PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 17_10_2012

I 222 appartamenti di Via Verde, nel South Bronx, a New York
Il futuro della città non si paga con strane monete _ Riqualificare, dicono gli edili 

Rigenerare e riqualificare sono i verbi che ha usato più spesso nella sua relazione al convegno dell’Ance, la settimana scorsa, il presidente pugliese della associazione degli imprenditori edili, Salvatore Matarrese. Non è la prima volta che i costruttori affrontano i temi della sostenibilità urbana e ambientale, ma questa volta il discorso è sembrato più maturo, carico di una consapevolezza che va al di là dei linguaggi alla moda. Si voltano le spalle alla espansione incontrollata a danno della campagna e si guarda invece alla città consolidata e densa: «Costruire il futuro di una città – dice Matarrese – vuol dire individuare le funzioni cardine sulle quali fare sviluppo, adattare spazi e luoghi perché ciò si realizzi attraverso l’avvio di progetti di riqualificazione e rigenerazione urbana caratterizzati da una forte attenzione alla sostenibilità».

Matarrese non condivide affatto i timori di chi annuncia il deflagrare di una bolla immobiliare in Italia (come è già avvenuto in Spagna) ed anzi dal confronto fra i cantieri di nuove abitazioni aperti negli ultimi sei anni e la formazione di nuove famiglie il presidente degli edili ricava la stima di un fabbisogno potenziale, in Italia, di circa 582mila abitazioni. Va detto che i numeri «nazionali» non sono uguali a Milano come a Bari, tuttavia è significativo che Matarrese sottolinei come «una proposta relativa alle politiche urbane non può prescindere dalla necessità di reintervenire sul patrimonio esistente, risorsa oggi sottoutilizzata, che richiede un recupero di qualità e di funzionalità. Oggi circa il 55% delle famiglie vive in immobili di più di 40 anni e più della metà delle abitazioni occupate in Italia (il 52,5%, per un totale di 11,4 milioni) non è mai stato oggetto di interventi di manutenzione, risanamento o ristrutturazione». È un disegno di lunga prospettiva e perciò i costruttori pugliesi vorrebbero che il Piano Casa varato dal governo diventasse uno strumento ordinario per trasformare le città.

Il lato oscuro della «svolta» degli edili si mostra però quando – a fronte dei costi superiori – Matarrese prospetta che i nuovi piani urbanistici «prevedano la possibilità di realizzare interventi di riqualificazione utilizzando strumenti ormai più che noti quali la compensazione urbanistica e la premialità, soprattutto per interventi di delocalizzazione». Detta così, sembra un’idea innocua. Ma  bisogna arrivare al termine della relazione per comprendere che premialità, delocalizzazione e compensazione sono concetti sotto i quali germoglia il «credito edilizio», una invenzione tutta italiana che finora ha generato soltanto giganteschi contenziosi davanti ai tribunali amministrativi. «Trasferimento delle volumetrie e distacco dal suolo: adeguamento della disciplina della proprietà. Legge quadro sulla moneta urbanistica». Queste sono le priorità, per Salvatore Matarrese, che parla esplicitamente di «moneta urbanistica», cioè di quel valore immateriale che sarebbe generato da una semplice destinazione urbanistica di un suolo, ma sganciato da esso.

Sostenibilità sociale e ambientale e «moneta urbanistica» appaiono però in contraddizione, soprattutto in una città come Bari sulla quale incombe un piano regolatore sovradimensionato e quindi in grado di battere una quantità gigantesca  di «moneta urbanistica».

C’è un’altra via per finanziare la rigenerazione urbana? Mettiamo il naso fuori di casa e vediamo che lo scorso luglio a Wall Street , al 47º piano del grattacielo della Deutsche Bank,  si è svolta una importante riunione. Racconta Susanne Schindler su Domus di ottobre (n. 962) che un centinaio di persone (politici, economisti, immobiliaristi, ingegneri e architetti) si sono incontrati per «discutere strategie mirate a ridurre i costi dell’edilizia residenziale agevolata». Per uno degli involontari ma inevitabili contrasti newyorkesi, dalle finestre del salone si vedeva l’ultima opera di Frank Gehry: l’8 Spruce Street, il più alto e lussuoso grattacielo residenziale della Grande Mela. Contraltare di tanto «spreco» sono i 222 appartamenti di Via Verde, nel South Bronx, quasi il simbolo del piano di housing sociale e edilizia sovvenzionata lanciato dal sindaco Bloomberg nel 2002 e realizzato dal gruppo di architetti-imprenditori «Phipps Rose Dattner Grimshow». Un esempio, nota Schindler, che comprova «i benefici dell’affrontare questioni economiche, legislative e immobiliari, dimostrando al tempo stesso, il ruolo critico che può assumere l’architetto».

