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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 26_02_2014

leerstand-wohnungenParadosso edilizio: tre alloggi sfitti per ogni senzatetto _ L’inesistente diritto di costruire 

Costruire, costruire, costruire per dare una risposta al bisogno abitatitivo. Con questo argomento si sostiene la necessità di confermare le spinte espansive dell’edilizia residenziale nel prossimo, nuovo piano urbanistico di Bari. Un argomento «sociale». Ma ce n’è anche uno – diciamo così – «giuridico»: il presunto «diritto a edificare» che apparterrebbe al proprietario di qualsiasi suolo, da risarcire eventualmente con i crediti edilizi  che di quel presunto diritto sono il prodotto «derivato» (allusione involontaria ma pertinente!).

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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 20_03_2013

Vista aerea di New York

Vista aerea di New York

Trionfo della città e legge “bella” da palazzinari _ Centro storico o suolo agricolo?

Ai sindaci riuniti lunedì scorso a Bari piace molto il disegno di legge «sulla bellezza» lanciato da Legambiente. Una legge, in realtà, da palazzinari (sia pure di « sinistra immobiliare»)  che asseconda il consumo di suolo fingendo di contrastarlo. È possibile che se ne riparli venerdì prossimo, nel convegno organizzato dall’Ordine degli architetti sul tema «Rigenerare nel paesaggio storico urbano». Tra i relatori c’è Bruno Gabrielli: è la voce dell’Associazione dei centri storici e artistici  ma anche il leader del gruppo che sta già lavorando al nuovo piano urbanistico di Bari. Non si tratta di una coincidenza:  senza dubbio anche la storia professionale dell’urbanista genovese ha pesato nella scelta della commissione che lo ha preferito agli altri blasonati concorrenti: Federico Oliva, Bernardo Secchi e Oriol Bohigas. continua a leggere

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 30_01_2013

beato angelico santa trinita

Dettaglio della Pala di Santa Trinita di Beato Angelico

La bellezza in città: profumo e nitroglicerina

L’appuntamento è per stamattina, nella sala paesaggio dell’assessorato regionale all’Assetto del territorio. Seconda puntata (non ancora l’ultima:  ce ne saranno altre due) dell’inchiesta pubblica sul vincolo diffuso per Bari vecchia, il Murattiano, Libertà e Madonnella richiesto dalla Soprintendenza i Beni architettonici e del paesaggio.

Oggi debuttano gli esperti, tra i quali c’era – indicato dalla Regione – Giovanni Leoni, direttore del Dipartimento di Architettura dell’Università di Bologna, e per molti anni docente a Bari. Ma Leoni, oberato di impegni,  si è dimesso dall’incarico. È un’assenza «costosa», perché Leoni nel Politecnico pugliese ha condotto un’attività didattica centrata sul contemporaneo e dunque conosce perfettamente la complessità del centro otto-novecentesco di Bari. continua a leggere

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 12_12_2012

In via Dante, Puttyah, immigrato dalle isole Mauritius (foto ULIANO LUCAS)

In via Dante, Puttyah, immigrato dalle isole Mauritius (foto ULIANO LUCAS)

Da Libertà a Murat. La città di Omar e quella di Paperino _ Inchiesta pubblica sul vincolo

Vista dal quartiere Libertà, è tutta un’altra faccenda. E anche il quartiere Murattiano fa tutt’altra figura. Il Libertà è la cattiva coscienza del borgo nuovo. Cresciuto come una moltiplicazione del Murattiano con il suo regime di lottizzazione per isolati allineati e ortogonali, il Libertà è l’immagine di quel che il Murattiano avrebbe potuto essere se la rendita fondiaria e il credito bancario non l’avessero trasformato in un gonfio centro direzionale con molti uffici e tanti negozi, scarsi artigiani e pochi residenti.

Lunedì scorso Francesca Pace, dirigente del servizio Assetto del Territorio della Regione Puglia, ha avviato la procedura di «inchiesta pubblica» sulla proposta di vincolo paesaggistico per i quartieri Murat, Libertà, Madonnella, oltre che Bari Vecchia. Il primo atto è la riunione del comitato regionale, convocata per il prossimo 19 dicembre, che dovrà prendere atto delle osservazioni e nominare un esperto alla guida della fase successiva. C’è già una rosa di nomi e di certo non sarà un barese. Mai come in questo caso – spiega l’assessore Angela Barbanente – ci vuole un occhio esterno, che veda le cose freddamente. E che non sia condizionato – aggiungiamo noi – dai pregiudizi e dalle retoriche.

