. «Mi piace pensare – ci disse Aulenti – al museo come una cattedrale contemporanea, perché sono laica e quindi penso che quel che si racconta in un museo non è soltanto la memoria ma anche il modo in cui oggi si manipola la memoria».

di NICOLA SIGNORILE

da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 02|11|2012

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 31_10_2012

Volkmarsdorf _ Leipzig

Vincoli in centro ostaggi di forze uguali e contrarie _ Lo scontro approda al Comune

Ha preso un brutta strada, il vincolo paesaggistico sui quartieri centrali. Oggi la commissione urbanistica del Comune sentirà l’assessore regionale Angela Barbanente e l’assessore comunale Elio Sannicandro sul procedimento di vincolo avviato lo scorso 3 luglio. E i componenti di quella commissione scopriranno un paio di verità che avrebbero pure potuto già conoscere se solo avessero letto le carte, prima di diramare inviti e convocazioni sull’onda delle «numerose sollecitazioni». E cioè: 1) il vincolo non è stato ancora applicato ma è stata  soltanto avviata la procedura; 2) la stessa procedura prevede l’attivazione di una «inchiesta pubblica», secondo i modi stabiliti dal Codice dei Beni culturali.

Una settimana fa, in questa stessa rubrica, avevamo manifestato il timore che l’«inchiesta pubblica» – strumento di governance al suo debutto, a queste latitudini – potesse risolversi nel nome nuovo applicato alla vecchia pratica che contrappone i (deboli) interessi pubblici ai (forti) interessi privati. Purtroppo già il linguaggio adoperato in commissione («al fine di evitare disagi alla comunità cittadina») ci indica che il timore era fondato.

E allora è il caso di sgomberare il campo da un equivoco che potrebbe alimentare il consueto duello Comune-Regione: la proposta del vincolo non è della Regione, ma della Direzione regionale per i Beni culturali e risale al 26 novembre 2010. L’ufficio regionale all’Assetto del territorio ha convocato allora la commissione prevista dal Codice dei Beni culturali e la prima riunione si è svolta il 21 giugno dell’anno scorso. Vi ha preso parte anche il Comune di Bari, che non solo  si è detto favorevole ma ha pure partecipato attivamente a modificare il testo  del decreto nelle cinque riunioni successive. Dunque è sbagliato parlare di un atto della Regione Puglia e sinceramente non si comprendono le titubanze postume del Comune di Bari.

Il rischio è che una buona, attesa iniziativa si trasformi in un boomerang. Spingono verso questo rischio forze uguali e contrarie. Da una parte i difetti del vincolo proposto, che abbiamo già indicato nella rubrica di mercoledì scorso e che in sintesi estrema consistono nella  puntigliosità delle prescrizioni tecniche e dei divieti irragionevoli. Dall’altra, c’è la resistenza degli imprenditori edili che sempre invocano regole certe ma, quando le hanno, poi le respingono gridando al pericolo di un blocco totale del settore.

Poiché secondo il vincolo il divieto di demolizione e ricostruzione riguarderebbe solo gli edifici realizzati prima del 1942 e non certo quelli successivi, gli imprenditori tradiscono così il loro vero, profondo pensiero: che l’attività edilizia sia solo quella del «nuovo» e del «più grande», non considerando affatto il settore del restauro che invece proprio dal vincolo riceverebbe un formidabile impulso.

Tuttavia sul restauro bisogna intendersi: ci pare che nella proposta di decreto i conservatori della Soprintendenza abbiano calcato la mano, spingendosi addirittura a considerare il falso ottocentesco come unica possibilità di ricostruire ciò che crolla (e da sé, beninteso, per disgrazia). Il restauro nella città, però, non è il restauro di un monumento: deve fare i conti con la fisiologica, insopprimibile fame di trasformazione che scorre nei vasi sanguigni e linfatici del corpo urbano. Per questo bisogna avere il coraggio di decidere ciò che è bene conservare  e cosa no, indipendentemente dal certificato di nascita. Il vincolo paesaggistico generalizzato forse non è lo strumento più idoneo per questo. Potrebbe essere utile per ingessare Bari vecchia spingendola ancor più verso un malinconico destino di «parco a tema» ad uso dei turisti, ma non certo per un quartiere popolare come il Libertà i cui «caratteri identitari» (per usare una categoria cara ai redattori del decreto di vincolo) forse sono ben altro che la riproduzione grossolana della trama «murattiana» nel suo disegno urbanistico.

E tuttavia una forma di controllo sulla trasformazione della città storica, consolidata bisogna trovarla, con o senza divieti. Nel resto d’Europa lo fanno con i vincoli. In Germania, per esempio, interi quartieri – anche popolari –  sono sotto la Denkmalschütz (tutela monumentale) imposta dal Comune e dal Land. E sono quelli più appetibili sul mercato immobiliare.

Forse è il caso di andare a vedere come fanno lassù.

