PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 06_03_2013

Foto aerea della Lama Picone
Foto aerea della Lama Picone

Colpo di grazia di Palazzo Spada ai “crediti edilizi” _ Piano regolatore, è allarme rosso 

«I crediti edilizi non esistono!». Come disse il mugnaio di Sans Souci: c’è un giudice a Berlino. E il nostro giudice oggi è il Consiglio di Stato che finalmente dice una parola chiara sulla pretesa di una «vocazione edificatoria» dei suoli, cioè  della possibilità di costruire da qualche parte in città come una promessa indissolubile, solo perché previsto in un vecchio piano regolatore.

Una bella grana per il Comune di Bari: qualcuno già si compiaceva del fatto che nella squadra raccolta intorno all’urbanista Bruno Gabrielli, incaricato di formare il nuovo piano urbanistico della città (il Pug) fosse entrato a pieno titolo Stefano Stanghellini, uno dei più convinti sostenitori di quella alchimia urbanistica che va sotto il nome di «credito edilizio», sia pure talvolta mascherato da «perequazione». continua a leggere

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 31_10_2012

Volkmarsdorf _ Leipzig

Vincoli in centro ostaggi di forze uguali e contrarie _ Lo scontro approda al Comune

Ha preso un brutta strada, il vincolo paesaggistico sui quartieri centrali. Oggi la commissione urbanistica del Comune sentirà l’assessore regionale Angela Barbanente e l’assessore comunale Elio Sannicandro sul procedimento di vincolo avviato lo scorso 3 luglio. E i componenti di quella commissione scopriranno un paio di verità che avrebbero pure potuto già conoscere se solo avessero letto le carte, prima di diramare inviti e convocazioni sull’onda delle «numerose sollecitazioni». E cioè: 1) il vincolo non è stato ancora applicato ma è stata  soltanto avviata la procedura; 2) la stessa procedura prevede l’attivazione di una «inchiesta pubblica», secondo i modi stabiliti dal Codice dei Beni culturali.

Una settimana fa, in questa stessa rubrica, avevamo manifestato il timore che l’«inchiesta pubblica» – strumento di governance al suo debutto, a queste latitudini – potesse risolversi nel nome nuovo applicato alla vecchia pratica che contrappone i (deboli) interessi pubblici ai (forti) interessi privati. Purtroppo già il linguaggio adoperato in commissione («al fine di evitare disagi alla comunità cittadina») ci indica che il timore era fondato.

E allora è il caso di sgomberare il campo da un equivoco che potrebbe alimentare il consueto duello Comune-Regione: la proposta del vincolo non è della Regione, ma della Direzione regionale per i Beni culturali e risale al 26 novembre 2010. L’ufficio regionale all’Assetto del territorio ha convocato allora la commissione prevista dal Codice dei Beni culturali e la prima riunione si è svolta il 21 giugno dell’anno scorso. Vi ha preso parte anche il Comune di Bari, che non solo  si è detto favorevole ma ha pure partecipato attivamente a modificare il testo  del decreto nelle cinque riunioni successive. Dunque è sbagliato parlare di un atto della Regione Puglia e sinceramente non si comprendono le titubanze postume del Comune di Bari.

Il rischio è che una buona, attesa iniziativa si trasformi in un boomerang. Spingono verso questo rischio forze uguali e contrarie. Da una parte i difetti del vincolo proposto, che abbiamo già indicato nella rubrica di mercoledì scorso e che in sintesi estrema consistono nella  puntigliosità delle prescrizioni tecniche e dei divieti irragionevoli. Dall’altra, c’è la resistenza degli imprenditori edili che sempre invocano regole certe ma, quando le hanno, poi le respingono gridando al pericolo di un blocco totale del settore.

Poiché secondo il vincolo il divieto di demolizione e ricostruzione riguarderebbe solo gli edifici realizzati prima del 1942 e non certo quelli successivi, gli imprenditori tradiscono così il loro vero, profondo pensiero: che l’attività edilizia sia solo quella del «nuovo» e del «più grande», non considerando affatto il settore del restauro che invece proprio dal vincolo riceverebbe un formidabile impulso.

Tuttavia sul restauro bisogna intendersi: ci pare che nella proposta di decreto i conservatori della Soprintendenza abbiano calcato la mano, spingendosi addirittura a considerare il falso ottocentesco come unica possibilità di ricostruire ciò che crolla (e da sé, beninteso, per disgrazia). Il restauro nella città, però, non è il restauro di un monumento: deve fare i conti con la fisiologica, insopprimibile fame di trasformazione che scorre nei vasi sanguigni e linfatici del corpo urbano. Per questo bisogna avere il coraggio di decidere ciò che è bene conservare  e cosa no, indipendentemente dal certificato di nascita. Il vincolo paesaggistico generalizzato forse non è lo strumento più idoneo per questo. Potrebbe essere utile per ingessare Bari vecchia spingendola ancor più verso un malinconico destino di «parco a tema» ad uso dei turisti, ma non certo per un quartiere popolare come il Libertà i cui «caratteri identitari» (per usare una categoria cara ai redattori del decreto di vincolo) forse sono ben altro che la riproduzione grossolana della trama «murattiana» nel suo disegno urbanistico.

E tuttavia una forma di controllo sulla trasformazione della città storica, consolidata bisogna trovarla, con o senza divieti. Nel resto d’Europa lo fanno con i vincoli. In Germania, per esempio, interi quartieri – anche popolari –  sono sotto la Denkmalschütz (tutela monumentale) imposta dal Comune e dal Land. E sono quelli più appetibili sul mercato immobiliare.

Forse è il caso di andare a vedere come fanno lassù.

NICOLA SIGNORILE

 

Bari futura. Dialoghi sull’urbanistica e l’architettura della città in trasformazione.

Locandina dell’evento

Martedì 19 giugno 2012, dalle ore 16.00, presso la Sala Conferenze del Politecnico di Bari, prosegue con un incontro pubblico il ciclo di dialoghi sull’urbanistica e sull’architettura della città promosso dall’Assessorato all’Urbanistica del Comune di Bari, di concerto con il Politecnico di Bari.

In concomitanza con la pubblicazione del Concorso internazionale di idee “Baricentrale” (www.baricentrale.net) che invita i progettisti italiani ed europei a immaginare una grande trasformazione delle aree centrali del capoluogo, amministratori, studiosi ed esperti discuteranno con la cittadinanza le opportunità e le prospettive aperte dalla trasformazione urbana di un intervento che si estende complessivamente per circa 78 ettari su una lunghezza di oltre 3 km.

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 18_04_2012

un particolare dello stadio San Nicola

Lo stadio di Piano: un vecchio frac che perde il teflon _ La manutenzione (costosa) del genio 

Come diceva il capocomico alle ballerine del varietà: bambole non c’è una lira! Così l’assessore comunale allo sport Elio Sannicandro, dopo che il ventaccio di Pasquetta ha squarciato il teflon di un altro pezzo (il quinto) della copertura dello stadio San Nicola. Che, per ora, resta così: soldi non ce ne sono; rifare ogni spicchio costa 150mila euro e il Comune ha altre urgenze.

L’ultimo danno atmosferico ha risvegliato antichi rancori verso l’«astronave» che i baresi non hanno mai amato troppo (gli spettatori, a ragion veduta). Tutta colpa dell’architetto Renzo Piano? O dei costruttori? Va detto che lo stadio, come ogni edificio, ha bisogno di manutenzione e il teflon – all’epoca un “nuovo materiale” nato in laboratorio – era garantito per 10 anni: ne sono passati più di 20 e quindi, come la stazione spaziale sovietica Mir, il suo lavoro l’ha fatto oltre ogni aspettativa. Forse bisognava sostituire per tempo le coperture. Ma quanto costa? Ne sanno qualcosa i francesi che han dovuto metter mano al portafogli per ristrutturare gli impianti a vista dell’opera che ha determinato il successo mondiale di Piano: il Centre George Pompidou (o Beaubourg) a Parigi. Anche i frati di San Giovanni Rotondo sono alle prese con i considerevoli costi di manutenzione della superchiesa di San Pio, soprattutto dopo l’accidentale crollo di una campana dal campanile orizzontale progettato a strapiombo sulla valle dal genovese. Il quale viene inseguito da notizie di piccoli e grandi danni, come quella ricorrente (e che lui protesta infondata) del lento inabissarsi del suo aeroporto di Osaka, insieme all’isola artificiale che lo sostiene in mezzo al mare.

