PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 01_02_2012


Piazza Mercantile
Piazza Mercantile e i suoi gazebo

Gazebo e dehor interessi alla fiorentina _ Bari vecchia frontiera costituzionale

«Mi sono affacciato alla finestra e ho visto la piazza in un aspetto completamente diverso. È tornata ad essere quel che era quando sono venuto ad abitare qui, a palazzo Traversa, venti anni fa». L’avvocato Francesco Monaco vive in quello spigolo che separa piazza del Ferrarese da piazza Mercantile. Ha visto negli anni spuntare ombrelloni e gazebo uno dopo l’altro, «ingrandirsi sempre di più e dilagare nella piazza – testimonia – le attività di locali di appena 10 metri quadri» che alla fine avevano divorato tutto lo spazio pubblico, privatizzandolo. Ma il timore che assedia ora l’avvocato Monaco è che, dopo la rimozione delle verande abusive, si arrivi a un compromesso tra Comune e baristi, osti e pizzaioli «che ci faccia tornare indietro agli osceni ombrelloni, ai separé, alle piante».

In questa lunga vicenda è merito del soprintendente il ripristino delle condizioni di legalità che erano state violate negli anni ebbri del piano Urban e della esplosione della movida a Bari vecchia. L’ordine di far piazza pulita delle escrescenze commerciali avea inizialmente spiazzato il Comune, combattuto tra l’adesione ai principi di tutela del paesaggio e la volontà «politica» di mediare con gli imprenditori del cicchetto, spalleggiati dalla Circoscrizione. Domani pomeriggio, negli uffici della Ripartizione urbanistica del Comune, si terrà una riunione per discutere delle «linee guida» per l’occupazione di suolo pubblico ma solo quando non sia necessaria ’autorizzazione paesaggistica.

Il timore di Monaco tuttavia non è infondato. Gli esercenti baresi invocano il modello Firenze e purtroppo da lì non arrivano buone notizie. Nella città votata alla «disneyzzazione» del centro storico (l’immagine, coniata per Venezia, è di Marco Romano) proprio ieri ha preso il via la cosiddetta «rivoluzione dei dehor» con i lavori in piazza della Signoria per realizzare gli spazi all’aperto di bar, ristoranti e pub secondo le norme definite dal Comune insieme alla Soprintendenza. Una speciale commissione si è riunita già 16 volte per esaminare solo la metà delle 274 domande. Poi toccherà a piazza Duomo e a Santa Maria Novella. Complessivamente, si tratta di 7mila metri quadri di suolo pubblico – fa notare il vicesindaco fiorentino Dario Nardella. Ma sarebbe il caso di dire 7mila metri quadri di paesaggio, cioè 7mila metri quadri di bene culturale tutelati dallo Stato ma privatizzati di fatto.

Dietro la decisione fiorentina – ne siano oppure no consapevoli Marco Renzi e la sua giunta – c’è una ideologia leghista della gestione del patrimonio culturale, condizionata da investimenti privati stimati per 6 milioni di euro. L’iniziativa del Comune di Firenze, con il consenso di quella soprintendenza, appare quantomeno divergente rispetto allo spirito dell’articolo 9 della Costituzione. Anche dopo la riforma del Titolo V – fa notare Salvatore Settis nel suo libro Paesaggio Costituzione Cemento (Einaudi ed.), la Corte costituzionale ha definito con numerose sentenze che la legislazione regionale (e quindi ancor meno l’attività dei comuni) non possa derogare alla competenza esclusiva dello Stato che trova la sua ragione nella necessità di proteggere il bene culturale dalla inevitabile debolezza delle amministrazioni locali di fronte alle pressioni degli interessi particolari. La sentenza 151 del 1986, per esempio, stabilisce che «il valore primario, estetico e culturale» del paesaggio non può essere subordinato ad altri valori, «ivi compresi quelli economici». Il principio è rafforzato dalla sentenza 196 del 2004: la tutela del paesaggio non può essere subordinata a nessun valore costituzionalmente protetto, «ivi compresi quelli economici». Che i Comuni debbano stare al posto loro, lo dice sempre la Corte costituzionale con la sentenza 367 del 2007: «La tutela ambientale e paesaggistica (…) considerata dalla giurisprudenza costituzionale un valore primario ed assoluto, precede e comunque costituisce un limite agli altri interessi pubblici».

Il giudizio di Settis sulle tensioni istituzionali che attraversano questo campo è lucidissimo: «Una efficace tutela del paesaggio che superi il conflitto delle competenze in nome di un più alto interesse comune – scrive lo storico dell’arte – è oggi un vero banco di prova della democrazia (…). Ma è una promessa negata ogni giorno dalla selva degli interessi privati, dal prevalere degli egoismi proprietari, dalla crisi non solo dello Stato come istituzione, ma di ogni valore collettivo, comunitario, civico».

