PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 14_11_2012

foto aerea di Bari

I fantastici quattro alla prova del centro strorico _ I candidati al piano urbanistico

La partita del nuovo piano regolatore se la giocano in quattro e i gruppi concorrenti sono guidati da nomi grossi dell’urbanistica. Tre italiani: Bernardo Secchi, Federico Oliva e Bruno Gabrielli. E un catalano, anzi il catalano: Oriol Bohigas. Benché straniero, fra tutti Bohigas sembra essere quello più vicino alle cose baresi, per essere stato consultato – oramai un decennio fa – sul destino di Punta Perotti e della costa Sud. Più recente è l’incarico di progettista della futura, imminente lottizzazione del tondo di Carbonara. Senza dimenticare la circostanza in cui nasce la liaison barisienne del catalano: il progetto del waterfront di Mola con piano Urban incorporato. E non è un caso che nel gruppo candidato a scrivere il Pug di Bari, insieme ai soci dello studio Mbm di Barcellona e a un paio di tecnici di Parma, ci sia anche l’architetto Nico Berlen, ex sindaco di Mola.

La commissione interna del Comune di Bari, presieduta dall’architetto Anna Maria Curcuruto, dopo aver ammesso tutti i quattro candidati, ne sta ora esaminando le proposte, attribuendo i punteggi. La decisione dovrebbe arrivare entro un mese.

A ben considerare, il lavoro della commissione avrebbe potuto essere assai più gravoso. In fondo, quattro candidati sono pochi per un città delle dimensioni e la complessità di Bari e con una storia urbanistica importante: un segno inequivocabile del declino. È vero che i requisiti posti dal bando hanno spiazzato molti potenziali concorrenti, ma ciò non basta a spiegare l’assenza di stranieri (Bohigas, come abbiamo detto, non fa testo).

Tuttavia potremmo aspettarci l’arrivo di qualche esperto dall’estero se dovesse vincere il gruppo guidato da Bernardo Secchi, che schiera Paola Viganò (con cui condivide lo studio a Milano) e il leccese Salvatore Mininanni:  l’urbanista dell’Iuav di Venezia infatti si avvale spesso di  collaborazioni internazionali.

Molto legate al territorio, sebbene diverse tra loro, sono invece le personalità riunite dall’architetto Federico Oliva, docente del Politecncio di Milano: c’è l’urbanista barese Dino Borri (responsabile scientifico del Piano strategico di Bari), ci sono l’agronomo Antonio Leone e l’architetto Michele Beccu (studio Abdr), che ha insegnato al Politecnico di Bari, e c’è la paesaggista barese Maria Valeria Mininni, fra i principali autori del Piano paesaggistico regionale della Puglia.
Infine, il gruppo che – sulla carta – parte in vantaggio avendo realizzato il Documento programmatico preliminare al Pug. Di certo è il gruppo che avrà meno difficoltà a interpretare il quadro di conoscenze contenuto nel Dpp e ad attenersi alle previsioni del documento nella redazione del nuovo piano urbanistico. Il gruppo (di cui fanno parte tra gli altri  Francesco Cellini, Mauro Saito, Francesco Nigro, Francesca Calace e Stefano Stanghellini) ha però perduto il suo leader, l’architetto Gianluigi Nigro, scomparso lo scorso febbraio. Alla competizione per il Pug la squadra del Dpp si presenta con un nuovo capitano: è Bruno Gabrielli, 80enne docente emerito dell’Università di Genova, uno dei protagonisti dell’urbanistica italiana sin dal dopoguerra.

Dal 1968 Gabrielli si occupa di centri storici ed è stato a lungo presidente dell’Associazione nazionale Centri storici e artistici. Ha promosso due iniziative assai importanti per il riconoscimento e la tutela dei centri storici in Italia: la «Carta di Gubbio», nel 1990,  per la salvaguardia e valorizzazione del patrimonio storico e la «Carta dei Diritti delle Città» (1992) per la conservazione e costruzione delle identità urbane.

È certamente una coincidenza, ma dobbiamo rilevarla. Mentre la commissione comunale esamina curriculum e proposte per il Pug, a Bari si discute della richiesta – avanzata dalla direzione dei Beni culturali – di applicare un vincolo paesaggistico a Bari vecchia e a tre quartieri: Murat, Libertà e Madonnella. Si tratta di  considerare «centro storico» tutta questa ampia zona della città che invece il piano regolatore di Ludovico Quaroni – tuttora vigente – classifica come «zona di completamento».  È una brutta discussione, velenosa, quella che sta montando: le permalosità e le gelosie istituzionali pesano ben più dei contenuti, come abbiamo scritto nelle scorse settimane. Non sarà forse la mancanza di bon ton a tenere lontani da Bari gli urbanisti stranieri? Non sarà la facilità  con cui le ragioni del bene comune vengono sacrificate sull’altare del mercato a rendere sempre meno attraente la città che aveva le mura pescose?

