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La “bellezza inutile” delle città

Il Fatto QuotidianoÈ passato poco più di un mese dal nostro ultimo articolo “A che serve Cesare Brandi?” con il quale, tra l’altro, partendo dalla situazione particolare della città di Martina Franca, riflettevamo sul fenomeno sempre più frequente della turistificazione della città. Città non più pensate per essere casa delle comunità che le abitano ma strutture ricettive di quel turismo osannato come panacea di ogni male della nostra epoca turbocapitalista.

Oggi, 5 novembre 2018, sulle pagine de Il Fatto Quotidiano, il professor Tomaso Montanari torna sul tema in maniera condivisibile.

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Ricordando Gae Aulenti

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scenografia di Gae Aulenti per “Lo stesso mare”

Il gioco di Gae Aulenti nel mondo «postumo» _ I progetti «mancati» in Puglia. La piazza Pagano rinata a Potenza

«Stiamo vivendo la nostra attualità come un continuo superamento: di ideologie, innazitutto, ma anche di forme e di critiche». Ma nei rivolgimenti epocali era sempre stata a suo agio Gae Aulenti. E invece di smarrirsi di fronte alla frana delle certezze diceva: «Il nostro essere “post” o postumi, in tutti i sensi, ci legittima a creare cose che siano contemporaneamente utili e inutili, pregne di significato e insignificanti, con una forma e informi».

Sono parole che Aulenti ha pronunciato di recente ma si prestano perfettamente a spiegare la sua giovanile ribellione al dominio del Modernismo, al dogma della indissolubile coppia forma-funzione. Che poi questa ribellione l’abbia condotta a prendere parte all’eresia italiana del «Neorealismo» e ad approdare con il giovane Paolo Portoghesi e con Roberto Gabetti e Aimaro Isola al cosiddetto «Neoliberty» è solo una necessità della storia italiana. Una storia di provincia, nobile ma pur sempre provincia, che non è riuscita a trattenere l’architetto di formazione milanese (si era laureata nel ‘53 al Politecnico lombardo) ma con uno stile perfettamente internazionale che progetta opere diversissime per tipo e grandezza nei quattro angoli del mondo: dalla villa a Saint Tropez (1990) alla trasformazione in museo della dismessa Gare d’Orsay a Parigi (1980-86), dall’Istituto italiano di cultura a Tokyo al museo dell’Arte asiatica a San Francisco (1996-2003).

Il celebre slogan «dal cucchiaio alla città» calza a pennello alla personalità di Gae Aulenti protagonista del design industriale già nei primi anni Sessanta e artefice di importanti interventi urbanistici. Sul fronte degli oggetti, l’ironia avanguardista e la giocosità guidano la mano di Aulenti quando progetta la lampada Pipistrello (1965) e i mobili morbidi e tondi della serie Tennis (1971) e non ha paura di misurarsi con Duchamp montando quattro ruote di bicicletta sotto una lastra di cristallo per realizzare il tavolo Tour, nel ‘93, esagerata riedizione del tavolo con rotelle industriali concepito nel 1980 per Fontana Arte.

Sul fronte degli spazi urbani, il progetto per la nuova uscita degli Uffizi in piazza Castellani a Firenze e quello per la nuova piazza Cadorna a Milano dimostrano tutta la delicata, consapevole attenzione di Aulenti nel trattare la materia urbana, nell’intervenire a mettere ordine e ridare senso a parti della città storica. Tutte qualità che si possono ritrovare nel riqualificazione di piazza Mario Pagano, a Potenza, inaugurata solo due settimane fa: l’ultimo suo lavoro, portato a termine mentre si dava forma e sostanza al sogno di Vico del Gargano, con il progetto di «albergo diffuso» da realizzare nel centro storico attraverso il suo restauro: una delle più felici interpretazioni delle potenzialità del Parco del Gargano e del Piano regionale pugliese del paesaggio.

Ma a parte Vico, una serie di occasioni mancate ha segnato il rapporto di Gae Aulenti con la Puglia: la mancata trasformazione di una masseria settecentesca in centro turistico, in provincia di Taranto (a causa di insediamenti industriali), ma soprattutto i mancati musei baresi. Prima ci fu il progetto di un museo dell’arte contemporanea e del design a Villa Capriati, concepito nel 2001 insieme al museologo barese-milanese Saverio Monno; poi le chiesero un progetto di massima per il museo archeologico a Santa Scolastica. Consegnato, ma lasciato languire. Cambiano negli anni le amministrazioni della Provincia di Bari (commissionaria di entrambi i musei) ma non lo stile dei rapporti con Aulenti. La Provincia decide di bandire un concorso internazionale per Santa Scolastica. Gae Aulenti partecipa e il suo progetto (con l’archeologo barese Giulio Volpe) conquista il secondo posto. Il ministero dei Beni culturali boccia il primo arrivato e la Provincia potrebbe affidare l’incarico al gruppo di Aulenti, ma chiude la partita con un nulla di fatto. Una buona occasione sacrificata sul piano della insipida politica.

Solo in una circostanza – pur effimera – i baresi potranno vedere qualcosa che Gae Aulenti ha realizzato per la loro città: le scenografie per l’opera lirica “Lo stesso mare” realizzata l’anno scorso al Petruzzelli su libretto di Amos Oz, musiche di Fabio Vacchi e con la regia di Federico Tiezzi.

È una grande diga o il ponte di una nave o soltanto il ballatoio di un condominio affacciato su un mare gonfio di onde che si trasforma ora in deserto ora in giardino, secondo quella legge dell’incertezza e della metamorfosi del superamento che abbiamo riconosciuto nelle parole di Gae Aulenti richiamate all’inizio di questo racconto.