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 25_01_2012

progetto di Chipperfield per il nuovo Centro per le arti contemporanee_ BariIl museo conteso tra la Rossani e il Margherita _ Un groviglio per Chipperfield

Oggi dovrebbero incontrarsi i rappresentanti di Comune e Provincia di Bari e Regione Puglia per affrontare gli aspetti tecnici della costituenda Fondazione Bac, cioè per realizzare (nelle intenzioni di Emiliano) un museo di arte contemporanea nel teatro Margherita. Lunedì prossimo è convocata la segreteria cittadina del Pd per decidere quale posizione assumere circa il destino della ex caserma Rossani. I due fatti sono strettamente legati, come avevamo previsto («Richiamate Chipperfield, l’arte trasloca alla Rossani», 21 dicembre 2001).

Per realizzare il museo Bac al Margherita il Comune ha bisogno di una bella cifra (16 o 22 milioni di euro, a seconda dello «scenario», solo per il restauro) che ovviamente non ha e che chiede alla Regione.

Per evitare di consegnare l’area della ex Rossani ai privati per un numero ancora imprecisato di decenni (quelli che se ne intendono usano l’eufemismo project financing) il Comune disponendo solo di 13 milioni ne ha bisogno di altrettanti che ha chiesto sempre alla Regione Puglia.

La Regione Puglia è disposta a spendere per la Rossani quei soldi, ma a condizione che servano a realizzare un centro per l’arte contemporanea: esattamente quel che dovrebbe essere il Margherita in versione Bac. È chiaro che una cosa esclude l’altra, sebbene il sindaco Emiliano sia convinto che si possano realizzare entrambi i progetti in una città che non riesce a trovare un posticino decente per riaprire la biblioteca di Carrassi (era nella Chiesa russa ma è stata sfrattata dall’amichevole clero ortodosso).

Una calzante metafora della vicenda che si avvita su se stessa ci sembra la scala elicoidale progettata dall’architetto inglese David Chipperfield per aggirare (o forse eludere) l’insormontabile ostacolo alla trasformazione del teatro Margherita in museo: quello che egli stesso definisce (a pagina 12 del suo studio di fattibilità) «l’assenza di uno spazio centrale utile alla circolazione» giacché «la tipologia stessa di circolazione è diversa: nel Teatro la circolazione è di tipo disperso, nel Museo la circolazione è di tipo concentrato, centrale». Chipperfield immagina di dividere il Margherita in tre diverse e separate aree ma «in realtà – ammette – volendo adeguare le aree secondo gli standard tipici dei musei contemporanei sarebbe necessaria una quasi completa ricostruzione del teatro che comporterebbe da un lato un notevole dispendio di denaro e dall’altro il rischio di perdere le caratteristiche esistenti del teatro stesso». È per questo che ci siamo permessi di suggerire al sindaco di richiamare Chipperfield e di sottoporgli, a questo punto, la più conveniente ipotesi dell’area ex Rossani.

Il problema, però, è che l’incarico a Chipperfield non è stato affidato da Emiliano, ma dalla Fondazione Morra Greco di Napoli, il partner privato del Comune nella faccenda del Bac. È la fondazione partenopea che ha consegnato a Emiliano uno studio di fattibilità (un altro!) in cui dice di se stessa come se parlasse d’altri: «La Fondazione Morra Greco appare particolarmente adatta alla collaborazione per l’avvio della struttura barese, su tutti i fronti dell’operazione». Senza temere eccessi di modestia, la stessa fondazione afferma di possedere «uno dei patrimoni artistici più interessanti tra le collezioni di uso pubblico nazionali» ma anche (clamorosa contraddizione) che «la maggior parte di tali opere non è mai stata mostrata in pubblico». Insomma: fidatevi!

Con la Fondazione Morra Greco il Comune ha sottoscritto uno schema di convenzione approvato dalla giunta comunale nella seduta del 27 ottobre 2010. È l’atto su cui si basa la riunione odierna, perché definisce i criteri generali del rapporto tra partner pubblici e privati e la distribuzione degli oneri. Per esempio quelli che si possono prevedere con lo studio di fattibilità: i primi due anni se ne vanno per mettere su il museo, l’attività inizia dal terzo con costi di gestione per 2 milioni e 441mila euro, a fronte di minori entrate che lasciano un deficit di un milione e 541mila euro (il 60%). Nei due anni successivi la situazione non cambia granché. Inevitabile deficit di una istituzione culturale. Ma chi paga questi soldi? Non la Fondazione Morra Greco che retribuisce la direzione artistica da se stessa scelta e imposta alla Fondazione Bac, ma il Comune di Bari il quale (art. 6 dello schema di convenzione) «si impegna a sostenere lo spending deficit delle attività nei limiti dello studio di fattibilità gestionale», elaborato dallo stesso partner napoletano. Un chiarissimo esempio di efficiente e vantaggiosa partnership pubbico-privato.

Già, ma vantaggiosa per chi?

NICOLA SIGNORILE