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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 08_07_2015

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La torre di Charleroi, firmata da Jean Nouvel e Mdw Architecture

L’architettura del commissario di polizia _ Via la pergola di piazza Battisti

Il «Tulps», cioè il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, insieme al Codice di procedura penale dovrebbe già essere nella bibliografia essenziale dei nuovi architetti. Se ne avessero tenuto conto, a suo tempo, i progettisti della piazza Cesare Battisti oggi non sarebbe stato necessario demolire pergole e gazebo con una ordinanza del sindaco. Provvedimento, in verità, conseguente alle decisioni prese nel Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza, riunito presso la Prefettura. L’obiettivo della rimozione di quel che con una fastidiosa espressione si chiama «arredo urbano» è facilitare alle pattuglie di polizia e carabinieri la sorveglianza del luogo, eliminando ciò che potrebbe essere utilizzato come riparo e nascondiglio da presunti spacciatori e delinquenti di ogni risma.
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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 09_01_2013

Piazza Umberto I in una cartolina del 1910 (foto Lobuono)

Piazza Umberto I in una cartolina del 1910 (foto Lobuono)

Spazio pubblico fra cancelli e vecchi merletti _ L’ingenua idea di recintare i giardini

L’idea di recintare con una cancellata piazza Umberto I per fronteggiare il degrado, sporcizia e microcriminalità è ingenua, oltreché superata.

Prima del senatore D’Ambrosio Lettieri e dei vertici cittadini del centrodestra – che l’hanno appena lanciata -, ci aveva già pensato qualcuno, tanti anni fa e riuscendovi, peraltro.

La piazza (solo metà, quella prospiciente il palazzo Ateneo) era già recintata il 24 aprile 1915, quando l’acqua del Sele zampillò per la prima volta dalla fontana dell’Acquedotto Pugliese, al centro di un giardino tutto pavesato. La recinzione (un muro basso sormontato da una cancellata di ferro battuto) era stata realizzata nel 1900 e inizialmente chiudeva con due battenti anche via Andrea da Bari. Ma agli inizi degli anni Trenta venne rimossa per ricongiungere il lato est al lato ovest, dove c’è il monumento equestre. E così andò in archivio il tentativo di imitare una risorgimentale «villa comunale» che Bari non ha mai avuto: la recinzione infatti non si addice allo spazio pubblico, ma resiste traccia della invalicabile proprietà privata – come oggetto architettonico nelle antiche ville espropriate alla nobiltà locale fra il decennio napoleonico e i primi anni dello stato unitario. continua a leggere

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 28_11_2012

Le invasive biglietterie di Piazza Cesare Battisti

Una spericolata inversione di marcia nel Murattiano _ Oggi nuovo incontro sul vincolo

Se fosse stato già approvato il vincolo paesaggistico sui quartieri storici di Bari, quel lugubre lapidarium che è ora piazza Cesare Battisti non sarebbe mai stato realizzato. Né probabilmente il parcheggio interrato. Eppure la Soprintendenza ai Beni architettonici, che oggi propone il vincolo, all’epoca approvò il progetto del project financing che prevedeva la distruzione del giardino ottocentesco, nonostante le proteste popolari.

Cosa è successo? Perché la Soprintendenza ha cambiato idea? Più che di un cambio di rotta, di una inversione ad U si tratta: al paragrafo 2.2.3 della «Proposta di dichiarazione di notevole interesse pubblico dell’area centrale di Bari» (pp. 13 e 14) si legge infatti che: «la riqualificazione e la valorizzazione delle aree verdi, piazze, giardini e aiuole deve essere improntata alla salvaguardia della vegetazione esistente (…) conservando l’impianto delle specie arboree».

La realizzazione dei parcheggi interrati non è esclusa, ma «senza compromettere in alcun modo l’esistenza di alcuna alberatura». Il che, come è noto, non è avvenuto in piazza Cesare Battisti, tanto che la Regione aveva imposto una compensazione di verde il cui costo l’impresa Dec si rifiuta di affrontare. E in ogni caso avrebbe dovuto essere «salvaguardato il disegno architettonico delle piazze» mentre «l’introduzione di strutture di servizio (chioschi, gazebo, dehors, pergolati elementi di arredo…)» avrebbe dovuto avere «il carattere della precarietà e provvisorietà». Ma le  invasive biglietterie del parking, nella loro solida fisicità da villetta,  non hanno certo un carattere precario.

In anticipo di qualche giorno sulla apertura ufficiale della procedura di «inchiesta pubblica», prevista dalla Regione Puglia, oggi pomeriggio si torna a discutere della proposta, attivata dalla Soprintendenza  e condivisa dal Comune di Bari (con successiva dissociazione, ma senza resipiscenza). L’iniziativa è dell’associazione Italia Nostra insieme agli ordini degli ingegneri e degli architetti e al Fai. All’incontro, nel Castello normanno-svevo, parteciperà fra gli altri il soprintendente Salvatore Buonomo. Com’è largamente prevedibile, a catalizzare la discussione sarà il vincolo proposto per tutti gli immobili sorti prima del 1942: dalle prescrizioni sugli infissi all’obbligo di ricostruire tal quale ogni edificio demolito a Murat, come a Libertà e Madonnella, per non dir di Bari vecchia.

Tuttavia, sarebbe sufficiente avere a mente ciò che è avvenuto in piazza Cesare Battisti per capire che la proposta di vincolo non è solo  una minaccia al futuro dell’edilizia (come lamentano gli imprenditori) perché «ingessa il patrimonio immobiliare privato», ma anche un passo avanti rispetto alla consapevolezza del valore civile degli spazi pubblici, senza dover agitare i fantasmi di un  Murattiano largamente perduto. La maturazione del senso comune  forse oggi avrebbe portato i progettisti del parcheggio interrato a fare scelte diverse perché decisioni di questo genere – che si giocano sul terreno del paesaggio – sono sempre il risultato dei rapporti di forza tra potere pubblico e interessi privati. Ma possiamo dire che, a un decennio di distanza, i rapporti di forza siano mutati? Per un indizio positivo (i Programmi di riqualificazione delle periferie, per esempio) ce n’è almeno uno negativo (le case per i poliziotti, per esempio). E il saldo è sempre negativo.

Il giurista Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale, è intervenuto di recente sul tema dei beni culturali, della tutela stabilita dalla legge fondamentale della Repubblica, e della loro «valorizzazione», come vuole la novità introdotta a partire dal 2001 nella Costituzione. «Lo sfruttamento eccessivo – dice Flick – della potenzialità economica del bene culturale, l’attenuazione o la scomparsa del vincolo di alienazione o di indisponibilità; il procedimento di silenzio-assenso; la spinta ai condoni e alle sanatorie; l’indifferenza agli abusi edilizi, alle alterazioni estetiche del paesaggio e dei centri storici; la perdita del ruolo dello Stato: sono tutti indici del rischio di indebolimento, se  non di disperdere una tradizione centenaria di prevalenza del bene pubblico sull’interesse privato. Occorre evitare una “controriforma” sbilanciata soltanto sull’efficienza e sulla logica di sfruttamento».

Ma la “controriforma” passa oggi innanzitutto  attraverso la giustizia amministrativa, le sentenze dei Tar e le decisioni del Consiglio di Stato. Dove si disputa un impari duello tra i principi evocati da Flick e i diritti invocati dall’interesse privato

NICOLA SIGNORILE

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