Archivi Blog

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 19_09_2012

La Sagrada Familia di Barcellona

Estasi o lentezza, giovani in cerca di un altro futuro _ Architetti, fra premi e festival

Architettura dappertutto e in ogni salsa, questa settimana a Bari. Ieri si è svolta la cerimonia di consegna dei Premi Apulia, all’architetto Gianclaudio Caponio nella sezione dei giovani (under 40) con la sede della Lamonica Elettromeccanica che ha realizzato a Santeramo e a Monica Villani (sezione
committenti privati) per la casa che l’architetto Antonella Mari ha tirato su per la sua famiglia nel centro storico di Polignano.

Domani si apre la lunga e densa kermesse di «Pugliarch», il festival ideato e organizzato dal Gab (il gruppo dei Giovani architetti della provincia di Bari). Quasi novanta appuntamenti di ogni genere. Ad aprire le danze – nel castello normanno-svevo – sarà l’architetto e urbanista catalano Oriol Bohigas che, forse senza volerlo e anzi contro le sue stesse aspettative, incarna l’architettura della lentezza pugliese, considerando gli anni e i travagli che ha accumulato la realizzazione del suo progetto per il waterfront di Mola: il primo, minuscolo pezzetto è stato realizzato a distanza di dieci anni dall’approvazione del Piano Urban. Né a Bari le cose vanno più spedite: il piano di lottizzazione del Tondo di Carbonara firmato da Bohigas è stato approvato solo la primavera scorsa, dopo tre anni dalla sua presentazione. Ma il caso vuole che sia proprio lui ad aprire il festival dedicato al tema della Slow architecture, della architettura, appunto, della lentezza. Gli organizzatori spiegano che la Puglia «per le sue caratteristiche di paesaggio e le sue bellezze architettoniche, rappresenta indubbiamente il luogo migliore dove recuperare la lentezza, inteso come un momento di riflessione sulla qualità e la messa a punto di pratiche per il suo recupero».

Il festival vuol essere un momento critico di riflessione sui temi dell’architettura e «un invito ai progettisti a lavorare in maniera tale da inserire nei “condizionamenti fast” dei committenti, a cui sempre più spesso siamo sottoposti, “scelte slow”, ovvero elementi di riflessione che partano da nozioni minime formali e storiche di architettura e territorio in cui si interviene come acquisizione della tradizione (formale e costruttiva), per poi realizzare nuove architetture che si misurino con la contemporaneità». Queste ultime parole sono rivelatrici di una irresistibile tensione al passato. Il modello è la cattedrale che si costruiva nell’arco non di anni, ma di secoli. Modello oggi improponbile e che tuttavia suggerisce «la necessità di rallentare il processo produttivo non necessariamente in termini temporali ma piuttosto qualitativi».

L’invito alla lentezza è tanto affascinante quanto subdolo perché evoca simpatiche teorie economiche di decrescita e pratiche antiglobaliste da kilometro zero. Il successo interazionale dello slow food, già alla fine degli anni Ottanta aveva fatto pensare alla nascita di un più generale movimento slow che non c’è stato. Non è questo il luogo per indagare le ragioni di tale assenza, ma almeno conviene soffermarsi a notare come l’ideologia slow trascini con sé un grumo di contraddizioni. Da una parte l’inderogabile necessità di introdurre forme e modi di partecipazione popolare che non possono non rallentare le procedure decisionali nella trasformazione della città, salvandola da derive antidemocratiche. Dall’altra il ritorno di certe anticaglie come l’autorialità.

La figura dell’architetto-artista, solitario nella sua creazione, era stata spazzata via dal movimento moderno ma non è un caso che Antoni Gaudì con la sua incompiuta Sagrada Familia a Barcellona sia un modello dell’architetto slow che sogna la cattedrale infinita. La mitologia antimoderna che nutre questo sogno è come un fiume carsico ed emerge qui e là. E sembra ogni volta di riascoltare le parole di Milan Kundera quando racconta, nel suo Elogio della lentezza (1995), dell’uomo curvo sulla sua motocicletta «tutto concentrato sull’attimo presente del suo volo; egli si aggrappa ad un frammento di tempo scisso dal passato come dal futuro; si è sottratto alla continuità del tempo; è fuori del tempo; in altre parole, è in uno stato di estasi; in tale stato non sa niente della sua età, niente di sua moglie, niente dei suoi figli, niente dei suoi guai, e di conseguenza non ha paura, poiché l’origine della paura è nel futuro, e chi si è affrancato dal futuro non ha più nulla da temere. La velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo».

Ben altre paure nutre invece il passato.

