PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 10_10_2012

Fiere e tribunali in Europa l’appalto è dovere _ Cittadella, il no di Bruxelles

I nodi vengono al pettine: prima il decreto sulla «spending review», poi il disegno di legge per frenare il consumo di suolo agricolo, infine l’atto d’accusa della Commissione europea nei confronti dell’Italia per violazione delle norme comunitarie sulla libera concorrenza e gli appalti pubblici.

Basterebbe questa rapida sequenza di eventi per indurre il commissario ad acta nominato dal Consiglio di Stato (l’avv. Giuseppe Albenzio) a rivedere i propri atti e dire al Prefetto e ai giudici di Palazzo Spada che la Cittadella della giustizia nella campagna sulla via di Bitritto non si può fare (come disse il suo predecessore, l’avv. Rotunno, poi sostituito). Albenzio ne è certamente informato perché giovedì 27 settembre ha ricevuto una e-mail. Gliel’ha spedita Emanuele Furnari dell’Ufficio del Contenzioso giuridico della rappresentanza permanente dell’Italia presso l’Unione europea. Insieme alla mail, Furnari ha inviato al commissario e ad altri indirizzi (da Palazzo Chigi alla Farnesina al Comune di Bari) la lettera con cui Michel Barnier, membro della Commissione europea, comunica al ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi di Sant’Agata la costituzione in mora per infrazione n. 2012/4000.

La Gazzetta ha dato la notizia mercoledì scorso. Ne ha riferito Nicola Pepe su queste pagine. L’accusa di Bruxelles è precisa: il contratto che «il Comune si accinge a concludere per mezzo del commissario ad acta è un appalto di lavori ai sensi dell’art. 1 della direttiva 2004/18/CE, così come dell’art. 1 lettera a della precedente direttiva 93/37/CEE, applicabile all’epoca della selezione del progetto e del costruttore». E siccome la selezione non avvenne attraverso una regolare gara d’appalto ma con una «ricerca di mercato» per l’Europa sono stati violati i principi di «uguaglianza di trattamento, non discriminazione e trasparenza» stabiliti da quelle direttive.

I rilievi di Bruxelles riguardano direttamente perciò la Giunta Di Cagno Abbrescia perché «il fatto che il contratto non sia stato ancora concluso non impedisce di considerare che l’appalto sia stato affidato con delibera del Comune di Bari n. 1045 del 2003». E riguardano anche l’avv. Albenzio perché «la decisione dell’attuale Commissario ad acta di procedere alla conclusione di un contratto (.) costituisce un’attribuzione diretta di un appalto di lavori in violazione degli articoli 2, 28, 35 e 36 della direttiva 2004/18/CE».

Ora il governo italiano ha due mesi di tempo per rispondere, poi c’è la Corte di giustizia. Ma esiste già una giurisprudenza: casi analoghi sono già stati affrontati e l’Italia è recidiva (sentenza della causa C-437/07). Ci sono decisioni prese anche contro la Spagna, la Francia e la Germania. Barnier richiama il caso della Fiera di Colonia da costruire ad opera di privati e poi dare in locazione al Comune: ma si può locare solo ciò che è già costruito, dice la Corte di giustizia, altrimenti si aggirano le leggi sugli appalti pubblici.

Ci sono molte analogie tra Bari e Colonia, ma anche una grande differenza. La nuova fiera di Colonia è un ampliamento della vecchia e sorge su un’area ferroviaria dismessa, alle spalle della stazione di Deutz: poche decine di metri separano la Koelnmesse dal duomo gotico. Basta percorrere il ponte Hohenzollern che non c’era ancora quando Victor Hugo viaggiò lungo tutto il corso del Reno. Lo scrittore francese racconta di aver preso una stanza d’albergo proprio a Deutz per meglio vedere le guglie della cattedrale che raggiungeva attraverso un ponte di barche.

Con linguaggio attuale possiamo dire che la costruzione della nuova fiera di Colonia è stata comunque una operazione di rigenerazione urbana e di riuso degli spazi cittadini. La progettazione, a Colonia, è stata affidata a diversi studi di architettura. L’ingresso a Nord è firmato dallo studio W&P (Müller-Werkmeister) di Hannover. Il portale Sud e la grande piazza che si collega alla stazione ferroviaria (progettata nel 1913 da Hugo Röttcher e Carl Biecker) sono opera di Engel & Zimmermann, insieme allo studio Sic.

La cittadella della giustizia proposta da Pizzarotti invece si annuncia come un’ulteriore espansione urbana, con un insostenibile consumo di suolo agricolo, necessitando una variante urbanistica per ben 29 ettari, nonostante il piano regolatore di Bari sia già sovradimensionato, con abbondanza di aree destinate a servizi.