NICOLA SIGNORILE

 

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 06_06_2012

Progetto di Mastropasqua per palazzo Maggi, 1826

Good bye Murat. La tua città cambia pelle _ La forma del nuovo piano urbanistico  

Gli urbanisti che conquisteranno l’incarico di formare il nuovo piano regolatore di Bari dovranno certo tenere conto del lavoro portato a termine dal gruppo guidato dall’architetto Gianluigi Nigro con il Documento programmatico preliminare.  Chi pensa che i nuovi arrivati avranno scarso margine di manovra, si sbaglia:  il Dpp è un testo da interpretare, un quadro di conoscenze che indica valori e disvalori del territorio, problemi da risolvere nell’organizzazione della città e opportunità da sfruttare. Affida un futuro alla dimensione urbana ma non ne prefigura la forma. A questo dovrà provvedere, appunto il Pug, il prossimo Piano urbanistico generale, passando dagli «schemi»  ai disegni. E sarà tanto più difficile realizzare un disegno urbano forte e resistente alle tensioni del mercato fondiario e immobiliare, quanto più si cederà sul fronte della commercializzazione dei presunti diritti acquisiti: i famigerati crediti edilizi che hanno già bloccato Roma e il suo nuovo piano. 

La questione non è di poco conto perché una città assume una forma comunque: per disegno preordinato e organico oppure per spontanee e disordinate iniziative. Ma sappiamo anche che un piano ben fatto non sempre “resiste” nel tempo e può ridursi ad una mitologia mentre la forma della città degenera. Bari, da questo punto di vista, è una caso esemplare. Il famoso piano di Giuseppe Gimma per la fondazione del borgo Murattiano (l’anno prossimo festeggia i duecento anni) è stato tradito praticamente subito e tuttavia oggi la maggioranza coltiva la nostalgia per il quartiere perduto, per la bellezza severa (o forse avara) dei suoi palazzi neoclassici, per l’armonia delle dimensioni e l’unitarietà dello stile. E contrappone a questa immagine il paesaggio attuale, imputando del delitto di «urbicidio» qualsiasi architetto, ingegnere, capomastro o costruttore che abbia partecipato alla gigantesca sostituzione edilizia degli anni Sessanta. 

Questo atteggiamento, alimentato da un ingenuo sentimento di tutela delle vecchie cose, è doppiamente illusorio: da una parte non consente di distinguere nelle nuove costruzioni le buone architetture e l’edilizia più innovativa realizzata in quegli anni da «solitari maestri»  come Chiaia e Napolitano, Sangirardi, Cirielli, Pezzuto e poi Mangini; dall’altra enfatizza l’efficacia dei tanto celebrati «Statuti murattiani». Il Regio decreto del  1° dicembre 1814 dedica all’architettura dei prospetti soltanto un articolo, il settimo: «Questa proporzione sarà regolata in modo che abbia ad osservarsi nel complesso degli edifici che comporranno l’isola e specialmente le facciate sporgenti sulle strade una diposizione simmetrica, la quale consiste in ciò che la ricorrenza dei piani di un edificio sia nella stessa orizzontale dei piani dell’edificio contiguo. Anche le mostre delle porte, dei portoni e delle finestre (quantunque varie) dovranno però essere di buon gusto a giudizio dell’architetto direttore, al quale in tutto è affidata questa nuova opera».

 Ma già nel 1826 il signor Maggi presenta al Comune un progetto per realizzare un palazzo in via Sparano. Si è affidato all’architetto Vincenzo Mastropasqua il quale ha piazzato al piano nobile una fila di otto colonne doriche ma la commissione edilizia in cui è insindacabile il giudizio di Gimma (si era riservato questo potere proprio nell’articolo 7 degli Statuti) respinge i disegni, non perché fossero sbagliati, ma evidentemente di «cattivo gusto». Inutili le proteste di Mastropasqua e le insistenze di Maggi, che alla fine deve affidare il progetto  alla mano semplificatrice di Giacomo Prade, collaboratore strettissimo del Gimma.

 Fu l’ultimo tentativo di “difendere” un’idea contro le necessarie, inevitabili trasformazioni della città benché ancora in costruzione. Se vogliamo dare un giudizio critico “postumo” diremo che le colonne di Mastropasqua erano davvero insopportabili, ma alla fine nel Murattiano si sarebbero imposte proprio le bellurie dell’Eclettismo dello “stile umbertino” (per dirla alla barese…). 

