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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 30_08_2017

Bari, veduta scenografica di Vincenzo Lapegna (1770)

Meno comunità e più luoghi comuni a Bari vecchia _ Borgo, Piano Urban e lungomare

Diciamolo: ci riesce meglio tutelare i luoghi comuni che non i luoghi della comunità. Il trasloco delle provvisorie fioriere antiterrorismo all’ingresso di piazza del Ferrarese e la pressoché concomitante scoperta dei danni arrecati, nella stessa piazza, ai resti archeologici della «Porta di mare» hanno riacceso l’intermittente interesse per la città vecchia, prigioniera di luoghi comuni duri a morire: il borgo, il lungomare fascista e il Piano Urban. Approssimazioni, equivoci, inganni.

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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 26_09_2012\

Il progetto non realizzato per il centro direzionale di Poggiofranco

Grande e invisibile la strategia dell’architettura _ Il mezzo secolo di Onofrio Mangini

«Nel 1954 partecipai ad un concorso per la sistemazione della piazza del Ferrarese con una proposta, forse troppo incisiva, pur gratificata con un secondo premio». Il progetto prevedeva la demolizione del Margherita e la sua ricostruzione come teatro moderno insieme alla edificazione di un grattacielo lì dove c’era e c’è tuttora il palazzo del mercato del pesce. L’architetto Onofrio Mangini oggi la definisce una idea «forse troppo incisiva», ma non la rinnega. Semmai continua a stupirsi che allora avesse riscosso tanto successo,  anche se in realtà rispondeva esattamente alle previsioni del piano regolatore di Piacentini e Calza Bini ancora fresco di stampa.
L’obiettivo principale era di ripristinare il mare aperto come fondale del corso Vittorio Emanuele II, ma il teatro Margherita non veniva per questo motivo semplicemente demolito: Mangini prevedeva di ricostruirlo, sempre galleggiante sul mare, ma spostato di poco verso nord, all’ombra del nuovo grattacielo e a forma di gigantesca conchiglia con le valve semiaperte, il cui prospetto fa pensare con sorpresa a quello del Teatro degli Arcimboldi di Milano, pensato molti decenni dopo da Vittorio Gregotti.

L’idea di un grattacielo (condivisa da altri partecipanti a quel concorso) sembra agli antipodi dell’idea, recentissima e dello stesso Mangini, di un porto turistico «invisibile» sul medesimo panorama del porto vecchio, davanti a Santa Scolastica. Ma è solo una impressione prodotta dalla distanza di un mezzo secolo che separa un progetto dall’altro. Quel mezzo secolo di professione per il quale Onofrio Mangini, sabato scorso, è stato festeggiato dall’Ordine degli architetti di Bari insieme ai colleghi Franco Martino, Giovanni Paradiso, Carlo Garnier e Camilla Agnelli, anch’essi giunti all’invidiabile traguardo professionale. E invece, oltre la scorza del tempo, bisogna riconosce che una  strategia dell’invisibile era presente già allora, in quel progetto giovanile.

Laureato a Roma nel ’51, all’epoca del concorso per piazza del Ferrarese non aveva ancora trent’anni, Mangini mostra qual è la sua intenzione progettuale e a quale cultura del costruire aderirà negli anni successivi. La cultura del «Dopo Otterlo», cioè l’ultimo Ciam (il Congresso internazionale dell’architettura moderna) che nel ’59 segnò la fine del pensiero unico del Modernismo, con lo scisma degli eretici italiani. Mangini – controcorrente – guarda al Le Corbusier autocritico della cappella di Ronchamp e del convento della Tourette: ne sono testimonianza alcuni dettagli della clinica Santa Maria (1963), il collegio dei padri Comboniani in via Giulio Petroni (1969) e il progetto di ville in contrada Santa Caterina a Mola (1970). Ma soprattutto guarda al Brasile nuovo di Oscar Niemeyer e di Lucio Costa. Nella Bari che si espande, Mangini vede riflessi scorci di Brasilia, città di fondazione.

Le visioni concretamente utopiche di Niemeyer ci aiutano a comprendere la necessità urbana della chiesa di Maria Maddalena a Carrassi (1969) e le sue analogie con la cattedrale di Nossa Senhora Aparecida (1960-’70). E a leggere i progetti non realizzati, come quello per una chiesa a Altamura (1961) e quello – impressionante – del centro direzionale di Poggiofranco (1975), nell’ambito del piano di zona Peep (1969) firmato dallo stesso Mangini con l’ingegner Angelo Baldassarre e l’architetto Aldo Amoruso Manzari. Piano in parte realizzato, tranne appunto l’area direzionale che avrebbe dovuto conferire al quartiere il senso e il ruolo di nuovo centro urbano con uffici e residenze ma soprattutto con i servizi e gli spazi e i luoghi pubblici: l’agorà, il palazzetto dello sport sormontato da una cupola geodetica, un albergo e il grande teatro. Cosa impedì al progetto di decollare? «In parte la difficoltà di procedere agli espropri – spiega Mangini – ma soprattutto la complessità di un progetto che richiedeva un impegno economico notevole ed infine ai tempi forse non ancora maturi».

L’anticipo sui tempi di Bari è un tratto ricorrente dell’architettura di Mangini ed è ciò che ne ha fatto – insieme alla rara sua eleganza – una figura singolare, autonoma dalle mode, indipendente dai condizionamenti del mercato
immobiliare, quando diventano insopportabili. Ma forse questo è un lusso che non tutti gli architetti sono disposti a concedersi.

NICOLA SIGNORILE

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