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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 30_12_2015

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Azenha

L’identità è un comignolo azzurro _ Portogallo, premio a giovani baresi

C’è un posto, in Portogallo, che dimostra quali danni possono fare al paesaggio certe imprese turistiche. E per il quale un gruppo di giovani architetti italiani ha trovato un rimedio. Il luogo si chiama Azenha do Mar: è un villaggio affacciato sull’oceano, non lontano da Lisbona, al centro del parco naturale di Sintra.

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“Le cose che sono il luogo”

monumento alla partigiana di Carlo Scarpa | Venezia (foto Roberta Signorile)

Monumento alla partigiana di Carlo Scarpa | Venezia (foto Roberta Signorile)

< […] Fernando Tàvora ci accompagnò in  un sopralluogo e disse: ” L’edificio deve stare qui “. Scelse quel luogo difficilissimo, ma, realmente, fantastico: abbiamo poi vinto il concorso soprattutto grazie a quella collocazione, che nessun altro aveva proposto. La soluzione appare, oggi, ovvia e inevitabile mentre, in realtà, vedere prima è intuizione difficile, possibile solo con l’aiuto di una grande esperienza. In questi primi lavori è maturata la determinante, irreprimibile sensazione che l’architettura non termini in alcun punto, va dall’oggetto allo spazio e, quindi, alla relazione tra gli spazi, fino a trovare compimento nella natura. Questa idea di continuità, che può essere ricca di dissonanze senza mai smettere di esistere, è oggi in crisi e i luoghi naturali, rapidamente, cominciano a soffocare, nonostante sia evidente che l’architettura non ha senso se non in relazione alla natura. >

In queste parole di Alvaro Siza, tratte da “Immaginare l’evidenza” (Editori Laterza | Bari, 1998) si possono attingere alcuni, fondamentali punti fermi del pensiero architettonico “coscienzioso”. L’essenzialità del discorso di Siza già fa riflettere sull’animo particolare con cui si ha a che fare: egli ricorda con ammirazione e affetto il suo mentore, Tàvora, senza ricorrere a retorica o smielataggine, semplicemente raccontando episodi che riconosce essere stati fondamentali per la sua formazione, e i cui dettagli sono così vividi da far percepire il legame stretto con il suo maestro. Ammette la superiorità di Tavora nell’aver saputo vedere-prima, anticipare la visione di un luogo trasformato, pre-vedere la culla ideale per un progetto non ancora nato. Una capacità che presto avrebbe conquistato anche lui.

E ancora, con un tono che ha sempre il tocco malinconico del Portogallo, Siza in pochissime parole stabilisce la relationship tra oggetto e spazio, che lui interpreta come continua: è come se la natura, il contesto, il paesaggio fossero l’insieme di elementi già esistenti, i caratteri che danno l’identità del luogo, ma che non sono fermi nella loro entità. Non sono bloccati. Sono mutevoli.

Mutevoli per loro natura, ma anche per l’aggregazione, l’inserimento di nuovi oggetti: le architetture. Siza lo dice, può capitare di dover progettare in un luogo che presupporremmo rovinato da una nuova architettura; e allora egli pone l’attenzione su come, con estrema sensibilità e onestà intellettuale, si possa immaginare un nuovo elemento inserito nel paesaggio, che dialoghi con esso senza sopraffarlo, rendendo il paesaggio costituito e non solo costituente, come intendeva Heidegger:  < […] le cose non solo “appartengono” al luogo, ma sono il luogo >.

Se questa coscienza fosse appartenuta ai più (costruttori, ingegneri, architetti, …), avremmo più diffusamente a che fare con un approccio progettuale nei confronti del contesto rispettoso e discreto, indice di una trasformazione dinamica ma identitaria dello spazio.

Non avremmo obbrobri sparsi sulle coste e nelle città, non dovremmo girarci dall’altra parte passando vicino a un cantiere. Ma non potremmo, nemmeno, tirare un sospiro di sollievo leggendo alcuni libri, come questo di Siza.

ROBERTA SIGNORILE

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