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 28_03_2012

Vista aerea della ex Caserma Rossani

Ombre lunghe dell’urbanistica «contrattata» _ La Rossani dopo i parcheggi

L’attività della ripartizione urbanistica del Comune è praticamente bloccata a causa dell’indagine sugli appalti del gruppo Degennaro. Ma l’inchiesta non dovrebbe inibire l’attività politica. La ragione dello stallo è un’altra: come s’è visto e ascoltato in questi giorni, il rapporto tra partiti e liste del centrosinistra e il loro elettorato è gravemente incrinato dalla delusione e dalla amarezza. E appare chiaro che la crisi va ben oltre gli omaggi ittici per Natale ma era iniziata ben prima dell’esplosione dello scandalo giudiziario. A queste condizioni, sarà ben difficile recuperare il terreno perduto, ciò nonostante l’amministrazione comunale si trova di fronte ad un bivio: proseguire sulla strada del decisionismo indifferente e rafforzare così la solitudine di un gruppo dirigente autoreferenziale, oppure riaccendere i canali di comunicazione con le associazioni, i comitati e quel che resta delle forme di cittadinanza attiva, rimettendo in discussione recenti decisioni e scongelandone qualcun’altra.

Una decisione sulla Rossani è urgente. La disastrosa fine della esperienza del project financing dei parcheggi interrati e dei programmi integrati per le case dei poliziotti – almeno sul piano della percezione pubblica, se nulla si può ancora prevedere sul fronte giudiziario – indica tutti i rischi (e sono molti) dell’«urbanistica contrattata», soprattutto quando sia debole il potere pubblico di fronte alle pressioni del privato. Non è una faccenda solo barese, ma italiana: l’allarme è stato lanciato già da qualche anno da urbanisti come Luigi Mazza, Leonardo Benevolo e Edoardo Salzano e da partigiani del paesaggio come Salvatore Settis.

I fatti che emergono dalle carte dell’inchiesta barese (siano oppure no reati, poco importa adesso) hanno messo la pietra tombale anche sullo studio di fattibilità per la Rossani e tuttavia la giunta comunale, nonostante gli impegni presi, non ha ancora formalmente revocato la relativa delibera. Ieri si è tenuta al Comune una riunione tecnica per avviare la progettazione (o meglio, un altro studio di fattibilità!) del parco, come richiesto da comitati e associazioni. Ma peserà su qualsiasi studio la strabiliante rinuncia ai 13 milioni di euro messi a disposizione dalla Regione. Il sindaco non ha nemmeno risposto all’accorato appello a recuperare quei soldi rivoltogli dalla circoscrizione Carrassi S. Pasquale. In realtà la «ripicca» nei confronti della Regione cela la convinzione – coltivata da qualcuno assai vicino ad Emiliano – che quei milioni possano domani andare a finanziare la galleria d’arte contemporanea al Margherita. Un progetto ancora all’esame «tecnico» di una apposita commissione di funzionari del Comune e della Regione e che appare già come onerosissima impresa finanziaria, tutta a carico delle casse pubbliche e tutta a vantaggio del partner privato (come abbiamo illustrato in «Piazza Grande» del 25 gennaio e del 7 marzo scorsi).

I fatti giudiziari descrivono in questi giorni quanto siano insidiosi i rapporti pubblico-privato sviluppati nella «contrattazione» invece che nella «partecipazione». Ebbene, dai fatti giudiziari di questi giorni ci aspetteremmo perciò la rinuncia all’ipotesi del Bac al Margherita e che le risorse e le intelligenze del Comune fossero impegnate nello sforzo di dare una risposta politica alla «crisi dell’urbanistica».

Basterebbero due azioni per invertire la rotta: avviare una attività di progettazione partecipata per la Rossani, costruendo un laboratorio urbano vero (e non un paio di forum semiclandestini) e bandire la gara per l’affidamento della progettazione del Pug, il piano urbanistico generale il cui documento programmatico preliminare, consegnato a dicembre 2010 e approvato dalla giunta ormai sta già cominciando ad invecchiare. E intanto nel limbo fra vecchio Prg e nuovo Pug si muovono a loro agio le ombre dei project financig, degli accordi di programma, degli appalti «su misura» camuffati da ricerche di mercato. Si possono dissipare le ombre? Come ripeteva l’architetto Gian Luigi Nigro (capogruppo dei progettisti del Dpp, scomparso un mese fa): «un piano urbanistico non è tecnica, ma un atto politico tecnicamente assistito».

E un atto politico reclama volontà politica.

NICOLA SIGNORILE