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BEYOND _ IL SEGNO E IL DISEGNO Il progetto del teatro di Aix-en-Provence

Il Grand Théatre di Aix-en-Provence progettato da Vittorio Gregotti

Come la pittura l’architettura. Gregotti nel segno di Cézanne

“Fu inevitabile, quando cominciammo il progetto del teatro di Aix-en-Provence, luogo cézanniano per eccellenza, ricominciare a riguardare con nuova attenzione la pittura di Paul Cézanne, rivisitare i luoghi dei suoi paesaggi, delle montagne e delle cave (…) rivelatrici degli strati della natura da lui dipinta”. Di questo rivedere l’arte di Cézanne, interrogarla con una curiosità speciale, racconta Vittorio Gregotti in un breve libro, intitolato L’architettura di Cézanne e pubblicato da Skira (pp. 60, euro 10).

Invitato a realizzare un nuovo teatro nella città del celebre festival, ma in una zona semiperiferica, a ridosso di uno svincolo stradale e di un viadotto, Gregotti e gli architetti del suo studio vanno alla ricerca delle ragioni di necessità della nuova architettura – che sono nella storia dei luoghi – e trovano una risorsa straordinaria nella pittura del maestro francese che operò all’alba del ‘900. Ma bisogna, qui, ora, sgomberare il campo da un equivoco: il rapporto tra architettura e pittura – per Gregotti – non è così stretto come spesso si crede e non si può dire nemmeno (per la complessità tecnologica e organizzativa che il suo fare presuppone) che l’architettura sia tout court “arte visiva”.

In Cézanne Gregotti ritrova – al contrario – una ermeneutica dei luoghi parallela a quella che il costruire dispiega e che consente di vedere e rappresentare la stratificazione – geologica e storica – del paesaggio nel quale la nuova architettura si installa avendo “la doppia qualità di sorprendere ogni volta che la si rivede e nello stesso tempo apparire come fosse sempre stata, in quel luogo e per il mondo, come avesse da sempre fatto parte di quel paesaggio divenendo intimamente parte necessaria alla sua definizione”.

Chi guarda il teatro di Aix-en-Provence non può evitare di riconoscervi la montagna di Sainte-Victoire ripetutamente dipinta da Cézanne, oppure il paesaggio della cava di Bibémus dove l’artista aveva affittato un capanno. Il teatro appare come una collina di pietra e le gradonature evocano le pareti scavate nella roccia e raccontano le stratificazioni geologiche: una “architettura del terreno”, definisce Gregotti la trasformazione del costruire un edificio teatrale. Chi si avvicina alle pareti esterne del teatro, non può non notare sul margine dei conci di quarzo-arenite incisi alcuni nomi con a fianco un simbolo (una cazzuola, un metro, un martello) sono i nomi degli architetti, degli ingegneri, dei carpentieri e dei muratori che hanno lavorato nel cantiere e che firmano, pezzo per pezzo,una architettura che si proclama come un atto collettivo e organizzato, un trionfo del lavoro, opera delle opere che si accumulano e si slegano come gli strati di una terra profonda.

Così come la collina di pietra e il ribaltamento della cava, il suo contrario dialettico, così il teatro di Aix-en-Provence è un luogo che mette in discussione i rapporti fra interno ed esterno: il contenitore della platea, del foyer e del palcoscenico non sono un “monumento” da vedere, ma uno spazio pubblico che vive di una vita simultanea e autonoma rispetto alla attività teatrale dell’interno: uno spazio da raggiungere, da percorrere su scale e terrazze. Un luogo pietrificato di cui si può raggiungere anche la cima e di lì affacciarsi a guardare la montagna di Sainte-Victoire.

In questo gioco di specchi Gregotti ritrova l’intima relazione con Cézanne e al tempo stesso le ragioni del proprio impegno civile e teorico contro le tendenze dominanti dell’architettura contemporanea e lo starsystem: la ricerca della “verità”, cioè di un processo alternativo rispetto “allo stato di crisi delle arti visive e dell’architettura del contemporaneo, affondati nella provvisorietà splendente dell’assoluta attualità e della volontà di decostruire, senza alternative, natura e limiti del loro stesso campo d’azione”.

di Nicola Signorile

articolo da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 27|03|2012

 

 

L’architettura di Cézanne

Paul Cézanne, Mont Sainte Victoire visto da Les Lauves, 1902-1906

“Come ci insegna il paesaggio della grande pittura cézanniana, un’architettura deve avere la doppia qualità di sorprendere ogni volta che la si rivede e nello stesso tempo di apparire come fosse sempre stata, in quel luogo e per il mondo, come avesse da sempre fatto parte di quel paesaggio divenendo intimamente parte necessaria alla sua definizione, rivelandolo a se stesso continuamente, anche durante le sue trasformazioni.”

[Vittorio Gregotti]

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