Il rischio di un flop è l’angoscia delle archistar. Il ponte di Calatrava a Venezia si scoprì subito una trappola per turisti incauti che, nei giorni di pioggia, scivolavano come pattinatori sul pavimento di cristallo. Ma ci sono storie ancora più educative degli effetti perversi dell’alterigia delle archistar e alcune le racconta John Silber nel pamphlet «Architetture dell’assurdo» (Lindau ed.). Prendiamo Ieoh Ming Pei, quello della piramide del Louvre: la ditta John Hancock ha dovuto spendere un patrimonio per riparare gli errori di progettazione del suo grattacielo a Boston: soprattutto la superficie vetrata, costituita da grandi lastre di tre metri per due, che a causa delle dinamiche dell’edificio cominciarono presto a incrinarsi e a precipitare al suolo, una dopo l’altra. Per risolvere il problema i dirigenti della Hancock si rivolsero ad un noto ingegnere, Arthur Metcalf, che suggerì di sostituire le lastre con pezzi più piccoli. Ma Pei fu irremovibile e alla fine prevalse la sua idea: le stesse lastre ma più pesanti e dotate di un allarme che avvisa quando stanno per rompersi, in modo da sostituirle in tempo. Finora, la Hancock ha speso ben 34 milioni di dollari per la sua ostinazione.

Anche un maestro indiscusso dell’architettura del Novecento come Frank Lloyd Wright ha avuto le sue defaillance. Quando nel 1935 progettò la famosissima casa sulla cascata il suo cliente, il signor Kaufmann, si impensierì del forte aggetto delle terrazze e chiese una consulenza a certi ingegneri che disposero rinforzi strutturali.  Wright se ne accorse e andò su tutte le furie. Si fece come diceva lui ma in effetti poco dopo  le terrazze si incrinarono e si piegarono. E si dovette allora rinforzarle, con maggiore spesa. Anche il genio di  Frank Gehry si è rivelato più costoso del previsto per i proprietari della Walt Disney Concert Hall realizzata a Los Angeles nel 2003. I dirimpettai della sede della Philarmonic si lamentavano dei potenti riflessi di luce prodotti dalle pareti di acciaio inossidabile del sinuoso edificio. Pare che nelle loro case, a causa del sole proiettato, la temperatura aumentasse di 9 gradi. Hanno fatto causa ed hanno vinto. Alla fine gli amministratori della L. A. Philarmonic  hanno dovuto ricoprire le ardite volute con panni di metallina, spendendo un bel po’ di quattrini per un mediocre risultato. Come dice John Silber: «ricorda un vestito da sera fatto di tela da sacco».

Lo stadio barese di Renzo Piano, invece, ricorderà certi nobili caduti in disgrazia: con il frac, macchiato e strappato, in fila all’ufficio di collocamento.

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 14_03_2012

Progetto di Cucinella per la ex caserma degli alpini ad Aosta

Etica pubblica partner privati e la città divisa _ Cucinella in visita alla Rossani

L’ombra inquietante dell’urbanistica «contrattata» si allunga sui pezzi di città che reclamano una nuova vita. Un tempo erano caserme e fabbriche, ora sono luoghi dismessi – come si dice – cioè spazi privi di funzione e in abbandono ma con una qualità straordinaria, ciò che li rende davvero appetibili: nati nella periferia, si ritrovano nel cuore del panorama urbano e quindi con un altissimo valore immobiliare.

Oggi pomeriggio, al Rettorato del Politecnico, il ministro dell’Ambiente Corrado Clini sarà l’ospite principale di una tavola rotonda sul tema Aree industriali dismesse: una risorsa per il paese. Clini arriva ad appena qualche ora dal terremoto giudiziario che ha portato agli arresti domiciliari – tra gli altri – due imprenditori edili (i fratelli De Gennaro) e dirigenti dell’ufficio tecnico del Comune. Misura cautelare disposta nell’indagine sui parcheggi interrati che sono stati realizzati in project financing, strumento dell’«urbanistica contrattata» al pari dei cosiddetti programmi integrati, come le case per i poliziotti in via Pappacena, pure oggetto dell’inchiesta.

Ma alla vigilia del blitz, lunedì scorso s’era tenuto un altro incontro, sempre al Politecnico, sullo stesso tema. Era il primo incontro della serie Bari Futura, promossa insieme al Comune di Bari che è alle prese – attualmente – con la ex Fibronit, la ex Caserma Rossani, la Manifattura Tabacchi, l’ex ospedale militare Bonomo. E mettiamoci pure il teatro Margherita che – dismesso da decenni – non era propriamente una caserma o una fabbrica e ciò nonostante si propone per esso un clamoroso cambio di destinazione d’uso per farne un museo d’arte.

Ospite di riguardo, lunedì scorso, era l’architetto Mario Cucinella che i pugliesi conoscono perché ha progettato la stazione marittima di Otranto, e che ha al suo attivo un certo numero di progetti di rigenerazione urbana. Di questi ultimi appunto ha raccontato, nell’ambito di un vasto ragionamento su consumo del suolo, riuso urbano, sostenibilità energetica ed economica e partenariato pubblico-privato. Due, in particolare, i progetti che – per le forti analogie del punto di partenza – si propongono come modelli utili alla scena barese. Si tratta della ex caserma degli alpini di Aosta e della Manifattura dei Tabacchi di Napoli. Nel primo caso, la rigenerazione è avvenuta realizzando la nuova sede dell’università con la biblioteca e le residenze studentesche. Dei quattro grandi edifici ne sono stati restaurati due, gli altri rasi al suolo per dar luogo ad una nuova edificazione superefficiente dal punto di vista energetico e con qualche concessione di troppo alla ispirazione dei luoghi, con le sommità che evocano i ghiacciai d’intorno. Diverso il caso della rigenerazione di Napoli, dove l’area gigantesca della manifattura dei tabacchi è stata divisa in quarti come un bue. Operazione utile sotto due aspetti. Primo, realizzare due strade che incrociandosi permettano di aprire alla città lo spazio, demolendo la struttura originaria di cittadella conchiusa e ostile (dice niente ai baresi la parola?). Secondo, differenziare gli usi: in un pezzo gli istituti universitari, in un altro i servizi per il quartiere, in altri due le residenze per ripagare gli investimenti privati.

Che dopo le parole di Cucinella il dibattito prendesse la piega dell’osanna al privato era inevitabile. Nonostante il racconto che un impaurito Cucinella ha fatto delle combattiva opposizione dei residenti che è stato necessario affrontare a Napoli. «Con la gente bisogna parlare e non a cose fatte – ha detto Cucinella -. La democrazia è una grande fatica, ma è l’unica strada che abbiamo».

Cucinella ha visitato, nel suo breve soggiorno barese, la ex Caserma Rossani. «È un’oasi nell’assedio dei palazzi – ha esclamato – non c’è ragione di aspettare ancora per restituirla ai cittadini». Accanto a lui c’era l’assessore comunale all’Urbanistica, Elio Sannicandro: non sappiamo se gli abbia riferito e come del dibattito attuale sulla Rossani che prende i baresi. Dei 13 milioni offerti dalla Regione rifiutati dal Comune. E dello studio di fattibilità del Comune che avrebbe di fatto privatizzato quegli otto ettari di suolo con un project financing. Insomma: urbanistica contrattata.

È in atto uno slittamento di senso che cambia nella sostanza il carattere del potere pubblico come dell’interesse privato. Ed è questo il tema di oggi. «I mecenati del Rinascimento – ricorda lo storico dell’arte Tomaso Montanari – impiegavano i loro capitali (che avvertivano di avere in qualche modo sottratto alla collettività) in grandi imprese edilizie e artistiche a vantaggio del pubblico. Gli imprenditori del 2012, al contrario, si sono decisamente emancipati dal senso di colpa e usano le loro ricchezze per privatizzare pezzi di città, cavalcando a proprio vantaggio lo sfascio delle finanze e dell’etica pubbliche».

NICOLA SIGNORILE