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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 31_05_2017

Lopopolo, Grattacielo piazza Ferrarese, 1949

La voglia matta dei grattacieli in riva al mare _ I progetti rimasti nel cassetto 

Grattacielo: una voglia repressa per i baresi che si sono dovuti accontentare di immaginarlo per anni in quel palazzo appena più alto della media, ad angolo tra il corso Vittorio Emanuele e il corso Cavour, che i cittadini più maturi ricordano appunto come il «grattacielo della Motta». Sulla sommità si accedeva una insegna al neon della compagnia di bandiera dei panettoni. Quella pubblicità gigantesca rimandava al caffè e al ristorante che occupavano per interi il piano terra e il primo piano piano, pavimentati con piastrelle azzurre realizzate a Bari, dalla Ceramica Levante, in un forno elettrico di via De Nicolò: di un colore talmente bello che ne vollero uguali per gli storici locali della Motta in Galleria, a Milano.
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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 27_06_2012

Nuovi o restaurati ma solo in città i tribunali dei cugini _ E Renzo Piano la spunta a Parigi

 

Sede unica o niente! Oggi la Commissione di manutenzione presso la corte di Appello deve decidere sul trasferimento urgente della Procura, ma fino all’ultima riunione ha rifiutato qualsiasi alternativa, sia pure provvisoria, che non sia la cittadella di Pizzarotti in suolo agricolo. Eppure è la stessa Commissione (non le stesse persone, naturalmente) che nel 2000 approvò il palazzo di via Nazariantz poi rivelatosi un rudere precoce. Eppure lo giudicò ottimo, addirittura un affare e ne consigliò l’acquisto al Comune (che per fortuna non ci cascò). Fu la stessa commissione a decidere che oltre agli uffici della procura e del gip lì ci potessero andare anche le aule di dibattimento, inducendo l’impresa a cambiare progetto in corso d’opera. Oggi la commissione torna a reclamare la sede unica, ben più ampia degli 80mila metri quadri effettivamente necessari, ma soprattutto fuori dalla città.
E i nostri cugini francesi, che fanno? Vediamo. 

Ormai si sta un po’ stretti nel Palazzo di Giustizia di Strasburgo. L’edificio progettato dall’architetto tedesco Skjold Neckelmann e costruito nel 1897 non è però da buttar via e perciò sarà ristrutturato ed ampliato aggiungendovi duemila metri quadri. Questo è ciò che prevede il progetto del catalano Jordi Garcés che ha vinto, insieme allo studio Serra-Vives-Cartagena, il concorso indetto un anno fa. I lavori, che cominceranno nel 2013 e termineranno nel 2016,  costeranno poco più di 63 milioni di euro (due terzi a carico dello Stato). In questo modo, Strasburgo continuerà ad avere il suo tribunale in pieno centro, sul Quai Finkmatt, a un paio di isolati dalla Biblioteca nazionale e dal teatro dell’Opera, tra un ristorante cinese e una bottega di tatuaggi. Ospiterà il Tribunal de Grande Instance, la Corte d’assise e la cancelleria commerciale. Il resto, in altri edifici sparsi qui e là (la procura è in place d’Islande) dal momento che in Francia non ha molto successo la teoria della sede unica. «In generale, un palazzo di giustizia si costruisce  intorno ad un’aula d’assise maestosa. Ma ciò che di questo progetto mi ha sedotto è che l’architetto ha ribaltato il concetto della costruzione mettendo in basso tutto ciò che si svolge in pubblico», ha spiegato Benoît Rault, il presidente del Tribunal de Grande Instance con uno slancio civico che ci lascia ammirati per la maniera di misurasi con i valori simbolici – in una democrazia – di certi luoghi.

A Parigi invece il nuovo tribunale lo costruirà l’italiano Renzo Piano. Nascerà nel quartiere di Batignolles, uno dei luoghi più amati dagli impressionisti (è a due passi da Montmartre), ma anche uno dei quartieri storici interessati da poderosi programmi di rigenerazione urbana.

Il progetto di Renzo Piano consiste in un edificio alto 160 metri, destinato perciò a modificare lo skyline della capitale francese. Si comincia a costruire l’anno prossimo, si finirà nel 2016.  Pur offrendo 90 aule d’udienza e la capacità di accogliere 9mila persone, nemmeno il nuovo palazzo di giustizia parigino sarà sede unica: alcuni uffici rimarranno dove sono, sparsi nella città e certamente la Corte d’appello resterà nella sua storica sede, all’Île de la Cité, che si specchia nella Senna.

Ciò nonostante, «questo è il più grande progetto mai condotto dal Ministero della Giustizia», ha detto il ministro Michel Mercier. E in effetti il costo dell’operazione si aggira sui 600 milioni di euro, in parte finanziamenti privati ottenuti attraverso un sistema di partenariato che assomiglia un po’ al project-financing, ma presuppone una gara autenticamente combattuta (non come si fa in Italia…). Renzo Piano infatti è il progettista scelto da un consorzio di imprese guidato da Bouygues Bâtiment Île-de-France, che ha sconfitto la Vinci Constrution con un progetto firmato da Rem Koolhaas (un altro grattacielo, beninteso).

La gara bandita dal Eppjp (l’ente pubblico messo su per gestire la costruzione del nuovo tribunale) ha mandato in archivio un altro precedente concorso, che risale a ben sei anni fa: allora si era scelto di costruire il palazzo di giustizia sul sito ferroviario dismesso di Tolbiac, salvando il vecchio mercato ortofruttolo all’ingrosso, scelta governativa contestata dalla municipalità di Parigi.

Ma non fu vana l’attesa: almeno Renzo Piano ci ha guadagnato, anche perché sembra che per il suo nuovo lavoro si sia ispirato ad uno dei progetti finalisti di Tolbiac: quello dello studio francese 3Box. Ma queste sono maldicenze del critico.

 NICOLA SIGNORILE

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