 NICOLA SIGNORILE

Annunci

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 13_06_2012

Lamonica Elettromeccanica di Gaetano Caponio

Fra queste nuove architetture nasce una identità _ I giovani al Premio Apulia

Una identità pugliese dell’achitettura contemporanea: esiste? Se ne può seriamente parlare, senza lasciarsi andare ai facili slogan? Nessuno immaginava, onestamente, che potesse arrivare una risposta a questa domanda dal Premio Apulia, il concorso indetto dalla Regione Puglia con la legge 14  per segnalare opere di giovani progettisti e coraggiosi committenti che si affidano all’architettura contemporanea, condividendone le sfide. Ma una rassegna dei premiati e dei selezionati, colti in un colpo d’occhio unico, autorizza a riconoscere i tratti comuni di una cultura della costruzione incernierata su alcuni essenziali ma solidi punti fermi: il dialogo rispettoso con il paesaggio, il rapporto non banale né imitatitivo con la storia dei luoghi, l’uso dei materiali svincolato dalle opposte tentazioni della globalista indifferenza high-tech e della localista tradizione muraria.
L’opera che si è aggiudicata il premio nella sezione riservata ai progettisti under 40 è, da questo punto di vista, esemplare: parliamo della sede operativa di una azienda, la Lamonica Elettromeccanica, realizzata fra il 2007 e il 2009 a Santeramo in Colle su progetto dell’architettto Gaetano Gianclaudio Caponio (nel gruppo, anche Vitangelo Caponio e Luciano Tonti). L’edificio sorge nell’area artigianale (Pip) della cittadina murgiana. Il lotto era ed è condizionato dalla presenza di una solitaria quercia secolare intorno alla quale si sono organizzati i tre bassi volumi, collegati tra loro e destinati rispettivamente alla produzione,  agli uffici, alla abitazione dei proprietari. In questo modo l’architettura riproduce – con la tipologia a corte –  l’antica organizzazione spaziale e funzionale delle masserie pugliesi, luoghi di lavoro e di residenza. Ma lo fa con l’onestà di una composizione  neo-razionalista, con larghe campiture di bianco muro intonacato  verso l’esterno e la trasparenza di ampie vetrate verso l’interno. Gli studi sugli effetti del sole e del vento, l’accrorgimento della raccolta di acque pluviali, l’ombreggiatura garantita dalla chioma della quercia, assicurano il rispetto di quei requisiti di risparmio energetico e sostenibilità ambientale che sono tra i principali obiettivi del Premio Apulia.
In diversa misura, con tali criteri si confrontano anche i progettisti delle altre opere segnalate, in questa sezione dei giovani: Antonella Calò e Grazia Nanna con gli edifici in realizzazione a Japigia nell’ambito del Pirp; Francesca De Napoli con la strutturazione di una casa in via Corsica a Bari. Puntano sull’uso della pietra calcarea, invece, Lorenzo Colonna (con Angelo Dezio e Paolo Berloco), per un edificio di uffici e negozi in via Bruxelles a Altamura e il terzetto dello studio BDF (Vincenzo Bagnato, Pasquale De Nicolo e Massimiliano Fiore) con il piccolo giardino urbano realizzato un anno fa a San Girolamo. Ci sarà occasione di descrivere in dettaglio questi progetti e quelli segnalati nell’altra categoria (alcuni dei quali già recensiti in questa rubrica, come il palazzo Picos di Lorenzo Netti in via Napoli a Bari e il palazzo Serim di Stefano Serpenti a Casamassima) e naturalmente la Casa Petrini-Villani, progettata da Antonella Mari a Polignano. Qui è il caso, però, di anticipare un giudizio complessivo.
In polemica con il «pessimismo cosmico» di Vittorio Gregotti, Franco Purini sostiene che «l’architettura italiana non solo esiste, ma possiede una forte identità che è superiore a quella delle sue articolazioni regionali». Nel volume laterziano La misura italiana dell’architettura (2008) Purini fa riferimento alla ben nota teoria del critico Kenneth Frampton, secondo cui tipico della scena italiana attuale è la diversità delle tradizioni regionali. Purini invece riconosce una identità italiana nel «senso innato e sicuro della proporzione»  e nella  «concezione intrinsecamente tettonica dell’edificio, che si risolve in volumetrie tendenzialmente chiuse e compatte». Tuttavia pesano le differenze interne: «A un Nord e un Centro della penisola che, bene o male reggono il confronto con l’Europa – scrive Purini -, fa riscontro un Sud nel quale la delinquenza organizzata pone prezzi elevatissimi al progresso culturale, sociale ed economico di almeno quattro regioni. Compromesse dall’abusivismo,  ma anche da una pianificazione errata, la Campania, la Calabria, la Sicilia e la Puglia rischiano di costituire un paese a sé, separato dall’Italia, dall’Europa e dal mondo».  Il giovane Premio Apulia non possiede (ancora) l’energia necessaria a smentire l’impietosa analisi di Purini, ma certamente indica l’esistenza di buone pratiche della progettazione  che lasciano vedere  l’uscita dal tunnel. La valorizzazione di queste buone pratiche è la condizione necessaria al contagio: benefica epidemia di architettura.  

NICOLA SIGNORILE

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: