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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 10_08_2016

A S. Scolastica il museo cerca la sua clientela _ L’ipotesi del danno erariale

La procura della Corte dei Conti potrebbe aprire un’inchiesta sulla vicenda del cosiddetto museo archeologico di Santa Scolastica. Prima l’estenuante lentezza dei lavori di restauro che avrebbero dovuto concludersi l’anno scorso; poi il flop del sistema multimediale del bastione; ora il pasticcio della proprietà effettiva dell’ex convento che vede nel ruolo di «abusivi» enti pubblici sfruttare immobili altrui, sull’esempio oramai da manuale del Petruzzelli, teatro privato ricostruito con soldi pubblici e occupato senza titolo dall’ente lirico, come ci ricordano ogni tanto i legittimi proprietari.

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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 20_07_2016

The Lima Art Museum

The Lima Art Museum

Il museo genera memorie per il sottosuolo _ Moramarco e Ventrella a Lima

Ci sono andati vicinissimi. Per un soffio non hanno vinto il concorso internazionale per il Museo d’arte di Lima. Secondo posto: un assai onorevole piazzamento per gli architetti baresi Pierpaolo Moramarco e Stella Ventrella, battuti solo dall’autorità dei madrileni Ginés Garrido e Francisco Burgos in combutta con Mariana Leguía e Angus Lauriee, titolari dello studio Llama Urban Design. Quest’ultimo con sede proprio nella capitale peruviana.

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Polo delle arti e delle culture contemporanee

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polo margherita 3Le arti di Decaro hanno seppellito l’arte privata di Emiliano

Il «Museo della merda» l’ha già realizzato, in Val Padana, per l’industriale del «grana» Gianantonio Locatelli. Ora mette anche la sua firma sul futuro «Polo delle arti e delle culture contemporanee», articolato fra il teatro Margherita, l’ex Mercato del pesce e la Sala Murat. L’architetto Luca Cipelletti, leader dello studio milanese Ar.ch.it è il consulente per l’allestimento museografico che affianca i progettisti della Soprintendnza, Emilia Pellegrino e Anita Guarnieri.

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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 07_11_2012

Il nuovo dipartimento d’arte islamica nella corte Visconti del Louvre

Le vestali dell’antico sono allergiche ai metalli moderni _ Il Louvre, i vincoli e S. Scolastica

A Bari li avrebbero umiliati e offesi, se Mario Bellini e Rudy Ricciotti si fossero presentati con l’idea di una vetrata per coprire – facciamo un’ipotesi – un cortile della Manifattura dei tabacchi o di Palazzo Ateneo. Ma siccome e per fortuna Parigi non è Bari (nemmeno se piccola, con o senza mare) lì glielo hanno fatto fare: un grande tappeto volante lungo quasi 50 metri e largo una trentina. Poggia su otto pilastri quella superficie ondulata, traslucida di vetro e  – orribile a dirsi! – di alluminio. Proprio dentro il Louvre, che aveva bisogno di fare spazio alla collezione di arte islamica e lo spazio l’ha trovato nella neoclassica corte Visconti (1860): il nuovo padiglione è stato inaugurato solo un mese fa, dopo lavori ragionevolmente lunghi (sono durati cinque anni) e a ben dieci anni di distanza dal giorno in cui il presidente Chirac lanciava il progetto di un museo islamico, soltanto un mese dopo l’attentato alle Twin Towers.

Qui a Bari, invece, a confronto con il fanatismo dei tecnici della Soprintendenza persino gli affiliati ad Al Qaeda sembrerebbero pacifici relativisti: gli edifici – belli o brutti, non importa, purché costruiti prima del 1942 – abbiano soltanto infissi di legno e comunque mai e poi mai l’alluminio, in qualsiasi lega e versione! È quel che prevede la proposta di decreto di vincolo paesaggistico dei quartieri Murat, Libertà, Madonnella nonché di Bari vecchia che sta suscitando in queste settimane contestazioni da parte degli edili e opposizioni degli artigiani del metallo e tardive resipiscenze dell’amministrazione comunale e dei suoi tecnici che quei divieti futuri hanno contribuito attivamente a scrivere (come si rileva dai verbali della commissione regionale).