Nel dibattito che si è sviluppato in queste ultime settimane, il Murattiano ha preso inevitabilmente la scena, Ma è forse nel quartiere Libertà che si gioca la partita decisiva. Lì le demolizioni e le ricostruzioni possono costituire un mercato importante che un vincolo generalizzato – protestano gli imprenditori edili – potrebbe comprimere se non proprio ingessare. E in effetti – riguardo al quartiere Libertà – la proposta di vincolo (sottoscritta anche dal Comune!) appare contraddittoria. Da una parte, inibisce la demolizione di qualsiasi edificio costruito prima del 1942 e prescrive puntigliosamente gli interventi di manutenzione straordinaria. Dall’altra afferma che il quartiere «rimane, nonostante tutto, zona altamente popolata, dove si è stratificata una condizione residenziale oramai di generazioni di cittadini, che hanno prodotto una loro cultura dell’abitare, un loro senso di identità». L’affermazione è di quelle che si approverebbero ad occhi chiusi. Ma, cosa vuol dire identità? Qual è il rischio che si corre a mettere insieme la conservazione (di questo si parla quando si parla di vincoli) e le manifestazioni identitarie?

Corriamo un rischio leghista e xenofobo. E la prova dell’imminenza del rischio è la presenza di Marco Romano oggi a Bari, nel teatro Petruzzelli, dove terrà una lectio magistralis sul tema “La città di Bari opera d’arte?”, per inaugurare il ciclo di manifestazioni per il bicentenario della fondazione del Murattiano. Se il Comune ha deciso di invitare Marco Romano ci sarà un motivo. E ci chiediamo quale peso avrà questo motivo nella strategia di rigenerazione urbana del quartiere Libertà, che è la zona di Bari con la maggiore presenza di immigrati. Romano, nel volumetto intitolato “La città come opera d’arte” (Einaudi) fa appello ai sindaci perché «ricorrano, per ripristinare la bellezza delle loro città, anche alle strade e alle piazze tematizzate di un tempo neppure lontano». Altrove spiega che, per esempio, una Venezia-Disneyland gli sta benissimo.
Ma il punto è: in quartieri come il Libertà, che ne facciamo dei giovani magrebini e delle ragazze gahnesi? Romano non ha dubbi: devono rinunciare alla loro identità. «Quanto poi all’integrazione – scrive – dei nuovi immigrati da fuori Europa, legati da clan intrecciati dal sangue o da tribù legate dalla fede, consisterà forse nel loro sciogliersi in una civitas dove da mille anni questi legami costituiscono una debole sfera privata, ma non hanno corso sociale».  Se non sarà così, «la partita sarà perduta e questa crescente ondata di nuovi arrivati farà delle nostre città il relitto di una civitas aperta, mobile e democratica, un’urbs assediata – come già succede – dalla galassia straniera delle comunità aliene asserragliate nei loro ghetti». Da una parte Omar, dall’altra Paperino.

Nel 2007 il fotoreporter Uliano Lucas ha percorso per settimane le strade del quartiere Libertà con la sua Leica: ha fotografato la bottega del sarto e il phonecenter dei senegalesi, il salone della parrucchiera nigeriana  e il soggiorno dell’insegnante. Della mostra-reportage “La città all’ovest”, nata da quella esperienza, scrive Lucia Miodini nella recente monografia Uliano Lucas (Bruno Mondadori ed., 2012): «Lucas restituisce il caos del quartiere: la sovrapposizione dei segnali stradali e dei manifesti pubblicitari; la disordinata mescolanza di strade e caseggiati. Più di ogni altra cosa dà dignità agli invisibili, accenna alle tante storie che quegli interni raccontano (…). Il lavoro fotografico sulla gestione della città si dimostra un importante contributo critico perché ci fa riflettere sulla vita e sull’abitare».

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 05_12_2012

Palazzo in via Argiro 73 a Bari di Onofrio Mangini

Palazzo in via Argiro 73 a Bari di Onofrio Mangini

Cresce in città la voglia di essere Disneyland _ Murattiano, c’è odor di plastica

La prossima settimana si aprono ufficialmente le celebrazioni del bicentenario della fondazione del Borgo Murattiano e l’Amministrazione comunale ha chiamato per l’occasione un professore di Estetica a Mendrisio, Marco Romano, a parlare il 12 dicembre sul tema: La città di Bari come opera d’arte? L’idea, che sulle prime appare innocua ed ecumenica, in realtà è alquanto compromettente. Perché lascia intendere che una scelta di campo sia stata fatta e che ora un esercito di zombie, già posti in agguato, sia pronto a spargere sulla città una coltre spessa di melassa e a celebrare il buon tempo antico, ancorché di cartapesta.

