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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 25_11_2015

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Studio 015 / Paola Viganò | progetto Flaminio | Roma

Vecchie caserme sul mercato. Miseria e nobiltà _ Bari – Roma: sfida a Urbanpromo  

Le caserme dismesse sono di moda. All’ultima edizione di «Urbapromo» che si è svolta alla Triennale di Milano la scorsa settimana era questo uno dei temi alla ribalta. Il Comune di Bari ha partecipato alla rassegna urbanistica internazionale illustrando i progetti in corso per la ex caserma Rossani e si è ritrovata a confrontarsi con iniziative analoghe, almeno tre: la caserma Mameli a Milano, la ferrarese caserma Pozzuolo del Friuli e la caserma Guido Reni di Roma. Questi tre casi hanno in comune il fatto di essere gestiti da CDP Investimenti Sgrv, una società formata dalla Cassa Depositi e Prestiti, per il 70%, e per il restante capitale dalle casse di risparmio (Accri) e dall’Abi (Associazione delle Banche Italiane), in parti uguali.

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“TERRA NOSTRA” _ Puntata di Presa Diretta

puntata "Terra nostra" di Presa Diretta

puntata “Terra nostra” di Presa Diretta

Segnaliamo la puntata di oggi, 15 Febbraio 2015, del programma Presa Diretta in onda alle 21.45 su Rai Tre, incentrata sul tema del consumo di suolo in Italia.

Argomento da noi spesso citato (A proposito del DDL Lupi _ Piazza Grande del 21 | 05 | 2014 _ “Difendiamo il suolo!” _ Piazza Grande del 04 | 12 | 2013 _ Vaneggiamenti Eatalyani) ma che, purtroppo, rimane ancora marginale nei dibattiti più importanti a livello governativo e politico (spesso per una precisa presa di posizione) e poco conosciuto dalle grandi masse.

In particolare, la puntata di oggi, condotta da Riccardo Iacona, si soffermerà sui molteplici modi in cui il suolo, bene preziosissimo e insostituibile, viene ogni giorno messo a rischio (non per ultimi gli strascichi della ipocrita Expo di Milano).

Di seguito la pagina della Rai dedicata alla puntata di oggi e il video promo:

http://www.presadiretta.rai.it/dl/portali/site/puntata/ContentItem-d2a576d1-6a6f-4ee9-a87b-dd1ba61b65a2.html

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-8d1e94b9-613e-4cd9-a419-b1378996d4fa.html

 

 

Ricordando Gae Aulenti

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scenografia di Gae Aulenti per “Lo stesso mare”

Il gioco di Gae Aulenti nel mondo «postumo» _ I progetti «mancati» in Puglia. La piazza Pagano rinata a Potenza

«Stiamo vivendo la nostra attualità come un continuo superamento: di ideologie, innazitutto, ma anche di forme e di critiche». Ma nei rivolgimenti epocali era sempre stata a suo agio Gae Aulenti. E invece di smarrirsi di fronte alla frana delle certezze diceva: «Il nostro essere “post” o postumi, in tutti i sensi, ci legittima a creare cose che siano contemporaneamente utili e inutili, pregne di significato e insignificanti, con una forma e informi».

Sono parole che Aulenti ha pronunciato di recente ma si prestano perfettamente a spiegare la sua giovanile ribellione al dominio del Modernismo, al dogma della indissolubile coppia forma-funzione. Che poi questa ribellione l’abbia condotta a prendere parte all’eresia italiana del «Neorealismo» e ad approdare con il giovane Paolo Portoghesi e con Roberto Gabetti e Aimaro Isola al cosiddetto «Neoliberty» è solo una necessità della storia italiana. Una storia di provincia, nobile ma pur sempre provincia, che non è riuscita a trattenere l’architetto di formazione milanese (si era laureata nel ‘53 al Politecnico lombardo) ma con uno stile perfettamente internazionale che progetta opere diversissime per tipo e grandezza nei quattro angoli del mondo: dalla villa a Saint Tropez (1990) alla trasformazione in museo della dismessa Gare d’Orsay a Parigi (1980-86), dall’Istituto italiano di cultura a Tokyo al museo dell’Arte asiatica a San Francisco (1996-2003).

Il celebre slogan «dal cucchiaio alla città» calza a pennello alla personalità di Gae Aulenti protagonista del design industriale già nei primi anni Sessanta e artefice di importanti interventi urbanistici. Sul fronte degli oggetti, l’ironia avanguardista e la giocosità guidano la mano di Aulenti quando progetta la lampada Pipistrello (1965) e i mobili morbidi e tondi della serie Tennis (1971) e non ha paura di misurarsi con Duchamp montando quattro ruote di bicicletta sotto una lastra di cristallo per realizzare il tavolo Tour, nel ‘93, esagerata riedizione del tavolo con rotelle industriali concepito nel 1980 per Fontana Arte.

Sul fronte degli spazi urbani, il progetto per la nuova uscita degli Uffizi in piazza Castellani a Firenze e quello per la nuova piazza Cadorna a Milano dimostrano tutta la delicata, consapevole attenzione di Aulenti nel trattare la materia urbana, nell’intervenire a mettere ordine e ridare senso a parti della città storica. Tutte qualità che si possono ritrovare nel riqualificazione di piazza Mario Pagano, a Potenza, inaugurata solo due settimane fa: l’ultimo suo lavoro, portato a termine mentre si dava forma e sostanza al sogno di Vico del Gargano, con il progetto di «albergo diffuso» da realizzare nel centro storico attraverso il suo restauro: una delle più felici interpretazioni delle potenzialità del Parco del Gargano e del Piano regionale pugliese del paesaggio.

Ma a parte Vico, una serie di occasioni mancate ha segnato il rapporto di Gae Aulenti con la Puglia: la mancata trasformazione di una masseria settecentesca in centro turistico, in provincia di Taranto (a causa di insediamenti industriali), ma soprattutto i mancati musei baresi. Prima ci fu il progetto di un museo dell’arte contemporanea e del design a Villa Capriati, concepito nel 2001 insieme al museologo barese-milanese Saverio Monno; poi le chiesero un progetto di massima per il museo archeologico a Santa Scolastica. Consegnato, ma lasciato languire. Cambiano negli anni le amministrazioni della Provincia di Bari (commissionaria di entrambi i musei) ma non lo stile dei rapporti con Aulenti. La Provincia decide di bandire un concorso internazionale per Santa Scolastica. Gae Aulenti partecipa e il suo progetto (con l’archeologo barese Giulio Volpe) conquista il secondo posto. Il ministero dei Beni culturali boccia il primo arrivato e la Provincia potrebbe affidare l’incarico al gruppo di Aulenti, ma chiude la partita con un nulla di fatto. Una buona occasione sacrificata sul piano della insipida politica.

Solo in una circostanza – pur effimera – i baresi potranno vedere qualcosa che Gae Aulenti ha realizzato per la loro città: le scenografie per l’opera lirica “Lo stesso mare” realizzata l’anno scorso al Petruzzelli su libretto di Amos Oz, musiche di Fabio Vacchi e con la regia di Federico Tiezzi.

È una grande diga o il ponte di una nave o soltanto il ballatoio di un condominio affacciato su un mare gonfio di onde che si trasforma ora in deserto ora in giardino, secondo quella legge dell’incertezza e della metamorfosi del superamento che abbiamo riconosciuto nelle parole di Gae Aulenti richiamate all’inizio di questo racconto.

Per Gae Aulenti, quella scenografia al Petruzzelli non era certo la sua prima volta teatrale. Anzi, aveva iniziato a Prato negli anni Settanta, insieme a Luca Ronconi. Con lui aveva messo in scena Ibsen, Rossini, Berio e Stockhausen. «Il teatro mi ha aiutato molto per l’architettura, ma non so se è vero il contrario», ci disse una volta Aulenti che vedeva così nel teatro come nel museo una metafora concreta della città, quel mondo delle relazioni sociali e dell’impegno civile che era la misura del mestiere d’architetto, formato alla scuola di Ernesto Nathan Rogers. «Mi piace pensare – ci disse Aulenti – al museo come una cattedrale contemporanea, perché sono laica e quindi penso che quel che si racconta in un museo non è soltanto la memoria ma anche il modo in cui oggi si manipola la memoria».

di NICOLA SIGNORILE

da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 02|11|2012

Franco Albini: i padiglioni Ina nelle Fiere di Bari e Milano _ presentazione del libro

Locandina dell’evento

Domani, 21 Maggio 2012, presso la LIbreria Laterza a Bari alle ore 18.20 verrà presentata la collana “Letture di architettura” e il volume di Federico Bucci su Albini e sui suoi padiglioni progettati per le Fiere di Bari e Milano.

Del libro ricordiamo una recensione di qualche tempo fa nella rubrica Piazza Grande, in cui viene tracciato il quadro in cui rientra il lavoro di Albini e il prolifico lavoro degli architetti razionalisti italiani.

All’incontro moderato da Maria Laterza interverranno Nicola Signorile, Giuseppe Monti, Lorenzo Netti, Mario Ferrari.

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 11_04_2012

 

Aria d’Europa con la geometria di Albini in Fiera _ Il padiglione dell’Ina, com’era

 

C’è stato un tempo in cui si diceva: «Bari è la Milano del Sud». Era solo un’ ambizione forte, ma ci si poteva credere, quando si metteva piede nella Fiera del Levante dove quell’ambizione prendeva forma e corpo. Un esempio è il padiglione dell’Ina che un giovane architetto lombardo, Franco Albini, realizza nel 1935.

L’edificio è la replica (con qualche variante) del padiglione Ina realizzato quello stesso anno nella Fiera di Milano: non una copia, tuttavia, ma un unico progetto per multiplo. Il padiglione deve ospitare la medesima mostra e negli anni successivi duplicare le nuove esposizioni dell’istituto assicurativo. Dunque un edificio permanente, non effimero, come la gran parte degli spazi fieristici. Tuttavia, danneggiato durante la guerra, fu poi abbattuto lasciando dietro di sé una piccola leggenda alimentata dalla rare fotografie in bianco e nero e cresciuta nel tempo. Durante la recente gara per il restauro del Palazzo del Mezzogiorno qualcuno aveva ipotizzato con molto azzardo che l’edificio di Pietro Maria Favia fosse stato costruito sull’opera di Albini, che invece sorgeva in viale Volga, dirimpetto alla fontana monumentale del Brunetti. Di fronte alla quale, barocchetta com’è, il padiglione Ina doveva fare un grande effetto, per il contrasto della geometria rigorosa con le sue grandi pareti vetrate e i pilastri e le travi di cemento armato.

A questa opera «minore» di Albini è dedicato il volumetto affidato al critico Federico Bucci dall’associazione barese Ilios e presentato da Mario Ferrari che di Ilios è l’anima. Il libro (pp. 96, euro 8) si intitola “Franco Albini. Padiglioni Ina per le Fiere di Milano e di Bari. 1935” ed è fedele, nella sua impostazione con il ridisegno dei progetti, ai precedenti volumi dedicati a singole opere di Libera, Vaccaro e Moretti. Già questi nomi in fila dicono la coerenza della scelta del campo di indagine storica e critica: il Razionalismo italiano e la felice stagione (ma solo per l’architettura) degli anni Trenta. In questo scenario il padiglione barese-milanese, come sottolinea Ferrari, rappresenta già pienamente «la “maniera italiana” di coniugare il razionalimo» che è uno dei momenti salienti della carriera di Franco Albini.

Il padiglione Ina, s’è detto, è una architettura destinata a contenerne un’altra, quella espositiva: i due progetti allora si condizionano a vicenda e Albini decide di affidare questa dialettica ad una rigorosa geometria organizzata su un modulo costante di 80 centimetri. È lo stresso Albini a descrivere il suo lavoro sulle pagine della «Rassegna di Architettura» e a raccontare «il salone alto 12 moduli, equivalente a tre volte l’altezza dell’ingresso», il pavimento con le lastre di marmo quadrate (naturalmente da 80 centimetri) e separate da un largo giunto che, senza dover bucare ogni volta la pietra, serve all’ancoraggio delle strutture espositive: aste e tiranti collegati al soffitto e su cui sono appesi i pannelli illustrativi e agganciate le pareti sospese di vetro.

«Guidato dalla geometria cartesiana Albini progetta i suoi spazi atmosferici», scrive Bucci, citando Giovanni Romano che distingue tra volumi solidi e volumi atmosferici (ben altra cosa che la banalità dei pieni e dei vuoti della tradizione accademica!). L’edificio consiste in due parallelepipedi: uno contiene il salone, l’altro, adiacente, la scala che conduce alla sala del piano superiore. È proprio nella disposizione della scala nella scatola vetrata la principale differenza tra l’edizione milanese e quella barese, che meglio interpreta i modelli di rifermento del Bauhaus (Walter Gropius progetta Dessau nel ’25) o l’Ufficio del Lavoro di Vienna (realizzato nel ’32 da Ernst Plischke).

«Il padiglione Ina del 1935 – nota Bucci – rappresenta così una testimonianza della difficile e forse impossibile strada tentata da Albini nella cultura architettonica fascista: un itinerario personale lontano dagli equivoci retorici – sia della “accademia” e sia della “mediterraneità” – e orientata a interpretare il “sistema di morale” dell’architettura moderna nordeuropea». Ma vogliamo credere che sulla “difficile strada” percorsa da Albini alla Fiera del Levante si siano poi incamminati qui a Bari architetti come FaviaLopopolo con i propri lavori fieristici e – attraverso la loro testimonianza – la generazione successiva dei Chiaia, dei Sangirardi, dei Pezzuto e dei Cirielli. In quei formidabili anni Sessanta.

 NICOLA SIGNORILE


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