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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 11_04_2012

 

Aria d’Europa con la geometria di Albini in Fiera _ Il padiglione dell’Ina, com’era

 

C’è stato un tempo in cui si diceva: «Bari è la Milano del Sud». Era solo un’ ambizione forte, ma ci si poteva credere, quando si metteva piede nella Fiera del Levante dove quell’ambizione prendeva forma e corpo. Un esempio è il padiglione dell’Ina che un giovane architetto lombardo, Franco Albini, realizza nel 1935.

L’edificio è la replica (con qualche variante) del padiglione Ina realizzato quello stesso anno nella Fiera di Milano: non una copia, tuttavia, ma un unico progetto per multiplo. Il padiglione deve ospitare la medesima mostra e negli anni successivi duplicare le nuove esposizioni dell’istituto assicurativo. Dunque un edificio permanente, non effimero, come la gran parte degli spazi fieristici. Tuttavia, danneggiato durante la guerra, fu poi abbattuto lasciando dietro di sé una piccola leggenda alimentata dalla rare fotografie in bianco e nero e cresciuta nel tempo. Durante la recente gara per il restauro del Palazzo del Mezzogiorno qualcuno aveva ipotizzato con molto azzardo che l’edificio di Pietro Maria Favia fosse stato costruito sull’opera di Albini, che invece sorgeva in viale Volga, dirimpetto alla fontana monumentale del Brunetti. Di fronte alla quale, barocchetta com’è, il padiglione Ina doveva fare un grande effetto, per il contrasto della geometria rigorosa con le sue grandi pareti vetrate e i pilastri e le travi di cemento armato.

A questa opera «minore» di Albini è dedicato il volumetto affidato al critico Federico Bucci dall’associazione barese Ilios e presentato da Mario Ferrari che di Ilios è l’anima. Il libro (pp. 96, euro 8) si intitola “Franco Albini. Padiglioni Ina per le Fiere di Milano e di Bari. 1935” ed è fedele, nella sua impostazione con il ridisegno dei progetti, ai precedenti volumi dedicati a singole opere di Libera, Vaccaro e Moretti. Già questi nomi in fila dicono la coerenza della scelta del campo di indagine storica e critica: il Razionalismo italiano e la felice stagione (ma solo per l’architettura) degli anni Trenta. In questo scenario il padiglione barese-milanese, come sottolinea Ferrari, rappresenta già pienamente «la “maniera italiana” di coniugare il razionalimo» che è uno dei momenti salienti della carriera di Franco Albini.

Il padiglione Ina, s’è detto, è una architettura destinata a contenerne un’altra, quella espositiva: i due progetti allora si condizionano a vicenda e Albini decide di affidare questa dialettica ad una rigorosa geometria organizzata su un modulo costante di 80 centimetri. È lo stresso Albini a descrivere il suo lavoro sulle pagine della «Rassegna di Architettura» e a raccontare «il salone alto 12 moduli, equivalente a tre volte l’altezza dell’ingresso», il pavimento con le lastre di marmo quadrate (naturalmente da 80 centimetri) e separate da un largo giunto che, senza dover bucare ogni volta la pietra, serve all’ancoraggio delle strutture espositive: aste e tiranti collegati al soffitto e su cui sono appesi i pannelli illustrativi e agganciate le pareti sospese di vetro.

«Guidato dalla geometria cartesiana Albini progetta i suoi spazi atmosferici», scrive Bucci, citando Giovanni Romano che distingue tra volumi solidi e volumi atmosferici (ben altra cosa che la banalità dei pieni e dei vuoti della tradizione accademica!). L’edificio consiste in due parallelepipedi: uno contiene il salone, l’altro, adiacente, la scala che conduce alla sala del piano superiore. È proprio nella disposizione della scala nella scatola vetrata la principale differenza tra l’edizione milanese e quella barese, che meglio interpreta i modelli di rifermento del Bauhaus (Walter Gropius progetta Dessau nel ’25) o l’Ufficio del Lavoro di Vienna (realizzato nel ’32 da Ernst Plischke).

«Il padiglione Ina del 1935 – nota Bucci – rappresenta così una testimonianza della difficile e forse impossibile strada tentata da Albini nella cultura architettonica fascista: un itinerario personale lontano dagli equivoci retorici – sia della “accademia” e sia della “mediterraneità” – e orientata a interpretare il “sistema di morale” dell’architettura moderna nordeuropea». Ma vogliamo credere che sulla “difficile strada” percorsa da Albini alla Fiera del Levante si siano poi incamminati qui a Bari architetti come FaviaLopopolo con i propri lavori fieristici e – attraverso la loro testimonianza – la generazione successiva dei Chiaia, dei Sangirardi, dei Pezzuto e dei Cirielli. In quei formidabili anni Sessanta.

 NICOLA SIGNORILE


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