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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 23_05_2012

Foggia Festival InnovAbilia

Oggetti diversi dai neomateriali in tutti i sensi _ Nove designer a Innovabilia

 

Un bracciale che ti avverte di un attacco di allergia, una tazza che cambia colore per non farti scottare, un piatto-tegame per chi non può afferrare saldamente gli oggetti, un paio di occhiali che fanno vedere gli ostacoli a chi non ha la vista, una collana che fa parlare chi non ha voce. Il design di ricerca incontra la vita dei diversamente abili: una rassegna di idee progettuali è stata presentata nei giorni scorsi a Innovabilia  a Foggia. La mostra, intitolata Diverso Design, è stata concepita però a Bari e baresi sono i curatori, Trevisi e Pagnelli.
L’orizzonte su cui si sono misurati i nove autori è quello che alla progettazione degli oggetti dispiegano le nuove tecnologie e soprattutto i nuovi materiali.  Situazione ingannevole, perché il rischio maggiore – in questi casi  – è di far invecchiare il nuovo prima che nasca. È quel che succede rispettando una tradizionale gerarchia tra progetto e materiale. I neomateriali, invece, reclamano che il progetto scaturisca proprio dalle loro inedite qualità.
Alla sfera della esperienza tattile si riferiscono i progetti di Renata Del Medico, Francesco Mancini, Daniele Trevisi e Antonella Mari. La prima ha concepito «Assunta la Morra», un dispositivo che riassume i tre gesti dell’antico gioco cinese, una specie di guanto con zone diversamente colorate che si accendono grazie all’impulso di micromovimenti della mano. Il secondo ha invece reinventato le spine elettriche pensando a chi ha difficoltà ad afferrare quegli oggetti troppo piccoli o dalla superficie scivolosa. Antonella Mari con «Cookeat» ha riunito tre azioni: cucinare, trasportare e mangiare in un unico oggetto, un tegame-sacchetto-piatto realizzato in silicone per alimenti, un materiale resistente alle alte temperature, la cui duttilità ha suscitato la forma a marsupio. Inoltre, l’aggiunta di materiale termosensibile nei punti di presa indica al tatto la temperatura del contenuto. Una preoccupazione, questa, che ha guidato anche Trevisi nel concepire una tazza  destinata a chi non sente né il caldo né il freddo nelle mani: l’oggetto cambia colore a seconda della temperatura.
Come ha notato di recente Ezio Manzini nel saggio Tra materialità e virtualità. Superfici comunicative e oggetti interattivi (Costa e Nolan ed.):  «da un sistema di oggetti fisici e identificabili (oggetti materiali, individuali, dotati ciascuno della propria intrinseca identità) si è arrivati a un continuum di superfici comunicative, la cui identità è quella del messaggio che su di esse viene proiettato o della performance che esse producono». Di questa metamorfosi delle superfici e dunque anche della pelle umana è consapevole Gloria Valente quando affronta le disabilità che possono derivare  da patologie subdole, come le allergie: per i bambini che ne soffrono l’architetto ha pensato ad un bracciale, decorato con pesciolini che si incastrano nelle loro forme sinuose e dotati di piccoli occhi, in realtà sensori ad infrarossi che a contatto con la pelle rilevano i dosaggi dei mediatori bioumorali delle reazioni allergiche (come Istamina e Ige) e lanciano l’allarme, così da intervenire tempestivamente. Dal bracciale alla collana il passo è breve e l’ha compiuto  Gavy Fogu con un laringofono mimetizzato in un collare di argento elastico. Un gioiello unisex. Si chiama Joywox e permette di parlare a chi la voce non ce l’ha.
Un gruppo, infine, si è avventurato nel territorio – fondamentale nell’architettura- della presenza dinamica del corpo nello spazio. Beppe Adito ha dotato un paio di occhiali di sensori e microfoni per consentire a un ipovedente di muoversi in uno spazio domestico affollato di cose senza andarci a sbattere: se ci si avvina troppo all’ostacolo, comincia a suonare, come le automobili nei parcheggi difficili. Stesso obiettivo per Gianfranco Pagnelli che anziché il suono sfrutta la pressione generata sulla pelle da un «robot organico» capace di misurare in frazioni di secondo la distanza delle cose, da 2 centimetri fino a 3 metri e mezzo. Tommaso Rossano invece ha sviluppato il più antico degli strumenti dei ciechi, il bastone, e l’ha dotato di mini casse acustiche collegabili a i-Pod, i-Pad, lettori MP3 ed ogni altro genere di supporto tecnologico.
In tutti questi progetti emerge l’intenzione di andare oltre la dimensione della protesi modificando l’interfaccia tra l’uomo – non necessariamente disabile –  e l’ambiente. Il fatto ci ricorda un progetto del 1998 del geniale Rem Koolhaas. L’architetto olandese ha trasformato  l’handicap in una risorsa che ha conferito alla casa di Bordeaux disegnata per un uomo che vive su una sedia a rotelle il carattere della innovazione non aggiungendo una protesi tecnologica (l’ascensore) alla casa tradizionale, ma facendo radicalmente della «protesi» l’essenza dello spazio abitativo: una piattaforma di quasi dieci metri quadrati che sale e scende per i tre livelli della casa (cucina, soggiorno e camere da letto), scorrendo lungo una libreria verticale. «Il movimento della piattaforma – ha notato Patrizia Mello (in Design contemporaneo, Electa ed.) cambia continuamente l’architettura della casa. Una vera e propria casa-protesi, improntata  – paradossalmente – alla mobilità della visione».   

NICOLA SIGNORILE

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