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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 06_06_2012

Progetto di Mastropasqua per palazzo Maggi, 1826

Good bye Murat. La tua città cambia pelle _ La forma del nuovo piano urbanistico  

Gli urbanisti che conquisteranno l’incarico di formare il nuovo piano regolatore di Bari dovranno certo tenere conto del lavoro portato a termine dal gruppo guidato dall’architetto Gianluigi Nigro con il Documento programmatico preliminare.  Chi pensa che i nuovi arrivati avranno scarso margine di manovra, si sbaglia:  il Dpp è un testo da interpretare, un quadro di conoscenze che indica valori e disvalori del territorio, problemi da risolvere nell’organizzazione della città e opportunità da sfruttare. Affida un futuro alla dimensione urbana ma non ne prefigura la forma. A questo dovrà provvedere, appunto il Pug, il prossimo Piano urbanistico generale, passando dagli «schemi»  ai disegni. E sarà tanto più difficile realizzare un disegno urbano forte e resistente alle tensioni del mercato fondiario e immobiliare, quanto più si cederà sul fronte della commercializzazione dei presunti diritti acquisiti: i famigerati crediti edilizi che hanno già bloccato Roma e il suo nuovo piano. 

La questione non è di poco conto perché una città assume una forma comunque: per disegno preordinato e organico oppure per spontanee e disordinate iniziative. Ma sappiamo anche che un piano ben fatto non sempre “resiste” nel tempo e può ridursi ad una mitologia mentre la forma della città degenera. Bari, da questo punto di vista, è una caso esemplare. Il famoso piano di Giuseppe Gimma per la fondazione del borgo Murattiano (l’anno prossimo festeggia i duecento anni) è stato tradito praticamente subito e tuttavia oggi la maggioranza coltiva la nostalgia per il quartiere perduto, per la bellezza severa (o forse avara) dei suoi palazzi neoclassici, per l’armonia delle dimensioni e l’unitarietà dello stile. E contrappone a questa immagine il paesaggio attuale, imputando del delitto di «urbicidio» qualsiasi architetto, ingegnere, capomastro o costruttore che abbia partecipato alla gigantesca sostituzione edilizia degli anni Sessanta. 

Questo atteggiamento, alimentato da un ingenuo sentimento di tutela delle vecchie cose, è doppiamente illusorio: da una parte non consente di distinguere nelle nuove costruzioni le buone architetture e l’edilizia più innovativa realizzata in quegli anni da «solitari maestri»  come Chiaia e Napolitano, Sangirardi, Cirielli, Pezzuto e poi Mangini; dall’altra enfatizza l’efficacia dei tanto celebrati «Statuti murattiani». Il Regio decreto del  1° dicembre 1814 dedica all’architettura dei prospetti soltanto un articolo, il settimo: «Questa proporzione sarà regolata in modo che abbia ad osservarsi nel complesso degli edifici che comporranno l’isola e specialmente le facciate sporgenti sulle strade una diposizione simmetrica, la quale consiste in ciò che la ricorrenza dei piani di un edificio sia nella stessa orizzontale dei piani dell’edificio contiguo. Anche le mostre delle porte, dei portoni e delle finestre (quantunque varie) dovranno però essere di buon gusto a giudizio dell’architetto direttore, al quale in tutto è affidata questa nuova opera».

 Ma già nel 1826 il signor Maggi presenta al Comune un progetto per realizzare un palazzo in via Sparano. Si è affidato all’architetto Vincenzo Mastropasqua il quale ha piazzato al piano nobile una fila di otto colonne doriche ma la commissione edilizia in cui è insindacabile il giudizio di Gimma (si era riservato questo potere proprio nell’articolo 7 degli Statuti) respinge i disegni, non perché fossero sbagliati, ma evidentemente di «cattivo gusto». Inutili le proteste di Mastropasqua e le insistenze di Maggi, che alla fine deve affidare il progetto  alla mano semplificatrice di Giacomo Prade, collaboratore strettissimo del Gimma.

 Fu l’ultimo tentativo di “difendere” un’idea contro le necessarie, inevitabili trasformazioni della città benché ancora in costruzione. Se vogliamo dare un giudizio critico “postumo” diremo che le colonne di Mastropasqua erano davvero insopportabili, ma alla fine nel Murattiano si sarebbero imposte proprio le bellurie dell’Eclettismo dello “stile umbertino” (per dirla alla barese…). 

