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La “bellezza inutile” delle città

Il Fatto QuotidianoÈ passato poco più di un mese dal nostro ultimo articolo “A che serve Cesare Brandi?” con il quale, tra l’altro, partendo dalla situazione particolare della città di Martina Franca, riflettevamo sul fenomeno sempre più frequente della turistificazione della città. Città non più pensate per essere casa delle comunità che le abitano ma strutture ricettive di quel turismo osannato come panacea di ogni male della nostra epoca turbocapitalista.

Oggi, 5 novembre 2018, sulle pagine de Il Fatto Quotidiano, il professor Tomaso Montanari torna sul tema in maniera condivisibile.

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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 08_02_2017

Bene comune, Assemblea nell’ex conservatorio S. Maria della Fede, a Napoli

Bene comune, Assemblea nell’ex conservatorio S. Maria della Fede, a Napoli

Con i «beni comuni» Renzo Piano rammenda periferie _ A confronto Marghera e la Rossani 

Renzo Piano si schiera dalla parte dei beni comuni e della partecipazione dal basso. Grazie al maestro-senatore abbiamo la possibilità di allontanare il sospetto che in questa rubrica si coltivi un pregiudizio contro le archistar. I grandi architetti non sono tali solo quando progettano i grattacieli ma anche e soprattutto quando contestano le convenzioni. Per esempio quella dei parcheggi, che proprio Renzo Piano rinunciò a realizzare nei sotterranei della Torre delle Poste, nel centro di Londra. Sua è la teoria del «rammendo delle periferie» e – nonostante l’aria un po’ gozzaniania – lo slogan ha conquistato tutti: tecnici, imprenditori e politici, i quali tuttavia hanno spesso frainteso prefigurando solo di lavori pubblici. 
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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 14_03_2012

Progetto di Cucinella per la ex caserma degli alpini ad Aosta

Etica pubblica partner privati e la città divisa _ Cucinella in visita alla Rossani

L’ombra inquietante dell’urbanistica «contrattata» si allunga sui pezzi di città che reclamano una nuova vita. Un tempo erano caserme e fabbriche, ora sono luoghi dismessi – come si dice – cioè spazi privi di funzione e in abbandono ma con una qualità straordinaria, ciò che li rende davvero appetibili: nati nella periferia, si ritrovano nel cuore del panorama urbano e quindi con un altissimo valore immobiliare.

Oggi pomeriggio, al Rettorato del Politecnico, il ministro dell’Ambiente Corrado Clini sarà l’ospite principale di una tavola rotonda sul tema Aree industriali dismesse: una risorsa per il paese. Clini arriva ad appena qualche ora dal terremoto giudiziario che ha portato agli arresti domiciliari – tra gli altri – due imprenditori edili (i fratelli De Gennaro) e dirigenti dell’ufficio tecnico del Comune. Misura cautelare disposta nell’indagine sui parcheggi interrati che sono stati realizzati in project financing, strumento dell’«urbanistica contrattata» al pari dei cosiddetti programmi integrati, come le case per i poliziotti in via Pappacena, pure oggetto dell’inchiesta.

Ma alla vigilia del blitz, lunedì scorso s’era tenuto un altro incontro, sempre al Politecnico, sullo stesso tema. Era il primo incontro della serie Bari Futura, promossa insieme al Comune di Bari che è alle prese – attualmente – con la ex Fibronit, la ex Caserma Rossani, la Manifattura Tabacchi, l’ex ospedale militare Bonomo. E mettiamoci pure il teatro Margherita che – dismesso da decenni – non era propriamente una caserma o una fabbrica e ciò nonostante si propone per esso un clamoroso cambio di destinazione d’uso per farne un museo d’arte.

Ospite di riguardo, lunedì scorso, era l’architetto Mario Cucinella che i pugliesi conoscono perché ha progettato la stazione marittima di Otranto, e che ha al suo attivo un certo numero di progetti di rigenerazione urbana. Di questi ultimi appunto ha raccontato, nell’ambito di un vasto ragionamento su consumo del suolo, riuso urbano, sostenibilità energetica ed economica e partenariato pubblico-privato. Due, in particolare, i progetti che – per le forti analogie del punto di partenza – si propongono come modelli utili alla scena barese. Si tratta della ex caserma degli alpini di Aosta e della Manifattura dei Tabacchi di Napoli. Nel primo caso, la rigenerazione è avvenuta realizzando la nuova sede dell’università con la biblioteca e le residenze studentesche. Dei quattro grandi edifici ne sono stati restaurati due, gli altri rasi al suolo per dar luogo ad una nuova edificazione superefficiente dal punto di vista energetico e con qualche concessione di troppo alla ispirazione dei luoghi, con le sommità che evocano i ghiacciai d’intorno. Diverso il caso della rigenerazione di Napoli, dove l’area gigantesca della manifattura dei tabacchi è stata divisa in quarti come un bue. Operazione utile sotto due aspetti. Primo, realizzare due strade che incrociandosi permettano di aprire alla città lo spazio, demolendo la struttura originaria di cittadella conchiusa e ostile (dice niente ai baresi la parola?). Secondo, differenziare gli usi: in un pezzo gli istituti universitari, in un altro i servizi per il quartiere, in altri due le residenze per ripagare gli investimenti privati.

Che dopo le parole di Cucinella il dibattito prendesse la piega dell’osanna al privato era inevitabile. Nonostante il racconto che un impaurito Cucinella ha fatto delle combattiva opposizione dei residenti che è stato necessario affrontare a Napoli. «Con la gente bisogna parlare e non a cose fatte – ha detto Cucinella -. La democrazia è una grande fatica, ma è l’unica strada che abbiamo».

Cucinella ha visitato, nel suo breve soggiorno barese, la ex Caserma Rossani. «È un’oasi nell’assedio dei palazzi – ha esclamato – non c’è ragione di aspettare ancora per restituirla ai cittadini». Accanto a lui c’era l’assessore comunale all’Urbanistica, Elio Sannicandro: non sappiamo se gli abbia riferito e come del dibattito attuale sulla Rossani che prende i baresi. Dei 13 milioni offerti dalla Regione rifiutati dal Comune. E dello studio di fattibilità del Comune che avrebbe di fatto privatizzato quegli otto ettari di suolo con un project financing. Insomma: urbanistica contrattata.

È in atto uno slittamento di senso che cambia nella sostanza il carattere del potere pubblico come dell’interesse privato. Ed è questo il tema di oggi. «I mecenati del Rinascimento – ricorda lo storico dell’arte Tomaso Montanari – impiegavano i loro capitali (che avvertivano di avere in qualche modo sottratto alla collettività) in grandi imprese edilizie e artistiche a vantaggio del pubblico. Gli imprenditori del 2012, al contrario, si sono decisamente emancipati dal senso di colpa e usano le loro ricchezze per privatizzare pezzi di città, cavalcando a proprio vantaggio lo sfascio delle finanze e dell’etica pubbliche».

NICOLA SIGNORILE


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