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 18_04_2012

un particolare dello stadio San Nicola

Lo stadio di Piano: un vecchio frac che perde il teflon _ La manutenzione (costosa) del genio 

Come diceva il capocomico alle ballerine del varietà: bambole non c’è una lira! Così l’assessore comunale allo sport Elio Sannicandro, dopo che il ventaccio di Pasquetta ha squarciato il teflon di un altro pezzo (il quinto) della copertura dello stadio San Nicola. Che, per ora, resta così: soldi non ce ne sono; rifare ogni spicchio costa 150mila euro e il Comune ha altre urgenze.

L’ultimo danno atmosferico ha risvegliato antichi rancori verso l’«astronave» che i baresi non hanno mai amato troppo (gli spettatori, a ragion veduta). Tutta colpa dell’architetto Renzo Piano? O dei costruttori? Va detto che lo stadio, come ogni edificio, ha bisogno di manutenzione e il teflon – all’epoca un “nuovo materiale” nato in laboratorio – era garantito per 10 anni: ne sono passati più di 20 e quindi, come la stazione spaziale sovietica Mir, il suo lavoro l’ha fatto oltre ogni aspettativa. Forse bisognava sostituire per tempo le coperture. Ma quanto costa? Ne sanno qualcosa i francesi che han dovuto metter mano al portafogli per ristrutturare gli impianti a vista dell’opera che ha determinato il successo mondiale di Piano: il Centre George Pompidou (o Beaubourg) a Parigi. Anche i frati di San Giovanni Rotondo sono alle prese con i considerevoli costi di manutenzione della superchiesa di San Pio, soprattutto dopo l’accidentale crollo di una campana dal campanile orizzontale progettato a strapiombo sulla valle dal genovese. Il quale viene inseguito da notizie di piccoli e grandi danni, come quella ricorrente (e che lui protesta infondata) del lento inabissarsi del suo aeroporto di Osaka, insieme all’isola artificiale che lo sostiene in mezzo al mare.

Il rischio di un flop è l’angoscia delle archistar. Il ponte di Calatrava a Venezia si scoprì subito una trappola per turisti incauti che, nei giorni di pioggia, scivolavano come pattinatori sul pavimento di cristallo. Ma ci sono storie ancora più educative degli effetti perversi dell’alterigia delle archistar e alcune le racconta John Silber nel pamphlet «Architetture dell’assurdo» (Lindau ed.). Prendiamo Ieoh Ming Pei, quello della piramide del Louvre: la ditta John Hancock ha dovuto spendere un patrimonio per riparare gli errori di progettazione del suo grattacielo a Boston: soprattutto la superficie vetrata, costituita da grandi lastre di tre metri per due, che a causa delle dinamiche dell’edificio cominciarono presto a incrinarsi e a precipitare al suolo, una dopo l’altra. Per risolvere il problema i dirigenti della Hancock si rivolsero ad un noto ingegnere, Arthur Metcalf, che suggerì di sostituire le lastre con pezzi più piccoli. Ma Pei fu irremovibile e alla fine prevalse la sua idea: le stesse lastre ma più pesanti e dotate di un allarme che avvisa quando stanno per rompersi, in modo da sostituirle in tempo. Finora, la Hancock ha speso ben 34 milioni di dollari per la sua ostinazione.

Anche un maestro indiscusso dell’architettura del Novecento come Frank Lloyd Wright ha avuto le sue defaillance. Quando nel 1935 progettò la famosissima casa sulla cascata il suo cliente, il signor Kaufmann, si impensierì del forte aggetto delle terrazze e chiese una consulenza a certi ingegneri che disposero rinforzi strutturali.  Wright se ne accorse e andò su tutte le furie. Si fece come diceva lui ma in effetti poco dopo  le terrazze si incrinarono e si piegarono. E si dovette allora rinforzarle, con maggiore spesa. Anche il genio di  Frank Gehry si è rivelato più costoso del previsto per i proprietari della Walt Disney Concert Hall realizzata a Los Angeles nel 2003. I dirimpettai della sede della Philarmonic si lamentavano dei potenti riflessi di luce prodotti dalle pareti di acciaio inossidabile del sinuoso edificio. Pare che nelle loro case, a causa del sole proiettato, la temperatura aumentasse di 9 gradi. Hanno fatto causa ed hanno vinto. Alla fine gli amministratori della L. A. Philarmonic  hanno dovuto ricoprire le ardite volute con panni di metallina, spendendo un bel po’ di quattrini per un mediocre risultato. Come dice John Silber: «ricorda un vestito da sera fatto di tela da sacco».

Lo stadio barese di Renzo Piano, invece, ricorderà certi nobili caduti in disgrazia: con il frac, macchiato e strappato, in fila all’ufficio di collocamento.

NICOLA SIGNORILE