Il punto importante, ora, non è la scelta se fare una finestra di legno o di metallo (peraltro esistono sul mercato prodotti «sandwich» ad alta efficienza energetica) ma la volontà di imporre una sorta di prontuario del restauro, indipendentemente dal progetto che invece dovrebbe essere al centro dell’attenzione, con le sue ragioni e le sue libertà. Un inaccettabile, insostenibile manuale della presunta «purezza murattiana» che nega ogni possibilità di interpretazione contemporanea del riuso dell’edificio e della città, attraverso un onesto linguaggio contemporaneo che è fatto anche di materiali contemporanei. E per fortuna, dobbiamo dire a questo punto, c’è stata l’insipiente e insipida decisione dell’amministrazione provinciale di non affidare il progetto del museo archeologico a Santa Scolastica a  Gae Aulenti che conquistò il secondo posto nel concorso internazionale vinto nel 2008 dal gruppo di Cesare Mari con una proposta bocciata a Roma dal Comitato tecnico dei Beni culturali. Diciamo per fortuna, perché non vorremmo neanche immaginare Gae Aulenti, la signora dell’architettura italiana scomparsa la settimana scorsa, alle prese con le vestali dell’antico.

Il progetto di Gae Aulenti per Santa Scolastica, infatti, si annunciava come «una ulteriore fase di trasformazione dell’edificio» e prevedeva di conservare gran parte degli interventi realizzati negli anni Settanta da Angelo Ambrosi e Giuseppe Radicchio perché «è uno dei tanti strati che compongono  la storia dell’edificio». Alle facciate vetrate realizzate negli anni Settanta, per ridurre gli effetti della insolazione Aulenti sovrapponeva una facciata ventilata in acciaio corten: «una campitura astratta e neutra, priva di dettaglio, sfondo perfetto  – diceva l’architetto – in grado di dare risalto alle pareti originarie del complesso in pietra». La facciata d’acciaio da una parte avrebbe evitato il rischio di mimetismi e di ricostruzioni in pietra simil-antico, dall’altra avrebbe  dialogato onestamente – da contemporanea – con le costruzioni metalliche di Ambrosi e Radicchio.

Non è andata così, come sappiamo. Alla fine si è tornati alla vecchia idea della Soprintendenza, riveduta e corretta, ma sempre vendicativa verso la modernità. E mentre ripensiamo alle occasioni perdute, tornano alla mente le parole di Gae Aulenti che considerava un museo attuale alla stregua di una cattedrale: «perché quel che si racconta in un museo non è soltanto la memoria ma anche il modo in cui oggi si manipola la memoria».

Terribili parole, ma non ditele ai crocieristi che, uscendo dal Porto,  attraverseranno l’art-way dentro Santa Scolastica. Non capirebbero.

NICOLA SIGNORILE

 

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 30_05_2012

 

Render del progetto

Gilda e l’assassino: giallo al museo di Santa Scolastica _ Il progetto, un ritorno al passato

La scoperta, che possiamo annunciare in anteprima, delle fondamenta della chiesa di San Pietro a Bari vecchia è una magra consolazione. L’affiorare con gli scavi archeologici in atto nell’area accanto all’ex monastero di Santa Scolastica delle tracce delle absidi conferma che avevano ragione tutti quelli che protestarono contro il progetto di padiglione strallato da costruire proprio lì. Le proteste per una decisione che avrebbe compromesso gli ulteriori scavi archeologici convinsero l’ex presidente della Provincia, Enzo Divella, a seppellire il progetto redatto nel 2005 dall’architetto Marcello Benedettelli (soprintendente barese ai Beni architettonici e del paesaggio) con la consulenza dell’architetto Gianni Vincenti.

Divella prese allora la decisione (coraggiosa, per Bari, addirittura temeraria) di bandire un concorso internazionale di progettazione. Concorso purtroppo naufragato dopo la sonora bocciatura del progetto vincitore nel 2008 (capogruppo, l’architetto Mari di Bologna) da parte del comitato di esperti del ministero dei Beni culturali. Bisogna dire che i «giudici» romani ebbero un grosso aiuto dalla giuria del concorso che aveva scelto «il migliore» preferendolo a progetti con ben altre qualità. Citiamo, ad esempio, il progetto di Gae Aulenti e dell’archeologo Giuliano Volpe, solo perché il duetto ha appena condotto il restauro e l’allestimento museale di palazzo Branciforte a Palermo: ne ha puntualmente raccontato Giacomo Annibaldis ai lettori della Gazzetta, domenica scorsa.

Il braccio di ferro istituzionale  poteva riconsegnare la progettazione nelle mani dei tecnici di Stato, come puntualmente è avvenuto. Prima un progetto firmato dallo stesso direttore regionale dei Beni culturali per la Puglia, Ruggero Martines, poi – quando si è reso disponibile un finanziamento regionale di poco meno di due milioni di euro – un nuovo progetto firmato da Teresa Elena Cinquantaquattro (soprintendente all’Archeologia di Napoli e Pompei) e da Francesco Longobardi (architetto della direzione pugliese per i beni culturali).

In effetti quest’ultimo progetto è una revisione di quello di Martines, che a sua volta era un ritorno all’idea di Benedettelli: lega i tre progetti la medesima idea di vendetta nei confronti del bel restauro condotto negli anni Settanta da Angelo Ambrosi e Giuseppe Radicchio. Vendetta sfumata nei toni col passare del tempo ma riconfermata dalla demolizione dell’aula sospesa. Sarà certo una coincidenza: il progetto delle cosiddette «proposte migliorative»  con cui le imprese Vincenzo Modugno di Capua e Antonio Resta di Bari si sono aggiudicate l’appalto dei lavori è firmato dall’architetto Gianni Vincenti, già collaboratore di Benedettelli nel primo progetto. E così il cerchio si chiude.

Di nuovo, c’è l’apertura di un ingresso verso il mare, unico frutto delle  buone proposte partorite dal concorso. All’idea di Martines – che aveva concepito un ponte pedonale per scavalcare il traffico del lungomare e finire dritto dritto nel porto, in bocca ai croceristi – si è voluto rinunciare nell’ultima edizione, ma l’intenzione di indirizzare tutti gli sforzi al fast food dei turisti resiste prepotente nel tracciato dell’«Art-way». Sotto il belletto dell’espressione inglese rimane il percorso che il visitatore dovrà intraprendere entrando dal lungomare: a lui si offre un «assaggio» del museo che verrà, chissà quando. Per il momento, si lavora al solo piano terra. Se esiste un progetto anche per l’intero complesso di Santa Scolastica non siamo tenuti a sapere: tutto è avvolto nelle nebbie ministeriali. Dobbiamo accontentarci allora degli inquietanti rendering offerti in pasto alla stampa e ai curiosi. Ce n’è uno che sembra un thriller: esterno notte, una donna sola in abito da sera che pare Rita Hayworth in Gilda aspetta qualcuno davanti al museo e intanto incombe la sagoma di un uomo: è di spalle, intabarrato e nero. Sarà l’assassino? Involontaria metafora della minaccia alla bellezza.

I progetti veri comunque restano ignoti, protetti dalla gelosa riservatezza degli uffici che finalmente si sono ripresi il giocattolo. Un giocattolo che la Provincia ha perduto forse definitivamente con il protocollo di intesa sottoscritto il 30 ottobre 2010. D’altra parte, dacché è iniziata questa vicenda, la Provincia ha finto di convocare inutili comitati, ma non ha mai detto né come né con chi intende gestire il museo.

NICOLA SIGNORILE


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