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 25_07_2012

Bundesverwaltungsgericht_Lipsia

Palagiustizia ma senza perdere la campagna _ Cittadella, i nei della variante

Domani iniziano i lavori di consolidamento statico del Palagiustizia di via Nazariantz, disposti dall’Inail, che è l’ente proprietario dell’immobile.
In settimana la Commissione di manutenzione presso la Corte d’Appello di Bari riceverà dal Comune lo studio di fattibilità per le sedi alternative e provvisorie: comunque vada  e qualunque sia l’opinione dei magistrati, come anticipato ieri dalla Gazzetta, prima di Natale non ci sarà alcun trasloco.
Intanto, l’avv. Giuseppe Albenzio, il commissario nominato dal prefetto per eseguire la decisione del Consiglio di Stato sulla Cittadella della giustizia, sta esaminando le opposizioni e le osservazioni alla variante urbanistica che è stata progettata dall’architetto romano Claudio Catucci e che Albenzio ha firmato.
Come già riferito in questa rubrica, alla variante si oppone, tra gli altri, la Consulta comunale dell’ambiente, che riunisce numerose e storiche associazioni impegnate nella difesa del patrimonio paesaggistico e dei beni comuni: da Italia Nostra al Fai, da Legambiente a Sviluppo Sostenibile. La manifestazione di dissenso delle associazioni è un fatto  previsto dalla procedura di approvazione di una variante, soprattutto in questo caso: si tratta infatti di trasformare in città poco meno di 29 ettari di campagna.
Che la campagna sia incolta  e degradata, poco importa dal punto di vista urbanistico: perché una campagna libera può tonare ad essere area agricola, mentre una edificazione è irreversibile. Cioè, la campagna è una risorsa non rinnovabile e dovrebbe impressionare chiunque il fatto – richiamato nelle osservazioni della Consulta – che «nonostante il decremento della popolazione barese, il consumo del suolo nel 2000 si è triplicato rispetto al 1961 raggiungendo i 9.269 ettari». Negli ultimi 40 anni sono stati consumati mediamente ogni anno 159 ettari e solo nel decennio 1990-2000 il consumo è stato di 282 ettari all’anno. Si può andare avanti di questo passo? Se guardiamo alla Germania – paese virtuoso sotto moltissimi aspetti – scopriamo che il governo (conservatore) di Angela Merkel ha fissato al 2020 l’obiettivo del «consumo zero» di suolo e come spesso avviene nelle cose tedesche ci sono buone probabilità che l’obiettivo venga raggiunto ben prima di quella data.

Dunque, l’Europa marcia verso la rigenerazione urbana, la riqualificazione dei quartieri periferici e la densificazione delle città. A Bari invece una variante imposta dai giudici di Palazzo Spada contro la volontà dell’amministrazione comunale potrebbe pregiudicare la sopravvivenza di quel prezioso «cuneo di campagna» salvaguardato da Ludovico Quaroni nel suo piano regolatore.
Ma come si giustifica, sul piano tecnico, la variante del commissario? Era il bando della ricerca di mercato «dettata» dalla Commissione di manutenzione ad ammettere la possibilità di una variante nel caso di mancanza nel piano regolatore di adeguate aree per l’edilizia giudiziaria. Ma è lo stesso  progettista della variante ad ammettere (pag. 12-13), che quelle aree esistevano ed anzi erano state individuate dal Comune nel 1990. In particolare l’area del Tondo di Carbonara.  E proprio in virtù di questa prossimità, anziché trovare come sarebbe logico, un buon motivo per negare la possibilità di realizzare la cittadella sui suoli della proprietà Lamberti, a sud dello Stadio San Nicola, il progettista afferma che ciò  prova «la validità urbanistica della ubicazione  della Nuova Sede Unica degli Uffici giudiziari di Bari, il cui sedime è oggetto della presente variante».

Nella città sassone di Lipsia nessuno si è sognato, nemmeno nel clima euforico  dopo la caduta del Muro, di costruire un cittadella della giustizia nel grande cuneo verde che attraversa la città da nord a sud. Per la nuova sede del Tribunale amministrativo federale, il Bundesverwaltungsgericht, è stato naturale pensare al restauro del vecchio Tribunale imperiale progettato alla fine dell’Ottocento da Ludwig Hoffmann e Peter Dybwad. Tra l’altro, è  il tribunale in cui si svolse nel 1933 il processo di Lipsia e in cui Gyorgy Dimitrov, accusato dell’incendio del Reichstag, ribaltò le accuse contro il nazisti.
La storia ha il suo peso, nella salvaguardia del paesaggio, in una città come Lipsia, che non a caso è già vicinissima al consumo zero di suolo.

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 19_07_2012

La Spending Review mette a dieta i tribunali obesi. 

Alla fine potrebbe essere il professor Monti a chiudere  la partita della Cittadella della giustizia e ad affossare la variante urbanistica progettata dall’architetto Claudio Catucci e firmata dal commissario nominato dal Consiglio di Stato, l’avvocato Giuseppe Albenzio. Non che il governo a maggioranza bocconiana si sia mai riunito per prendere una decisione del genere ai danni della ditta Pizzarotti – sia chiaro – ma questo sarebbe comunque l’effetto della cosiddetta  Spending Review. Il decreto-legge n. 95 del 6 luglio scorso fissa all’art. 3 i criteri di «Razionalizzazione del patrimonio pubblico e riduzione dei costi per locazioni passive. Uno dei sistemi adottati, possiamo definirlo quello dell’«aggiungi un posto a tavola»: basta con lo spreco di spazio! D’ora in poi ogni addetto della pubblica amministrazione avrà per lavorare uno spazio di 20 metri quadri, 25 al massimo. Questi numeri – precisa il decreto – «costituiscono principio a cui le Regioni e gli Enti locali adeguano i propri ordinamenti». Vale anche per il Comune di Bari che dovrebbe sopportare le conseguenze del contratto di locazione della Cittadella di Pizzarotti «imposto» e stipulato dal Consiglio di Stato?

Ora, la Commissione di manutenzione presso la Corte di Appello di Bari (la stessa che aveva vivamente consigliato al Comune l’acquisto di quel bidone di via Nazariantz) di «spazio vitale» ne aveva chiesto e ne chiede molti di più: 135.000 mq su una previsione di 1.600 addetti. Fondata su tali desideri si è svolta la ricerca dei mercato del 2003 alla quale l’impresa parmense Pizzarotti ha risposto con un progetto da oltre 188.000 mq., a fronte di una realistica previsione di 80.000 mq, elaborata dal tavolo tecnico fra Comune, Provincia e Regione, nel 2007, comunque basata un parametro di 52 mq per addetto: cioè il doppio di quel che fissa oggi il governo Monti.

Delle dimensioni del progetto e dunque della variante che lo renderebbe possibile,  trasformando in suolo edificabile un’area agricola di poco meno di 29 ettari, per costruire oltre 774 metricubi di cemento (più in futuro 250mila mc di carcere) si è resa subito conto la Consulta comunale dell’Ambiente. Le associazioni che ne fanno parte si sono riunite lo scorso 3 luglio per approvare le osservazioni alla delibera del commissario Albenzio per l’adozione della variante urbanistica. Osservazioni non gratuite, ma previste dalla procedura di variante e alle quali il commissario dovrà rispondere puntualmente e delle quali dovrà tener conto comunque la Regione Puglia, al momento dell’esame della variante. Di questa osservazione come di altre, fra cui quella presentata dall’ing. Raffaele Coniglio che richiama appunto il contrasto fra la variante e il decreto del governo Monti.

Le considerazioni della Consulta dell’Ambiente non si limitano al dimensionamento: riguardano gli aspetti della tutela e della sostenibilità ambientale, della tutela del patrimonio culturale (il paesaggio e la storica villa Lamberti) e l’assetto urbanistico territoriale. Da quest’ultimo punto di vista, è allarmante – per la Consulta –  l’introduzione di un articolo che modifica le norme tecniche di attuazione del Piano regolatore di Bari raddoppiando le capacità edificatorie per un’area destinata all’edilizia giudiziaria. Se con l’articolo 32.h, che regola i servizi a carattere regionale-urbano, tra cui anche la Giustizia, si possono costruire 2 metri cubi per ogni metro quadrato, con il nuovo articolo 32 bis se ne potrebbero costruire 4; se col vecchio articolo l’altezza massima dei fabbricati è di 30 metri, con il nuovo diventerebbe di 40, ma addirittura di 80 nel caso di «strutture di rappresentanza o simboliche» (e che c’è di meglio di un tribunale, quanto a simboli?); viceversa, la distanza minima dei fabbricati dalle strade si dimezzerebbe da 30 a 15 metri. Basta già solo questo, alla Consulta presieduta da Elvira Tarsitano, per poter concludere che «il varo della variante “Cittadella” consentirebbe una colossale speculazione edilizia. Questa sotto la speciosa lusinga della soluzione globale dei problemi della giustizia a Bari, a fronte di numerosi vantaggi gratuiti di parte (tra cui l’incremento di valore dei suoli) e del disinvolto superamento di diverse criticità, lascerebbe a mani vuote il Comune di Bari».

NICOLA SIGNORILE