NICOLA SIGNORILE

 

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 04_07_2012

Rifugio comunale per i randagi _ Bari
Rifugio comunale per i randagi _ Bari

Nell’Isola dei cani nessuno sarà randagio _ Nasce un inedito rifugio comunale 

Ci son voluti vent’anni, è vero, ma alla fine anche Bari ha il suo canile pubblico. E sta venendo su pure bene, merito in gran parte della ostinata battaglia di Anna Dalfino (consigliere comunale delegata all’Ufficio diritti degli animali durante l’Emiliano I) e di un tecnico comunale, l’ingegnere Domenico Tondo, che pure la routine del lavoro costringe ad occuparsi soprattutto di demolizioni (è a capo del servizio edilizia pericolante).

Dunque, vent’anni. Porta la data del 1991 la legge 281 che obbligava i Comuni a realizzare i rifugi per i randagi e a risanare i canili. La Puglia si è data una legge ed un regolamento nel ‘95. Il Comune di Bari ha cominciato ad occuparsi della faccenda nel 2005, approvando un progetto definitivo per realizzare un canile sanitario e un parco-rifugio in un terreno a Palese, a ridosso dell’aeroporto. Ma le proteste dei vicini-contadini  (ce ne sono ancora!) e l’aumento dei prezzi nell’edilizia  bloccarono tutto. Poi l’accordo con il Consorzio per l’area industriale, che ha messo a disposizione un’area di 23mila metriquadri in via dei Fiordalisi e si è fatta carico della realizzazione. E siamo ad oggi.

La ditta appaltatrice è la Termotecnica Presicci srl e l’importo dei lavori è di poco sotto i due milioni di euro. Il progetto definitivo è firmato dagli ingegneri Francesco Ciriello e Simone Milella, ma all’origine c’è il progetto preliminare della Ripartizione all’edilizia pubblica, affidato appunto all’ingegner Domenico Tondo. È lo stesso tecnico che aveva firmato il primo progetto, quello per Palese, e si è portato dietro l’idea originaria nelle tappe successive. Un’idea che ha resistito anche al passaggio di consegne: «Regge, regge… L’idea funziona», dice Tondo attraversando il cantiere ancora in attività ma già abitato da qualche decina di cani, che visitiamo inseme. Lui qui ci viene per la prima volta. «Per curiosità», dice, non avendo più alcuna responsabilità nei lavori. Che sia deluso per le modifiche apportate al suo disegno non lo dice. Anzi giustifica, ammette, consente… solo davanti alle impreviste dimensioni del prefabbricato del canile sanitario si lascia sfuggire un «sono dei palazzinari» ma poi torna a controllare quell’idea che ha preso forma. L’idea, cioè, inedita di una forma circolare per il rifugio. In genere i rifugi per cani sono gabbie allineate e separate da lunghi e angosciosi corridoi. L’idea di Tondo invece consiste in due isola circolari del diametro di 62 metri divise in 18 spicchi, con muri abbastanza alti da separare visivamente i gruppi di cani. Ogni spicchio ne ospita cinque, con altrettante cucce e un’area libera piuttosto ampia. Al centro dell’isola convergono le porte di accesso ai recinti, per la somministrazione dei pasti e la pulizia. A copertura del «cuore» dell’isola e di una parte degli recinti, una pagoda realizzata con profili di acciaio zincato. Tutt’intorno all’isola c’è un camminamento ad anello: è il «percorso di adozione» lungo il quale i visitatori possono prendere contatto con i cani e magari fare amicizia con quello che vorranno adottare. Perché è questo lo scopo del rifugio che ha una capienza di 200 animali: assicurare loro una lunga permanenza in condizioni igieniche accettabili, ma promuoverne l’adozione, che è l’unico modo per liberare un cane dalla prigionia (per quanto a sua difesa).

Anna Dalfino – dopo aver trasferito i primi randagi comunali che l’associazione Aca ha in carico – è entusiasta del luogo e si complimenta con Tondo il quale, invece, si sorprende che un canile possa interessare un critico d’architettura. Ma è così. Non gli diciamo che sul campo si ritrova concorrenti blasonati. Nientemeno che Alessandro Mendini, il grande vecchio dell’architettura radicale, progettista nel 2000 del nuovo canile comunale di Omegna. L’Atelier Mendini ha coinvolto nella progettazione lo svizzero-milanese Eric Fricker, architetto e designer, esperto di acustica ma anche etologo. Tondo non è un etologo ma si è preccupato di non progettare un lager. È vero che la pagoda centrale fa un po’ panocticum e perciò evoca le «istituzioni totali», per dirla con Foucault. Ma è anche vero che alla pianta circolare si sono sempre ispirate le architetture antigerarchiche. E forse c’è – in questo insolito progetto – qualcosa in comune con gli asili, se ci lasciamo suggestionare da una analogia con la scuola per l’infanzia che Giuseppe Vaccaro realizzò nei primi anni ‘60 a Piacenza.

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 30_05_2012

 

Render del progetto

Gilda e l’assassino: giallo al museo di Santa Scolastica _ Il progetto, un ritorno al passato

La scoperta, che possiamo annunciare in anteprima, delle fondamenta della chiesa di San Pietro a Bari vecchia è una magra consolazione. L’affiorare con gli scavi archeologici in atto nell’area accanto all’ex monastero di Santa Scolastica delle tracce delle absidi conferma che avevano ragione tutti quelli che protestarono contro il progetto di padiglione strallato da costruire proprio lì. Le proteste per una decisione che avrebbe compromesso gli ulteriori scavi archeologici convinsero l’ex presidente della Provincia, Enzo Divella, a seppellire il progetto redatto nel 2005 dall’architetto Marcello Benedettelli (soprintendente barese ai Beni architettonici e del paesaggio) con la consulenza dell’architetto Gianni Vincenti.

Divella prese allora la decisione (coraggiosa, per Bari, addirittura temeraria) di bandire un concorso internazionale di progettazione. Concorso purtroppo naufragato dopo la sonora bocciatura del progetto vincitore nel 2008 (capogruppo, l’architetto Mari di Bologna) da parte del comitato di esperti del ministero dei Beni culturali. Bisogna dire che i «giudici» romani ebbero un grosso aiuto dalla giuria del concorso che aveva scelto «il migliore» preferendolo a progetti con ben altre qualità. Citiamo, ad esempio, il progetto di Gae Aulenti e dell’archeologo Giuliano Volpe, solo perché il duetto ha appena condotto il restauro e l’allestimento museale di palazzo Branciforte a Palermo: ne ha puntualmente raccontato Giacomo Annibaldis ai lettori della Gazzetta, domenica scorsa.

Il braccio di ferro istituzionale  poteva riconsegnare la progettazione nelle mani dei tecnici di Stato, come puntualmente è avvenuto. Prima un progetto firmato dallo stesso direttore regionale dei Beni culturali per la Puglia, Ruggero Martines, poi – quando si è reso disponibile un finanziamento regionale di poco meno di due milioni di euro – un nuovo progetto firmato da Teresa Elena Cinquantaquattro (soprintendente all’Archeologia di Napoli e Pompei) e da Francesco Longobardi (architetto della direzione pugliese per i beni culturali).

In effetti quest’ultimo progetto è una revisione di quello di Martines, che a sua volta era un ritorno all’idea di Benedettelli: lega i tre progetti la medesima idea di vendetta nei confronti del bel restauro condotto negli anni Settanta da Angelo Ambrosi e Giuseppe Radicchio. Vendetta sfumata nei toni col passare del tempo ma riconfermata dalla demolizione dell’aula sospesa. Sarà certo una coincidenza: il progetto delle cosiddette «proposte migliorative»  con cui le imprese Vincenzo Modugno di Capua e Antonio Resta di Bari si sono aggiudicate l’appalto dei lavori è firmato dall’architetto Gianni Vincenti, già collaboratore di Benedettelli nel primo progetto. E così il cerchio si chiude.

Di nuovo, c’è l’apertura di un ingresso verso il mare, unico frutto delle  buone proposte partorite dal concorso. All’idea di Martines – che aveva concepito un ponte pedonale per scavalcare il traffico del lungomare e finire dritto dritto nel porto, in bocca ai croceristi – si è voluto rinunciare nell’ultima edizione, ma l’intenzione di indirizzare tutti gli sforzi al fast food dei turisti resiste prepotente nel tracciato dell’«Art-way». Sotto il belletto dell’espressione inglese rimane il percorso che il visitatore dovrà intraprendere entrando dal lungomare: a lui si offre un «assaggio» del museo che verrà, chissà quando. Per il momento, si lavora al solo piano terra. Se esiste un progetto anche per l’intero complesso di Santa Scolastica non siamo tenuti a sapere: tutto è avvolto nelle nebbie ministeriali. Dobbiamo accontentarci allora degli inquietanti rendering offerti in pasto alla stampa e ai curiosi. Ce n’è uno che sembra un thriller: esterno notte, una donna sola in abito da sera che pare Rita Hayworth in Gilda aspetta qualcuno davanti al museo e intanto incombe la sagoma di un uomo: è di spalle, intabarrato e nero. Sarà l’assassino? Involontaria metafora della minaccia alla bellezza.

I progetti veri comunque restano ignoti, protetti dalla gelosa riservatezza degli uffici che finalmente si sono ripresi il giocattolo. Un giocattolo che la Provincia ha perduto forse definitivamente con il protocollo di intesa sottoscritto il 30 ottobre 2010. D’altra parte, dacché è iniziata questa vicenda, la Provincia ha finto di convocare inutili comitati, ma non ha mai detto né come né con chi intende gestire il museo.

NICOLA SIGNORILE