PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 29_02_2012

Il palazzo in via Napoli

Le regole di Murat e il piacere di rispettarle oggi _ Un palazzo di Netti al Libertà

Il vincolo paesaggistico che la Regione, il Comune e la Soprintendenza ai Beni architettonici si apprestano ad applicare a quattro interi quartieri di Bari – la città vecchia, il murattiano, Madonnella e Libertà – non sarà un vicolo rigido. I tecnici parlano di vincolo «vestito». Si tratta di controllare e guidare interventi di riqualificazione o rigenerazione o più semplicemente di sostituzione edilizia, in modo che non venga ferito il carattere generale del paesaggio urbano.

La questione è complicata anche solo guardando al Murat ottocentesco e alla sua duplicazione povera, il Libertà. A parte il giudizio sul considerevole numero di sostituzioni e ricostruzioni effettuate senza alcun controllo sulla qualità architettonica grazie alla scorciatoia della procedure rapide, ci si deve interrogare su quale sia la strategia migliore per intervenire sul corpo vivo della città costruita, evitando le imitazioni del passato. O peggio svuotando l’edificio ma conservandone una facciata incongrua con la nuova distribuzione dei volumi.

In positivo, ci sono due atteggiamenti, contrari ma entrambi legittimi. Il primo consiste nel decidere che il carattere uniforme della città ottocentesca è ormai compromesso e dunque nel sottolineare la attualità della progettazione  contestando dalle fondamenta i principi di simmetria e allinemanto componendo facciate plastiche e decostruzioniste (come l’edificio progettato da Moodmakers in via Nicolai). Il secondo consiste nell’accettare il vincolo del contesto urbano e di confrontarsi con lo spirito dell’architettura neoclassica che ha caratterizzato la nascita e la formazione del Murattiano e del Libertà, ma esercitando fino in fondo l’autonomia di un linguaggio schiettamente e onestamente contemporaneo. Un esempio di questa strategia è l’edificio che lo studio Netti Architetti ha progettato  con l’ing. Simeone Pilone, gli architetti Pasquale Montemurro e Graziana A. Cito, l’ing. Davide Morronese per le strutture e l’ing. Marco Pellegrini per gli impianti.
Il palazzo, realizzato l’anno scorso dalla Picos Costruzioni e che sorge in via Napoli 192, consiste di otto appartamenti, su quattro piani. I più grandi affacciano tutti all’interno, che però non è un «retro» ma è dotato di una facciata autentica, un doppio rovesciato del prospetto su via Napoli. Qui l’immagine del fabbricato è determinato da un alto basamento di scura pietra lavica su cui poggiano tre pilastri e due lesene che scandiscono le logge (non ci sono balconi) con un ritmo secco e preciso. Ecco la interpretazione che l’architetto Lorenzo Netti propone dell’Ottocento razionale finalmente spogliato delle bellurie e ricondotto alla sua essenza di numero e di proporzione. Un ricordo del portone con la rosta (irrinunciabile elemento compositivo del «murattiano») si può rileggere nel varco a doppia altezza – sormontato da una loggia vetrata – che conduce al cortile.

Il linguaggio neorazionalista di Netti si discosta così dalla moda della asimmetria e della perfomatività delle facciate «cangianti» accettando di sottomettersi ad una «regola» urbana che permette di ragionare sui valori della tettonicità – come dicono gli architetti – cioè  la relazione pesante e stabile che l’edificio instaura con il suolo.
All’interno di questa complessità teorica c’è un mondo di tecnologie avanzatissime, da quelle energetiche a quelle costruttive. Gran parte dei tramezzi interni sono, per esempio, a secco e contengono gli impianti e gli isolamenti termici e acustici. Le prestazioni energetiche sono notevoli: l’impianto fotovoltaico è in grado di assicurare l’autosufficenza di tutte le parti comuni. Il progetto energetico è dei sudtirolesi della Tbz di Bolzano che hanno una dépandance a Gravina.
È interessante indagare in che misura la ricerca di alte prestazioni energetiche e materiali tecnologici abbiano trovato nella ricerca architettonica un terreno amico, favorevole. Per questo, è utile ritornare a quelle scarne prescrizioni che dettava l’art. 7 degli Statuti murattiani (Regio decreto del 25 aprile 1813): «Questa proporzione sarà regolata in modo che abbia a osservarsi nel complesso degli edifizi che comporranno l’isola, e specialmente le facciate sporgenti sulle strade una disposizione simmetrica (…). Anche le mostre delle porte, dei portoni, e delle finestre (quantunque varie) dovranno però essere di buon gusto all’Architetto Direttore, al quale in tutto è affidata questa nuova opera».
Poche regole, dunque, ma affidate ad un giudizio di qualità dell’architettura che Giuseppe  Gimma si era fatto riservare dal re francese, per esercitarlo su ogni progetto. A chi tocca oggi questo giudizio preventivo?

NICOLA SIGNORILE

BEYOND _ Una chiesa e la sua energia dal sottosuolo

Katholische Propsteikirche St. Trinitatis in Leipzig

La costruzione della St. Trinitatis a Lipsia, in Germania: il più grande tempio cattolico nella ex Ddr

Tremano una volta al mese le finestre delle case di Lipsia e di Chemnitz. Una volta al mese, ogni volta che esplodono contemporaneamente 2400 cariche di dinamite nella cava di Rochlitz. Dalla più antica miniera di pietra della Germania si estraggono 1000 tonnellate di porfido che tagliate in lastre dello spessore di 10 cm serviranno a rivestire i 5mila metri quadri di facciate della nuova chiesa cattolica di St. Trinitatis a Lipsia. Operazione da 15 milioni di euro per 32mila metri cubi.

Gigantesca anche per i significati che si trascina dietro: la più grande chiesa cattolica della ex Ddr sta per sorgere sul ring della metropoli sassone e luterana, proprio dirimpetto al palazzo del Municipio, nel luogo in cui è nata la città. E infatti aperto il cantiere, subito i lavori si sono fermati per sei mesi per consentire agli archeologi di studiare i resti affiorati dai primi scavi: forse sono le tracce della perduta chiesa di S. Pietro (XI secolo), o forse del convento di S. Giorgio, distrutto durante l’assedio di Carlo V (1546). Non ci sono dubbi invece sulla datazione delle numerose bombe – finite lì insieme alle macerie della Seconda Guerra Mondiale – che hanno impegnato squadre di artificieri.

Il progetto dello studio Schultz&Schultz è stato scelto con un concorso, bandito nel 2009, nel quale si sono piazzati al secondo posto gli agguerriti e potenti architetti di Monaco Allmann Sattler e Wappner e si sono messi in mostra anche i giovani sassoni Silvia Schellengerg e Sebastian Thaut, marito e moglie titolari dello studio Atelier St di Lipsia. Anche i fratelli Ansgar e Benedikt Schultz hanno sede a Lipsia dal 1992, ma loro ci sono arrivati dalla Renania mettendo a segno molti successi, tra cui il “laboratorio delle nuvole” per l’istituto di ricerca della Troposfera e l’ampliamento della Nikolaischule.

Per la chiesa parrocchiale della Trinità puntano diritto al rapporto con la storia e il luogo, scegliendo un materiale come il porfido, cioè la stessa pietra rossa, porosa ma durissima, con cui sono costruiti i monumenti più significativi della città: il rinascimentale Altes Rathaus e il novecentesco Grassimuseum (di William Zweck e Hans Voigt). Linguaggio asciutto, minimalista, con evidenti rimandi al funzionalista Palazzo delle Poste (progettazione collettiva, sotto la guida di Kurt Nowotny, 1961-64). Su un lotto triangolare, fra la chiesa, la canonica e il campanile, un chiostro chiuso da muri massicci.

Ispirata a principi di sostenibilità energetica, la chiesa avrebbe dovuto essere dotata di un tetto fotovoltaico, ma gli architetti hanno cambiato idea strada facendo e optato per un sistema geotermico, progettato dagli scienziati del Politecnico di Dresda: il calore necessario all’autosufficienza climatica del fabbricato sarà prelevato da sonde infisse nel sottosuolo, alla profondità di 100 metri. Pare che il sistema sia più efficiente ma soprattutto meno esposto ad avarie rispetto ai pannelli solari. Certamente, ad impatto visivo zero.

La chiesa della Trinità è già il simbolo di una nuova stagione della ricerca sull’energia da fonti alternative, ma la sfida tecnologica non offusca quella religiosa. “Sarà un segno di speranza della fede cristiana che si irradia oltre i confini della città”, ha detto il prevosto Lothar Vierbock. “E’ solo un’altra torre in città che non interessa affatto al 90% della gente”, gli ha risposto scettico Wolker Külow, deputato regionale della Linke, il partito della sinistra radicale. Ma infine anche la Linke ha votato a favore del progetto in consiglio comunale.

di Nicola Signorile

articolo da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 28|02|2012

 

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 22_02_2012

Veduta aerea di Torre Carnosa

A Torre Carnosa spiaggiano cipolle e siluri _ Un progetto di Paolo Caputo

Torre Carnosa raddoppia. Sugli stessi terreni in riva all’Adriatico – quelli che il piano regolatore chiama «maglia 47» – di progetti ce ne sono ben due. Oltre quello illustrato due settimane fa in questa rubrica e firmato da Smn-G.L. Sylos Labini con la Ecosfera Spa, un’altra proposta di Piru (Programma integrato di rigenerazione urbana) è arrivata sulle scrivanie della Ripartizione urbanistica del Comune di Bari. La firmano lo studio milanese Caputo Partnership e un gruppo di   proprietari dei suoli (che sarebbero maggioritari).

Inevitabile il tentativo di mettere insieme tutti i proprietari e di far collaborare i diversi progettisti. E, in buona sostanza, è questo ciò che si sentirà dire oggi a Bari negli uffici comunali,  l’architetto Paolo Caputo. A naso, l’impresa ci pare davvero ardua. Del progetto di Sylos Labini abbiamo già detto e mostrato, tra apprezzamenti e qualche riserva.  Del progetto di Caputo possiamo dir poco, giacché i committenti non hanno ancora autorizzato l’architetto a diffondere disegni e notizie. Ma da quel poco che si sa, le strategie progettuali sono assai diverse, se non opposte. Condivisa è solo la scelta di accorpare una nuova area, a monte della maglia 47 e cioè tra l’attuale linea dei binari e la via Gentile (un’area destinata a verde urbano dal Prg) e dislocare su questi suoli parte degli edifici, in modo da dimezzare il poderoso indice di fabbricabilità ancora esistente sulla costa (5 metri cubi per ogni metro quadro). È una ulteriore conferma – sia detto per inciso – che non c’è alcun bisogno di inventarsi pericolosissimi crediti edilizi per «garantire» le aspettative dei proprietari decurate dai vincoli paesaggistici: basta il buon vecchio «piano di comparto». E  questo grazie al tanto disprezzato Quaroni che spalmò aree verde e aree agricole intorno alle zone «direzionali».
Il progetto di Caputo abbraccia un’area ben più ampia del concorrente, si spinge fino a Punta Perotti  e prefigura la costruzione di una galleria di arte contemporanea  sull’acqua (il milanese non sa nulla del Bac di Chipperfield al teatro Margherita, evidentemente!) ma concentra nel settore di Punta Carnosa l’intervento edilizio.
Si tratta, sostiene il  prof. Paolo Caputo che insegna al Politecnico di Milano e firma il nuovo grattacielo della Regione Lombardia,  di «costruire un pezzo di città fondato su una intensa interrelazione fra volumi, spazi aperti e sistemi paesaggistici, ad alto tasso di qualità morfologica e figurativa, di grande riconoscibilità, carattere e identità». Chi ha visto le tavole e i rendering li racconta a gesti, con un movimento della mano semi-aperta, come se girasse una manopola.  Poi si affida alle metafore più fantasiose: riccioli, trucioli, bucce d’arancia, cipolle, siluri, supposte. Dietro la irrispettosa e certamente ironica narrazione si indovinano le forme degli edifici e la loro «qualità  figurativa». Palazzi curvi, alti 5 o sei piani,  e  piccole torri a forma di ogiva di 8, 10 e 12 piani. In tutto, due dozzine di edifici, per due terzi destinati a residenze (378mila mc) e per il resto a terziario  (162mila mc). Metà fra il mare e la nuova strada – un boulevard- realizzata sul tracciato attuale della ferrovia da spostare, metà tra il boulevard e via Gentile.
È una proposta che non mancherà di suscitare contestazioni,  per il forte impatto paesaggistico e la indifferenza delle decisioni compositive rispetto ai luoghi.

Ma ora la vicenda che si sta aprendo sul futuro di Torre Carnosa rende sempre più urgente una decisione pubblica, globale e preventiva sulla costa Sud. Anche alla luce degli altri progetti che stanno per essere recapitati negli uffici di via  Abbrescia. Da tempo – infatti – l’architetto  milanese Ottavio Di Blasi sta lavorando ad un progetto commissionato dai Matarrese (a loro volta in attesa di una soluzione definitiva alla vicenda  di Punta Perotti). Di Blasi allarga lo sguardo all’intero lungomare, fino a Torre Carnosa e oltre.

E intanto muove i primi passi l’iniziativa del Cerset (il Centro per le ricerche socio-economiche e del territorio) che ha coinvolto lo studio MBM di Barcellona, cioè Oriol Bohigas e soci, per disegnare un piano dell’intera costa, da Punta Perotti alla marina di  San Giorgio. Dopo un incontro a Bari tra il presidente del Cerset, Lorenzo De Santis, e l’architetto catalano  Oriol Capdevilla, la proposta di Bohigas & C. si riassume così: prima un masterplan (coinvolgendo la facoltà di Architettura di Bari e in generale il Politecnico), poi un concorso riservato a giovani professionisti (non più vecchi di 31 anni). Terza tappa, un workshop dal quale far nascere un progetto urbano. Quando si dice avere metodo!

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 15_02_2012

Masterplan del progetto

Tira e molla sulla pelle della ex Rossani Molti progetti, tutti ignorati

 

La faccenda della ex caserma Rossani sta prendendo una brutta piega. Non è ancora diventata una intesa quella bozza di accordo che la Regione Puglia aveva presentato al Comune lo scorso 27 dicembre, con una tempestività che deve aver lasciato qualcuno a bocca aperta: solo una settimana dopo che Emiliano, irritato per la richiesta dei capigruppo di Sel, Idv e Dpc di ritirare la delibera di giunta sulla Rossani, si era rivolto direttamente a Vendola, chiedendo di mettere mano alla borsa per evitare la privatizzazione dell’area, come prefigurato da uno studio di fattibilità (approvato appunto dalla giunta il 24 novembre).

Tira e molla, riunioni, telefonate, correzioni: dopo due mesi tutto è ancora in alto mare. A Emiliano non piacerebbe nemmeno l’ultima versione, approvata ieri dalla giunta regionale.

Sullo sfondo del duello istituzionale, l’attesa frustrante delle associazioni che si erano opposte alla strategia del project financing intrapresa dal Comune. Né ci sembra che in questa estenuante trattativa abbia riguadagnato un ruolo preminente la società civile, cioè la cittadinanza attiva. Un ruolo indispensabile se si vuol intraprendere la strada della urbanistica partecipata. Un ruolo obbligato, se si vuol dare conseguenza agli atti dello stesso Comune.

È il caso di richiamare il Documento programmatico per la rigenerazione urbana, approvato la scorsa estate per dare esecuzione alla legge regionale 21 del 2008. Con quel documento – elaborato dallo stesso gruppo di progettisti (guidato dal prof. Gianluigi Nigro, scomparso improvvisamente l’altra notte) che ha prodotto il Documento programmatico preliminare al nuovo piano urbanistico – si individuano gli ambiti per la promozione dei Programmi di rigenerazione urbana (i cosiddetti Piru). Ben quindici ambiti, troppi forse per dare efficacia alla legge. In ogni caso, tra gli ambiti ce n’è uno che riguarda proprio la Rossani, spingendo i confini di intervento fino al vecchio carcere, la cui area prima o poi si renderà disponibile. L’obiettivo fissato nel Documento per la rigenerazione, in questo caso, è «la creazione di due nuove grandi centralità urbane come testate dell’ambito, nevralgiche per l’intero assetto urbano». Dalle previsioni non è escluso il piano particolareggiato di Carrassi, già approvato, «che prevede interventi di ristrutturazione urbanistica delle aree più degradate». E non sfugge a chi ha scritto il documento che «sebbene il quartiere sia fortemente connotato, i servizi pubblici, i parcheggi e soprattutto il verde di quartiere sono estremamente carenti dal punto di vista quantitativo». Una analisi che coincide con quella che fanno le associazioni, sostanzialmente tradita dal contestato studio di fattibilità.

I vizi di quello studio e della strategia comunale che l’ha prodotto vanno ricondotti alla scelta di intervenire sull’area senza aprire lo sguardo ad un orizzonte più vasto. L’indicazione della Regione (puntare a funzioni di rango superiore) allude evidentemente alla necessità di considerare quegli 8 ettari di suolo in gran parte libero in rapporto al nodo ferroviario e al centro murattiano. Lo fa il documento programmatico preliminare con l’idea della «Sella centrale». Lo fa anche il giovane architetto Lucio Riccobono che ha conquistato il primo premio al concorso Archiprix Italia 2010 con una tesi di laurea (relatori Arturo Cucciolla e Francesco Selicato) dedicata proprio alla ex caserma Rossani e al Nodo ferroviario.

Al di là dei contenuti che esprime, il progetto di Riccobono è esemplare di un vasto movimento di riflessione che attraversa da anni la città. Pensiamo al concorso per la riqualificazione di via Sparano (molte proposte coinvolgevano l’area della Rossani), pensiamo al concorso «Baricuci», ma pensiamo soprattutto ai corsi del Politecnico, per alcuni dei quali (come quello di Composizione architettonica di Antonella Calderazzi) è stato scelto proprio il tema della riqualificazione dell’area di Carrassi.

Non è stupefacente che di tutto questo complesso di conoscenze e analisi – non ci sia nemmeno un riflesso sulle scelte finora intraprese dall’amministrazione comunale, tuttora priva di un vero e proprio progetto?

 

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 08_02_2012

Rendering del progetto

Japigia, sulla costa case sospese e sottilissime torri _ Un progetto di rigenerazione urbana

Mentre la giunta e poi il consiglio comunale di Bari davano il via libera al quartiere da ventimila anime progettato da Oriol Bohigas al Tondo di Carbonara, negli uffici della Ripartizione urbanistica il postino recapitava qualche giorno fa un nuovo progetto, per oltre mezzo milione di metri cubi di abitazioni, uffici, alberghi e attività commerciali. Il luogo? Torre Carnosa, cioè quel tratto di costa compreso tra la futura sede della Regione Puglia e il nuovo quartiere di Sant’Anna. Dunque viene finalmente al pettine il nodo della costa nell’era post Punta Perotti, alla luce di un piano regolatore tuttora vigente che lì prevede uno statosferico indice di fabbricabilità di 5 metri cubi per ogni metro quadro. Il desiderio, che ispirò anche il concorso di idee curato da Claudio D’Amato alla Biennale di Venezia nel 2006, era di arrivare ad una progettazione unitaria della costa, fino a S. Giorgio. In sei anni, non è successo granché ed ora siamo di fronte ad una proposta che sia pure interessando una superficie di circa 27 ettari è solo un decimo dell’area di cui si parla.

Chi propone il progetto è la Ge.Di. srl di Bari; chi firma il progetto è lo studio di architettura SMN – G. L. Sylos Labini e Partners insieme alla società romana Ecosfera Spa, la stessa che aveva elaborato dieci anni fa gli studi per la Società di Trasformazione Urbana.

Dunque Torre Carnosa è l’effetto di un’onda lunga e ora incontra una situazione favorevole, creata dalla legge regionale n. 21 del 2008 sulla Rigenerazione urbana. Una legge moderna e innovativa, ma affidata nella gestione ai tecnici comunali che in genere leggono solo gli articoli «tecnici» (quelli che parlano di metricubi, di standard e di varianti urbanistiche) e ignorano la parte sociale della norma (inclusione, partecipazione, ecc.), salvo recitarne il rosario retorico nelle relazioni. Non è andata meglio al Comune di Bari che nel maggio dell’anno scorso ha approvato il Documento programmatico per la Rigenerazione urbana, previsto dalla legge 21. Nasce a queste condizioni, allora, il «Piru» (programma integrato di rigenerazione urbana) di Torre Carnosa appena consegnato e che ci muove ad un paio di considerazioni.

Prima considerazione. Il programma urbanistico, saltando la fase solo quantitativa del planovolumetrico (dimensioni e distanze dei fabbricati) ha già un forte carattere architettonico, prefigurando scelte formali e compositive che sono determinanti nel disegno dello spazio pubblico e nella creazione di spazi semipubblici. In estrema sintesi, gli edifici sono organizzati in lunghe «stecche» pressoché parallele al mare, dell’altezza media di 32 metri (il piano regolatore ne consente 45). In realtà le costruzioni hanno un’altezza inferiore ai 18 metri (cinque piani) perché sono sollevate di 14 metri da terra (ritorna il buon vecchio Le Corbusier con i suoi pilotis!): il vuoto servirà a traguardare il mare dall’interno e a guadagnare ulteriore spazio pubblico. I volumi sottratti da questa drastica cura dimagrante vengono poi concentrati in cinque torri alte 90 metri. Stecche basse e torri sottilissime che dovrebbero forse scongiurano l’«effetto saracinesca» ma di certo creano un’atmosfera da metropoli spagnola: più che Barcellona diremmo Valencia (dove Sylos Labini ha progettato). E questo è il solo senso accettabile da dare all’imbarazzante (per quanto vaga) prescrizione, nel documento comunale, di una «tradizione mediterranea degli insediamenti».

Seconda considerazione. Il Piru Torre Carnosa dimostra che la rigenerazione è possibile anche senza ricorre agli spericolati crediti edilizi che il documento programmatico comunale (pp. 37 e 38) ha introdotto nella totale indifferenza o distrazione di consiglieri e assessori (molti dei quali in passato pure si erano dichiarati fortemente contrari a tale invenzione immobiliare).

Come è possibile? Semplice: il programma, sfruttando il previsto trasferimento dei binari, amplia l’area edificabile (da 11 a 27 ettari) inglobando un suolo destinato a verde pubblico e mantenendo i volumi originari, cosicché l’indice di fabbricabilità ne risulta dimezzato e la dotazione di verde conservata, con il vantaggio di arretrare i fabbricati rispetto alla linea di costa, tutelata come bene paesaggistico.

NICOLA SIGNORILE