Per Gae Aulenti, quella scenografia al Petruzzelli non era certo la sua prima volta teatrale. Anzi, aveva iniziato a Prato negli anni Settanta, insieme a Luca Ronconi. Con lui aveva messo in scena Ibsen, Rossini, Berio e Stockhausen. «Il teatro mi ha aiutato molto per l’architettura, ma non so se è vero il contrario», ci disse una volta Aulenti che vedeva così nel teatro come nel museo una metafora concreta della città, quel mondo delle relazioni sociali e dell’impegno civile che era la misura del mestiere d’architetto, formato alla scuola di Ernesto Nathan Rogers. «Mi piace pensare – ci disse Aulenti – al museo come una cattedrale contemporanea, perché sono laica e quindi penso che quel che si racconta in un museo non è soltanto la memoria ma anche il modo in cui oggi si manipola la memoria».

di NICOLA SIGNORILE

da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 02|11|2012

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 01_02_2012


Piazza Mercantile

Piazza Mercantile e i suoi gazebo

Gazebo e dehor interessi alla fiorentina _ Bari vecchia frontiera costituzionale

«Mi sono affacciato alla finestra e ho visto la piazza in un aspetto completamente diverso. È tornata ad essere quel che era quando sono venuto ad abitare qui, a palazzo Traversa, venti anni fa». L’avvocato Francesco Monaco vive in quello spigolo che separa piazza del Ferrarese da piazza Mercantile. Ha visto negli anni spuntare ombrelloni e gazebo uno dopo l’altro, «ingrandirsi sempre di più e dilagare nella piazza – testimonia – le attività di locali di appena 10 metri quadri» che alla fine avevano divorato tutto lo spazio pubblico, privatizzandolo. Ma il timore che assedia ora l’avvocato Monaco è che, dopo la rimozione delle verande abusive, si arrivi a un compromesso tra Comune e baristi, osti e pizzaioli «che ci faccia tornare indietro agli osceni ombrelloni, ai separé, alle piante».

In questa lunga vicenda è merito del soprintendente il ripristino delle condizioni di legalità che erano state violate negli anni ebbri del piano Urban e della esplosione della movida a Bari vecchia. L’ordine di far piazza pulita delle escrescenze commerciali avea inizialmente spiazzato il Comune, combattuto tra l’adesione ai principi di tutela del paesaggio e la volontà «politica» di mediare con gli imprenditori del cicchetto, spalleggiati dalla Circoscrizione. Domani pomeriggio, negli uffici della Ripartizione urbanistica del Comune, si terrà una riunione per discutere delle «linee guida» per l’occupazione di suolo pubblico ma solo quando non sia necessaria ’autorizzazione paesaggistica.

Il timore di Monaco tuttavia non è infondato. Gli esercenti baresi invocano il modello Firenze e purtroppo da lì non arrivano buone notizie. Nella città votata alla «disneyzzazione» del centro storico (l’immagine, coniata per Venezia, è di Marco Romano) proprio ieri ha preso il via la cosiddetta «rivoluzione dei dehor» con i lavori in piazza della Signoria per realizzare gli spazi all’aperto di bar, ristoranti e pub secondo le norme definite dal Comune insieme alla Soprintendenza. Una speciale commissione si è riunita già 16 volte per esaminare solo la metà delle 274 domande. Poi toccherà a piazza Duomo e a Santa Maria Novella. Complessivamente, si tratta di 7mila metri quadri di suolo pubblico – fa notare il vicesindaco fiorentino Dario Nardella. Ma sarebbe il caso di dire 7mila metri quadri di paesaggio, cioè 7mila metri quadri di bene culturale tutelati dallo Stato ma privatizzati di fatto.

Dietro la decisione fiorentina – ne siano oppure no consapevoli Marco Renzi e la sua giunta – c’è una ideologia leghista della gestione del patrimonio culturale, condizionata da investimenti privati stimati per 6 milioni di euro. L’iniziativa del Comune di Firenze, con il consenso di quella soprintendenza, appare quantomeno divergente rispetto allo spirito dell’articolo 9 della Costituzione. Anche dopo la riforma del Titolo V – fa notare Salvatore Settis nel suo libro Paesaggio Costituzione Cemento (Einaudi ed.), la Corte costituzionale ha definito con numerose sentenze che la legislazione regionale (e quindi ancor meno l’attività dei comuni) non possa derogare alla competenza esclusiva dello Stato che trova la sua ragione nella necessità di proteggere il bene culturale dalla inevitabile debolezza delle amministrazioni locali di fronte alle pressioni degli interessi particolari. La sentenza 151 del 1986, per esempio, stabilisce che «il valore primario, estetico e culturale» del paesaggio non può essere subordinato ad altri valori, «ivi compresi quelli economici». Il principio è rafforzato dalla sentenza 196 del 2004: la tutela del paesaggio non può essere subordinata a nessun valore costituzionalmente protetto, «ivi compresi quelli economici». Che i Comuni debbano stare al posto loro, lo dice sempre la Corte costituzionale con la sentenza 367 del 2007: «La tutela ambientale e paesaggistica (…) considerata dalla giurisprudenza costituzionale un valore primario ed assoluto, precede e comunque costituisce un limite agli altri interessi pubblici».

Il giudizio di Settis sulle tensioni istituzionali che attraversano questo campo è lucidissimo: «Una efficace tutela del paesaggio che superi il conflitto delle competenze in nome di un più alto interesse comune – scrive lo storico dell’arte – è oggi un vero banco di prova della democrazia (…). Ma è una promessa negata ogni giorno dalla selva degli interessi privati, dal prevalere degli egoismi proprietari, dalla crisi non solo dello Stato come istituzione, ma di ogni valore collettivo, comunitario, civico».

NICOLA SIGNORILE

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