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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 11_03_2015

Coraggio moderno nel Murattiano senza qualità _ Il restauro «spontaneo» di Palazzo Miceli

È molto di più di una coincidenza se il Palazzo Miceli in via Roberto da Bari viene restaurato proprio quando quella strada inizia ad essere pedonalizzata. È un segno della metamorfosi che sta subendo il quartiere murattiano, finalmente abbandonando la «retorica del Murattiano» per affrontare una analisi critica dell’edilizia che nel dopoguerra ha cancellato gran parte del borgo fondato da Giuseppe Gimma. Un fenomeno urbanistico di dimensioni gigantesche, che in realtà aveva la sua origine nelle numerose sostituzioni e sopraelevazioni avviate già negli anni Venti e Trenta e oggi – ecco la retorica – paradossalmente assimilate nel comune sentire all’autentico Murattiano: valgano per tutti gli esempi di palazzo Mincuzzi o del complesso che racchiude la chiesa di San Ferdinando. Un fenomeno, quello degli anni Sessanta e Settanta, che è stato caratterizzato da una gran massa di ignobile edilizia speculativa, ma in cui pure sono emerse occasioni di eccellente architettura, per mano di maestri come Vito Sangirardi, Dino Pezzuto, Tonino Cirielli e la coppia Chiaia&Napolitano.

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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 24_10_2012

Veduta aerea del Borgo Murattiano

Un fantasma perseguitato dall’identità _ Gimma e il vincolo del Murattiano 

Un fantasma si aggira per la città. È il fantasma di Gimma. Non l’abate, ma l’architetto del re, anzi dei re, dal momento  che Giuseppe Gimma lavorò ugualmente bene tanto con i monarchi borbonici che con il napoleonico Gioacchino Murat. Lo spettro non si dà pace: fra qualche mese scocca il bicentenario della sua grande impresa (la fondazione del Borgo) e già si sente odore di celebrazioni, con il prevedibile sovradosaggio di retorica. Che sprizza qui e là, anche dove non dovremmo aspettarcela. Per esempio, nelle carte che accompagnano l’atto con cui la Regione Puglia ha avviato il procedimento del vincolo paesaggistico su Bari vecchia e sui quartieri Murat, Libertà e Madonnella.

Per la prima volta un atto d’imperio quale è un vincolo viene accompagnato da una «inchiesta pubblica»: è un fatto importante e c’è da augurarsi che l’inchiesta si realizzi davvero e non sia soltanto un nome nuovo per una vecchia pratica che contrappone il potere pubblico agli interessi privati. È utile perciò che entri in gioco chi non ha altro interesse che non sia il bene comune, la qualità di quello spazio nel quale per fortuna o per sventura si deve vivere. La memoria, la storia patria o le tradizioni, vengono dappresso. L’argomento non è una digressione capricciosa, perché alla base del vincolo ci sono quei valori storici, urbanistici e paesaggistici «che sono da considerare fondamentali e percepibili manifestazioni identitarie», si legge nelle carte le quali, seppur scritte oggi, riecheggiano il linguaggio con cui nel 1971 una Commissione provinciale vincolò la zona costiera in quanto «bellezza di insieme caratteristica e tradizionale».

Ma è proprio la presunta identità del Borgo Murattiano che lo spettro di Gimma non riesce a digerire. «Di quale identità vanno fantasticando!», pare di sentirlo mentre si aggira per via Sparano, forse la strada più «identitaria», la quintessenza del Murattiano, secondo il comune sentire. «Ma proprio qui, in questa strada, tutto è cambiato», dice Gimma mentre attraversa il sagrato di San Ferdinando. Gimma passa il rassegna i palazzi che già alla fine dell’Ottocento con le sopraelevazioni e più tardi con le demolizioni e sostituzioni (numerosissime negli anni Trenta del secolo sorso) avevano mandato a gambe per aria le misure razionali del suo Borgo: le altezze dei palazzi, le distanze visive tra la strada e il prospetto dei fabbricati. «Che c’entra con le mie regole il palazzo dei Magazzini Mincuzzi disegnato da Forcignanò e Palmiotto?» si chiede Gimma. «E il palazzo delle Rinascente, grazie al quale il geometra Rampazzini diventò architetto? Che ha da spartire con i miei Statuti Murattiani?», rincara la dose apprezzando però il coraggio di quei suoi colleghi che hanno saputo lasciare un segno di progresso in una città che ormai aveva perso il proprio carattere. Gimma guarda ammirato i palazzi degli anni Sessanta: quelli di Chiaia e Napolitano, naturalmente, e con una punta di invidia quelli progettati da Vito Sangirardi e da Tonino Cirielli: «Avessi avuto io tra le mani questi materiali – dice stringendo i denti e accarezzando infissi di alluminio azzurro e pannelli di rossi lamierini ceramicati – avrei fatto faville!».

E invece, nelle minuziose, dettagliate prescrizioni che accompagnano il futuro vincolo, la bestia nera è proprio l’anticorodal, vietatissimo nonostante il nome commerciale indichi un tipo di alluminio ormai fuori produzione. Intendiamoci, è opportuno impedire che una antica finestra di legno sia sostituita da un infisso d’alluminio o di plastica, ma questo divieto diventa un tabu, anzi una metafora dell’intoccabile. Sicché nessun edificio costruito prima nel 1942 nel Murattiano, come nel Libertà o a Madonnella, potrà essere demolito e sostituto, perché di valore identitario. Solo in caso di crollo, si potrà ricostruire, ma un edificio identico al glorioso caduto, ancorché privo di particolari qualità architettoniche. Ed ecco a cosa ci ha portato la triste vicenda del falso Petruzzelli, ricostruito «com’era e dov’era» pur essendo ormai andato perduto nel rogo il «documento». I professionisti del falso dicono: «Rifare a l’idéntique». E a questo punto l’architetto Gimma ha un sospetto: «Non avranno scambiato il concetto di identità con l’aggettivo identico?».

NICOLA SIGNORILE

 

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 06_06_2012

Progetto di Mastropasqua per palazzo Maggi, 1826

Good bye Murat. La tua città cambia pelle _ La forma del nuovo piano urbanistico  

Gli urbanisti che conquisteranno l’incarico di formare il nuovo piano regolatore di Bari dovranno certo tenere conto del lavoro portato a termine dal gruppo guidato dall’architetto Gianluigi Nigro con il Documento programmatico preliminare.  Chi pensa che i nuovi arrivati avranno scarso margine di manovra, si sbaglia:  il Dpp è un testo da interpretare, un quadro di conoscenze che indica valori e disvalori del territorio, problemi da risolvere nell’organizzazione della città e opportunità da sfruttare. Affida un futuro alla dimensione urbana ma non ne prefigura la forma. A questo dovrà provvedere, appunto il Pug, il prossimo Piano urbanistico generale, passando dagli «schemi»  ai disegni. E sarà tanto più difficile realizzare un disegno urbano forte e resistente alle tensioni del mercato fondiario e immobiliare, quanto più si cederà sul fronte della commercializzazione dei presunti diritti acquisiti: i famigerati crediti edilizi che hanno già bloccato Roma e il suo nuovo piano. 

La questione non è di poco conto perché una città assume una forma comunque: per disegno preordinato e organico oppure per spontanee e disordinate iniziative. Ma sappiamo anche che un piano ben fatto non sempre “resiste” nel tempo e può ridursi ad una mitologia mentre la forma della città degenera. Bari, da questo punto di vista, è una caso esemplare. Il famoso piano di Giuseppe Gimma per la fondazione del borgo Murattiano (l’anno prossimo festeggia i duecento anni) è stato tradito praticamente subito e tuttavia oggi la maggioranza coltiva la nostalgia per il quartiere perduto, per la bellezza severa (o forse avara) dei suoi palazzi neoclassici, per l’armonia delle dimensioni e l’unitarietà dello stile. E contrappone a questa immagine il paesaggio attuale, imputando del delitto di «urbicidio» qualsiasi architetto, ingegnere, capomastro o costruttore che abbia partecipato alla gigantesca sostituzione edilizia degli anni Sessanta. 

Questo atteggiamento, alimentato da un ingenuo sentimento di tutela delle vecchie cose, è doppiamente illusorio: da una parte non consente di distinguere nelle nuove costruzioni le buone architetture e l’edilizia più innovativa realizzata in quegli anni da «solitari maestri»  come Chiaia e Napolitano, Sangirardi, Cirielli, Pezzuto e poi Mangini; dall’altra enfatizza l’efficacia dei tanto celebrati «Statuti murattiani». Il Regio decreto del  1° dicembre 1814 dedica all’architettura dei prospetti soltanto un articolo, il settimo: «Questa proporzione sarà regolata in modo che abbia ad osservarsi nel complesso degli edifici che comporranno l’isola e specialmente le facciate sporgenti sulle strade una diposizione simmetrica, la quale consiste in ciò che la ricorrenza dei piani di un edificio sia nella stessa orizzontale dei piani dell’edificio contiguo. Anche le mostre delle porte, dei portoni e delle finestre (quantunque varie) dovranno però essere di buon gusto a giudizio dell’architetto direttore, al quale in tutto è affidata questa nuova opera».

 Ma già nel 1826 il signor Maggi presenta al Comune un progetto per realizzare un palazzo in via Sparano. Si è affidato all’architetto Vincenzo Mastropasqua il quale ha piazzato al piano nobile una fila di otto colonne doriche ma la commissione edilizia in cui è insindacabile il giudizio di Gimma (si era riservato questo potere proprio nell’articolo 7 degli Statuti) respinge i disegni, non perché fossero sbagliati, ma evidentemente di «cattivo gusto». Inutili le proteste di Mastropasqua e le insistenze di Maggi, che alla fine deve affidare il progetto  alla mano semplificatrice di Giacomo Prade, collaboratore strettissimo del Gimma.

 Fu l’ultimo tentativo di “difendere” un’idea contro le necessarie, inevitabili trasformazioni della città benché ancora in costruzione. Se vogliamo dare un giudizio critico “postumo” diremo che le colonne di Mastropasqua erano davvero insopportabili, ma alla fine nel Murattiano si sarebbero imposte proprio le bellurie dell’Eclettismo dello “stile umbertino” (per dirla alla barese…). 

NICOLA SIGNORILE

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