Archivi Blog

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 08_08_2012

Il palagiustizia firmato Oriol Bohigas

Al Palagiustizia uno e bino serve un teologo _ Ora ci prova anche Bohigas 

Un Palagiustizia nel Tondo di Carbonara: è l’ultimo episodio dell’interminabile feuilleton dell’edilizia giudiziaria barese. Il progetto è stato presentato nei giorni scorsi da un gruppo di aziende baresi ai magistrati e al Comune: inevitabile il confronto con il progetto della Cittadella della giustizia dell’impresa parmense Pizzarotti, anche perché i rispettivi insediamenti sono confinanti.

Che opinione ne possiamo avere? Benché del progetto – firmato da Oriol Bohigas e da Domingo Sylos Labini – si conosca ancora poco, si può già valutare l’idea nelle sue luci ed ombre. Cominciamo da queste ultime.

Primo. il trasferimento di una parte della amministrazione della giustizia – soltanto il settore penale – provocherebbe al pari della Cittadella di Pizzarotti – un depauperamento funzionale, economico ma soprattutto sociale del quartiere Libertà. Danno comunque limitato perché il tribunale civile rimarrebbe in piazza De Nicola. Dal punto di vista della Commissione di manutenzione presso la Corte di appello che propugna e reclama la Sede unica, la separazione del Penale dal Civile sarebbe certo un fattore negativo. Altri pensano però il contrario, anche nella prospettiva del processo telematico.

Secondo. Un’opera pubblica di tali dimensioni, forse la più importante realizzata negli ultimi trent’anni a Bari (al di là della natura privata della proprietà) dovrebbe essere il risultato di un concorso internazionale di architettura e non di un affidamento diretto. Abbiamo lamentato questa mancanza per la Cittadella di Pizzarotti, vale anche in questo caso.

E veniamo alle luci, cioè agli aspetti positivi dell’idea.

Primo, il ricorso al nuovissimo strumento del «contratto di disponibilità», ultima invenzione del governo Monti che l’ha inserito nel Codice degli appalti per dare una inedita e più efficiente declinazione al partenariato pubblico-privato, sull’esempio di quel che si fa a Parigi per la costruzione del nuovo palazzo di giustizia progettato da Renzo Piano (vincitore di concorso). Una procedura sulla quale difficilmente avrebbe qualcosa da dire la Commissione europea di Bruxelles che invece ha avviato la procedura di infrazione contro il governo italiano per il contratto della Cittadella che il Consiglio di Stato impone al Comune di Bari.

Secondo aspetto positivo. La realizzazione di un palagiustizia da 80mila metriquadri di superfici nell’area del Tondo non avrebbe bisogno di alcuna variante al Prg perché già compatibile con le previsioni urbanistiche in quella che è un’area F (terziario direzionale). Anzi, il Comune aveva già scelto quell’area per la Giustizia con la delibera n. 254 del 1991. A ricordarlo è – che coincidenza! – l’architetto Claudio Catucci, il progettista della variante per realizzare in suolo agricolo la Cittadella di Pizzarotti, nominato dal Commissario ad acta. Catucci sfrutta quella antica decisione e la compatibilità urbanistica del Tondo al fine di giustificare – per contiguità – la variante che trasforma in città 29 ettari di campagna degli eredi Lamberti.

Il fatto appare una contraddizione anche alle associazioni firmatarie delle osservazioni depositate al Comune. Osservazioni alle quali l’architetto Catucci e il commissario Albenzio rispondono con un prevedibile rigetto, ma attraverso un argomento tautologico, direbbe un filosofo: la cittadella va costruita su quelle aree agricole senza valutare la disponibilità di altre aree perché il Consiglio di Stato ha indicato proprio quei 29 ettari catastalmente individuati: «Il commissario non può procedere ad esaminare soluzioni alternative senza violare l’ordine e le statuizioni del Giudice». Il fatto che la ricerca di mercato, da cui prende origine tutta la lunga vicenda, fosse basata sulla erronea affermazione che nel piano regolatore non ci fossero aree adeguate dal punto di vista urbanistico, sembra non aver alcun peso nè significato.

E dunque il giudice evocato da Catucci come Anselmo d’Aosta ci offre una ontologia della Cittadella. A Gaunilone che obiettava la fragilità di una prova dell’esistenza di dio ricavata dalla sola proclamazione della sua perfezione, Anselmo rispondeva che «è cosa di cui cui non si può pensare nulla di maggiore». Nemmeno dopo la «Spendig review» che taglia drasticamente gli spazi negli uffici pubblici. Ma a questo punto il teologo Anselmo si fa agnostico: «I parametri tecnici – scrive Catucci – saranno definiti nella fase attuativa (…) anche in relazione alle sopravvenute normative in tema di Spending review».

E se poi la cittadella si rivelasse troppo grande?

 

NICOLA SIGNORILE

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: