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E smettiamola di crederla una casualità!

Una immagine tratta dal profilo facebook di Antonia Battaglia, esponente di Peacelink e del Fondo Antidiossina, da sempre in prima linea nella battaglia per garantire la conversione ecologica dell'economia tarantina

Una immagine tratta dal profilo facebook di Antonia Battaglia, esponente di Peacelink e del Fondo Antidiossina, da sempre in prima linea nella battaglia per garantire la conversione ecologica dell’economia tarantina

I dati ISTAT mostrano come nell’ultimo ventennio la percentuale di italiani affetti da almeno una malattia cronica è aumentata dal 35,1 al 37,9% (pari a 2,7 milioni di cittadini), mentre la percentuale di persone colpite da almeno due di queste patologie è passata dal 17,7 al 20% (2 milioni). I ‘multicronici’ saranno quasi 13 milioni nel 2024 e oltre 14 milioni nel 2034, pari rispettivamente al 20,2% e 22,6% della popolazione (nel 2013 si attesta al 14,4%).

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Indietro non si torna.

Giovanni Battista Lusieri, Veduta di Roma da Monte Mario, 1780

L’istantanea che i dati dell’ultimo censimento Istat restituiscono è a dir poco allarmante. In Italia siamo di fronte ad una situazione curiosissima. La popolazione italiana al 1^ gennaio 2011 è di 60.626.442 abitanti (dati censimento ISTAT 2011). Siamo il quarto Paese dell’Unione Europea per popolazione (dopo  Germania, Francia e Regno Unito). Abbiamo un tasso di natalità del 9,1‰ a fronte di un tasso di mortalità del 9,7‰. Il nostro paese non cresce demograficamente, addirittura decrescerebbe se non ci fossero gli immigrati. Negli ultimi anni, infatti, solo gli immigrati garantiscono un tasso di crescita della popolazione intorno allo 0,4%, uno dei più bassi del mondo, il più basso d’Europa. Malgrado ciò abbiamo il più alto tasso di consumo del suolo d’Europa.

Non cresciamo ma continuiamo a costruire. Secondo i dati provvisori del VI Censimento generale dell’agricoltura la superficie agricola utilizzata (SAU) è diminuita nel decennio compreso tra il 2000 e il 2010 del 2,3% attestandosi sui 12.885.186 ettari a fronte dei 13.183.407 ettari del 2000.

La situazione allarmante è descritta mirabilmente nel dossier dal titolo emblematico “Terra Rubata _ Viaggio nell’Italia che scompare” che FAI (Fondo Ambiente Italiano) e WWF hanno redatto congiuntamente nella speranza che i dati possano aiutare anche i nostri miopi amministratori a cogliere la gravità del panorama. Nel dossier si evidenzia come, per il solo campione di Regioni analizzate (Abruzzo, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Umbria e Valle d’Aosta), la proiezione dei dati mostri una “superficie media di conversione giornaliera pari ad oltre 75 ettari/giorno, il che porta ad uno scenario di circa 600.000 ettari di superfici impermeabilizzate nei prossimi vent’anni”. 

Il quadro illustrato può essere meglio interpretato se si pensa che la maggioranza dei comuni delle regioni del sud è priva di strumenti di pianificazione generale aggiornati dopo il 1995, come messo in evidenza dall’ultimo Rapporto dal Territorio pubblicato dall’INU (Istituto Nazionale di Urbanistica) nel 2007 e se si tiene conto dei fenomeni di abusivismo edilizio. Per averne un’idea basti pensare che in Italia si sono registrati tre condoni edilizi (1985, 1994 e 2003) che hanno generato 4.600.000 abusi accertati per una media di 75.400 abusi per anno.

Non solo: il business del cemento, del quale siamo i primi produttori in Europa (come si legge a pag. 75 de Le conseguenze del cemento, Luca Martinelli, Altreconomia, 2011), alimenta anche la diffusione delle cave di calcare che contribuiscono a ferire ulteriormente il paesaggio e contribuiscono a dequalificare quello che un tempo, a ragione, era considerato “il giardino d’Europa”, una delle mete fondamentali del “Grand Tour” (il lungo viaggio di formazione che i giovani aristocratici europei svolgevano nell’Europa del XVII secolo).

Il tutto è accettato, se non addirittura avallato ed incentivato, da miopi politiche economiche che hanno sottratto fondi agli enti locali costringendo i Comuni a recuperare gran parte delle risorse necessarie mediante imposte (l’ICI prima e l’IMU ora, gli oneri di urbanizzazione e costruzione) commisurate ai volumi edificati.

E di fronte alla prospettiva del guadagno e della speculazione non c’è distinzione di appartenenza politica; “in Italia si è formato un partito unico, trasversale, che va da sinistra a destra. Uno schieramento che governa ogni genere di attività, dall’edilizia alla Sanità (…) la Santa Alleanza tra il sistema politico, quello finanziario e gli imprenditori del mattone” (Marco Preve, Ferruccio Sansa, Il partito del cemento, Chiarelettere, 2008). E solo tenendo a mente questa affermazione e la collusione tra i vari operatori si possono motivare spericolate operazioni di cambio di destinazione d’uso di aree agricole e di suoli inedificabili in aree a vocazione edificatoria; come spiega Franco Ferroni, responsabile biodiversità del WWF Italia: “Gli interessi dei grandi costruttori sono molto spesso coincidenti con quelli fondiari, chi costruisce case da tempo compra le terre su cui edificare e non sempre le comprano con l’edificabilità già sancita nei piani regolatori. Il guadagno in questo caso si moltiplica, e di molto”.

Si può continuare a costruire in questo modo? Ritenere che investire nel mattone sia l’unica forma d’investimento sicuro, che il principale motore dello sviluppo economico sia l’edilizia, potrebbe rivelarsi, come già sta accadendo, un errore fatale. “Il paesaggio non è una miniera da sfruttare, è un bene comune, (…) è un capitale naturale” – come sostiene Salvatore Settis – e, come ogni capitale, può essere sfruttato in positivo (incrementandolo) o in negativo (sottraendo capitale alle generazioni future). Per quanto si possa credere nel paradosso della crescita illimitata, le risorse non rinnovabili – e il territorio lo è – non sono sfruttabili all’infinito, sono destinate all’esaurimento.  L’eccessivo consumo di suolo non provoca solo danni visivi: oltre a stuprare la bellezza del paesaggio, cancellandone in alcuni casi anche la memoria collettiva, la colata di cemento e asfalto che sta sommergendo l’Italia ha ricadute significative sul clima, sulla biodiversità, sull’economia e, soprattutto, sull’assetto idrogeologico.

E’ necessario costruire ancora? Sembrerebbe di no! in Italia, si stima – non ci sono statistiche ufficiali (assurdo anche questo) – ci siano 2 milioni di appartamenti invenduti costruiti negli ultimi 10 anni e numerosi edifici abbandonati. E allora perchè non incentivare politiche di recupero, riuso e  riqualificazione dell’esistente, ad esempio, contemplando nei redigendi regolamenti edilizi norme che prevedano l’impossibilità del rilascio di nuovi permessi di costruire fin quando non siano stati recuperati almeno una buona parte di questi edifici?

Soprattutto in periodi di crisi come quello che attualmente stiamo attraversando un’intelligente e accorta politica economica dovrebbe mirare alla valorizzazione delle proprie risorse e il paesaggio, non v’è dubbio, è certamente la migliore risorsa che l’Italia abbia a sua disposizione. Continuare ad eroderlo, cementificando ed impermeabilizzandone larga parte, è un crimine che non possiamo permetterci perché la cementificazione è un’operazione irreversibile. Se cementificato, un suolo perde fertilità , smette per sempre di produrre cibo, bellezza, cultura. E poi, indietro non si torna.

                                                                                                                                                                                                        PASQUALE PULITO

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