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 15_02_2012

Masterplan del progetto

Tira e molla sulla pelle della ex Rossani Molti progetti, tutti ignorati

 

La faccenda della ex caserma Rossani sta prendendo una brutta piega. Non è ancora diventata una intesa quella bozza di accordo che la Regione Puglia aveva presentato al Comune lo scorso 27 dicembre, con una tempestività che deve aver lasciato qualcuno a bocca aperta: solo una settimana dopo che Emiliano, irritato per la richiesta dei capigruppo di Sel, Idv e Dpc di ritirare la delibera di giunta sulla Rossani, si era rivolto direttamente a Vendola, chiedendo di mettere mano alla borsa per evitare la privatizzazione dell’area, come prefigurato da uno studio di fattibilità (approvato appunto dalla giunta il 24 novembre).

Tira e molla, riunioni, telefonate, correzioni: dopo due mesi tutto è ancora in alto mare. A Emiliano non piacerebbe nemmeno l’ultima versione, approvata ieri dalla giunta regionale.

Sullo sfondo del duello istituzionale, l’attesa frustrante delle associazioni che si erano opposte alla strategia del project financing intrapresa dal Comune. Né ci sembra che in questa estenuante trattativa abbia riguadagnato un ruolo preminente la società civile, cioè la cittadinanza attiva. Un ruolo indispensabile se si vuol intraprendere la strada della urbanistica partecipata. Un ruolo obbligato, se si vuol dare conseguenza agli atti dello stesso Comune.

È il caso di richiamare il Documento programmatico per la rigenerazione urbana, approvato la scorsa estate per dare esecuzione alla legge regionale 21 del 2008. Con quel documento – elaborato dallo stesso gruppo di progettisti (guidato dal prof. Gianluigi Nigro, scomparso improvvisamente l’altra notte) che ha prodotto il Documento programmatico preliminare al nuovo piano urbanistico – si individuano gli ambiti per la promozione dei Programmi di rigenerazione urbana (i cosiddetti Piru). Ben quindici ambiti, troppi forse per dare efficacia alla legge. In ogni caso, tra gli ambiti ce n’è uno che riguarda proprio la Rossani, spingendo i confini di intervento fino al vecchio carcere, la cui area prima o poi si renderà disponibile. L’obiettivo fissato nel Documento per la rigenerazione, in questo caso, è «la creazione di due nuove grandi centralità urbane come testate dell’ambito, nevralgiche per l’intero assetto urbano». Dalle previsioni non è escluso il piano particolareggiato di Carrassi, già approvato, «che prevede interventi di ristrutturazione urbanistica delle aree più degradate». E non sfugge a chi ha scritto il documento che «sebbene il quartiere sia fortemente connotato, i servizi pubblici, i parcheggi e soprattutto il verde di quartiere sono estremamente carenti dal punto di vista quantitativo». Una analisi che coincide con quella che fanno le associazioni, sostanzialmente tradita dal contestato studio di fattibilità.

I vizi di quello studio e della strategia comunale che l’ha prodotto vanno ricondotti alla scelta di intervenire sull’area senza aprire lo sguardo ad un orizzonte più vasto. L’indicazione della Regione (puntare a funzioni di rango superiore) allude evidentemente alla necessità di considerare quegli 8 ettari di suolo in gran parte libero in rapporto al nodo ferroviario e al centro murattiano. Lo fa il documento programmatico preliminare con l’idea della «Sella centrale». Lo fa anche il giovane architetto Lucio Riccobono che ha conquistato il primo premio al concorso Archiprix Italia 2010 con una tesi di laurea (relatori Arturo Cucciolla e Francesco Selicato) dedicata proprio alla ex caserma Rossani e al Nodo ferroviario.

Al di là dei contenuti che esprime, il progetto di Riccobono è esemplare di un vasto movimento di riflessione che attraversa da anni la città. Pensiamo al concorso per la riqualificazione di via Sparano (molte proposte coinvolgevano l’area della Rossani), pensiamo al concorso «Baricuci», ma pensiamo soprattutto ai corsi del Politecnico, per alcuni dei quali (come quello di Composizione architettonica di Antonella Calderazzi) è stato scelto proprio il tema della riqualificazione dell’area di Carrassi.

Non è stupefacente che di tutto questo complesso di conoscenze e analisi – non ci sia nemmeno un riflesso sulle scelte finora intraprese dall’amministrazione comunale, tuttora priva di un vero e proprio progetto?

 

NICOLA SIGNORILE

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