Spieghiamoci. Marco Romano è l’autore di un pamphlet, pubblicato da Einaudi nel 2008 e intitolato, appunto, La città come opera d’arte. Il libricino, in cui si discute di periferie e di bellezza, si conclude con un programma politico: «Forse sarà venuto il tempo – scrive Romano – di riscattarci dal disastro di questo mezzo secolo – che sono mai cinquant’anni di débâcle in una vicenda antica di mille anni? – ricorrendo ancora una volta al linguaggio consolidato nei secoli, quello che costituisce la città in un’opera d’arte apprezzabile da tutti, e questo ritorno ci sembra necessario perché la sfera estetica della città è il mondo simbolico pregnante della cittadinanza e la cittadinanza è in Europa – come sosteneva Herder – il linguaggio stesso della propria città». Ma è Romano colui che sulla rivista «Urbanistica», nel 1981 aveva scritto: «La trasformazione di Venezia in una Disneyland potrebbe segnare il passaggio ad un modo di vivere più creativo, più allegro, è più festoso». A ricordarcelo è lo storico dell’arte Salvatore Settis che nel libro Paesaggio Costituzione Cemento, segnala come «il processo di disneyficazione dei centri storici era annunciato da tempo»  e che la nomina di Romano « a membro del Consiglio superiore dei Beni culturali (2009) indica che il trend è ormai vittorioso».

Dunque Romano sembra l’uomo giusto al posto giusto e al momento giusto, in una strategia di ricostruzione retorica del centro murattiano, nella cui direzione (e indipendentemente dalle buone intenzioni) va la proposta di vincolo sui quartieri centrali, al centro delle discussioni di queste settimane.  Al di là delle differenze di strategia tra Soprintendenza e Comune, quel che prevale è il sentimento di vendetta contro quell’ultimo mezzo secolo che Romano non riesce a mandar giù. Ciò che rimane è l’indifferenza rispetto al paradosso che si vuol produrre con questa operazione da chirurgo plastico: la cancellazione di qualsiasi traccia del secondo Novecento.
È  solo un caso – ma forse anche un indizio – che alle riunioni della commissione regionale per il vincolo paesaggistico sui quartieri centrali abbia partecipato anche l’architetto della Soprintendenza ai Beni architettonici, Emilia Pellegrino, che nel 1983 era tra gli autori di una mostra (e poi di un libro) dal titolo Bari 1950-1980. La guerra dei Trent’anni. Le distruzioni nel borgo murattiano. La sua denuncia degli effetti della «speculazione edilizia, supportata da un forte sistema bancario» che ha condotto alla sostituzione di gran parte del patrimonio immobiliare del centro murattiano non è attraversata da nessuna notazione critica, non c’è la benché minima distinzione tra la pessima edilizia (maggioritaria) e i casi di pregevole costruzione realizzati in quegli anni. Nella galleria fotografica che accompagna le parole di Pallegrino, anzi, sono proprio gli edifici migliori ad essere additati come il morbo che avrebbe sfigurato la città.

Fra i «cattivi» ci sono anche le opere di architettura più belle e importanti presenti nel centro murattiano dal dopoguerra ad oggi. C’è il palazzo Sylos Labini, in via Marchese di Montrone, progettato da Vito Sangirardi; c’è il palazzo Laterza in via Sparano, progettato da Lambertucci; c’è il palazzo Miceli di Chiaia e Napolitano in via Cairoli; c’è il palazzo realizzato in via Argiro 73 e progettato da Onofrio Mangini per la famiglia De Florio. La particolarità di questo edificio, stretto al centro di un isolato, è nella facciata «ripiegata» in spigoli e asimmetrica. Ed è senz’altro per questo motivo, riconoscendovi una delle sue invarianti del Moderno, che un giorno Bruno Zevi in visita a Bari si fermò ad applaudire. Ma abbiamo il sospetto che questi edifici non rientrino affatto nell’idea di «Bari città d’arte» che si va facendo strada.

NICOLA SIGNORILE

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