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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 27_05_2015

monopoli

(foto Giuseppe Pavone)

Ma come passa in fretta il tempo tra terra e mare _ Il «Viaggio parallelo» a Monopoli

«I tempi sono cambiati», dice Enzo Velati mettendo a confronto Monopoli nelle fotografie di oggi con Monopoli nelle fotografie di dieci anni fa. Che vuol dire? Come sono cambiati i tempi: in bene o in
male?
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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 06_11_2013

SGPE

Il palazzo ex SGPE

No al restauro dell’architettura repubblicana _ Chiaia&Napolitano, occasione persa

«Presidente, faccia qualcosa per il restauro del Moderno!» L’accorata richiesta è stata rivolta, la settimana scorsa, a Giorgio Napolitano mentre inaugurava con due mesi d’anticipo la riapertura del palazzo ex Sgpe, di via Crisanzio, ristrutturato per iniziativa dell’Università di Bari che l’ha acquistato dall’Enel.

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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 17_07_2013

Palazzo SGPE (Società Generale Pugliese di Elettricità), Via Crisanzio, 1957, Vittorio Chiaia, Massimo Napolitano

Palazzo SGPE (Società Generale Pugliese di Elettricità), Via Crisanzio, 1957, Vittorio Chiaia, Massimo Napolitano

La solitudine degli edifici del secolo breve _ Perché il “Pascali” ha perso la faccia

Non sarà mai più come prima. Anche se l’Ufficio tecnico della Provincia ha trovato nelle pieghe del bilancio un fondo per ricostruirla, la facciata dell’ex Istituto d’arte “Pascali” rimarrà nella migliore delle ipotesi una approssimativa riproduzione, dopo che è stato demolito l’intero paramento di mattoni rossi, per urgentissimi motivi di sicurezza: alcuni mattoni, distaccandosi e cadendo avrebbero potuto colpire gli studenti, proprio negli giorni degli esami di maturità. continua a leggere

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 31_10_2012

Volkmarsdorf _ Leipzig

Vincoli in centro ostaggi di forze uguali e contrarie _ Lo scontro approda al Comune

Ha preso un brutta strada, il vincolo paesaggistico sui quartieri centrali. Oggi la commissione urbanistica del Comune sentirà l’assessore regionale Angela Barbanente e l’assessore comunale Elio Sannicandro sul procedimento di vincolo avviato lo scorso 3 luglio. E i componenti di quella commissione scopriranno un paio di verità che avrebbero pure potuto già conoscere se solo avessero letto le carte, prima di diramare inviti e convocazioni sull’onda delle «numerose sollecitazioni». E cioè: 1) il vincolo non è stato ancora applicato ma è stata  soltanto avviata la procedura; 2) la stessa procedura prevede l’attivazione di una «inchiesta pubblica», secondo i modi stabiliti dal Codice dei Beni culturali.

Una settimana fa, in questa stessa rubrica, avevamo manifestato il timore che l’«inchiesta pubblica» – strumento di governance al suo debutto, a queste latitudini – potesse risolversi nel nome nuovo applicato alla vecchia pratica che contrappone i (deboli) interessi pubblici ai (forti) interessi privati. Purtroppo già il linguaggio adoperato in commissione («al fine di evitare disagi alla comunità cittadina») ci indica che il timore era fondato.

E allora è il caso di sgomberare il campo da un equivoco che potrebbe alimentare il consueto duello Comune-Regione: la proposta del vincolo non è della Regione, ma della Direzione regionale per i Beni culturali e risale al 26 novembre 2010. L’ufficio regionale all’Assetto del territorio ha convocato allora la commissione prevista dal Codice dei Beni culturali e la prima riunione si è svolta il 21 giugno dell’anno scorso. Vi ha preso parte anche il Comune di Bari, che non solo  si è detto favorevole ma ha pure partecipato attivamente a modificare il testo  del decreto nelle cinque riunioni successive. Dunque è sbagliato parlare di un atto della Regione Puglia e sinceramente non si comprendono le titubanze postume del Comune di Bari.

Il rischio è che una buona, attesa iniziativa si trasformi in un boomerang. Spingono verso questo rischio forze uguali e contrarie. Da una parte i difetti del vincolo proposto, che abbiamo già indicato nella rubrica di mercoledì scorso e che in sintesi estrema consistono nella  puntigliosità delle prescrizioni tecniche e dei divieti irragionevoli. Dall’altra, c’è la resistenza degli imprenditori edili che sempre invocano regole certe ma, quando le hanno, poi le respingono gridando al pericolo di un blocco totale del settore.

Poiché secondo il vincolo il divieto di demolizione e ricostruzione riguarderebbe solo gli edifici realizzati prima del 1942 e non certo quelli successivi, gli imprenditori tradiscono così il loro vero, profondo pensiero: che l’attività edilizia sia solo quella del «nuovo» e del «più grande», non considerando affatto il settore del restauro che invece proprio dal vincolo riceverebbe un formidabile impulso.

Tuttavia sul restauro bisogna intendersi: ci pare che nella proposta di decreto i conservatori della Soprintendenza abbiano calcato la mano, spingendosi addirittura a considerare il falso ottocentesco come unica possibilità di ricostruire ciò che crolla (e da sé, beninteso, per disgrazia). Il restauro nella città, però, non è il restauro di un monumento: deve fare i conti con la fisiologica, insopprimibile fame di trasformazione che scorre nei vasi sanguigni e linfatici del corpo urbano. Per questo bisogna avere il coraggio di decidere ciò che è bene conservare  e cosa no, indipendentemente dal certificato di nascita. Il vincolo paesaggistico generalizzato forse non è lo strumento più idoneo per questo. Potrebbe essere utile per ingessare Bari vecchia spingendola ancor più verso un malinconico destino di «parco a tema» ad uso dei turisti, ma non certo per un quartiere popolare come il Libertà i cui «caratteri identitari» (per usare una categoria cara ai redattori del decreto di vincolo) forse sono ben altro che la riproduzione grossolana della trama «murattiana» nel suo disegno urbanistico.

E tuttavia una forma di controllo sulla trasformazione della città storica, consolidata bisogna trovarla, con o senza divieti. Nel resto d’Europa lo fanno con i vincoli. In Germania, per esempio, interi quartieri – anche popolari –  sono sotto la Denkmalschütz (tutela monumentale) imposta dal Comune e dal Land. E sono quelli più appetibili sul mercato immobiliare.

Forse è il caso di andare a vedere come fanno lassù.

NICOLA SIGNORILE

 

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 09_05_2012

Asilo ex Superga a Triggiano (foto Giuseppe Pavone)

Il triste paesaggio anti-europeo che fanno i giudici _ Nuove immagini della memoria

I giudici amministrativi e i loro commissari approvano lottizzazioni, dispongono varianti ai piani regolatori, annullano atti e sostengono le pretese dei privati contro i Comuni (molte volte vittime della propria pigrizia). Il governo del territorio scivola così come un terreno franoso sotto le spinte tettoniche di una giurisprudenza con poche analogie in Europa, almeno in quella franco-tedesco-scandinava che preferiamo prendere a modello. È l’Europa che riserva alla sfera pubblica non solo la capacità di dirigere le trasformazioni del territorio, ma anche di fissare all’edilizia l’obiettivo del «consumo zero» di suolo – succede in Germania – e di sottoporre ogni proprietà immobiliare ad una concessione a tempo determinato, sicché – come avviene in Gran Bretagna – ogni 50 anni bisogna riacquistare la validità residenziale del suolo privato, anche se già «costruito».

Il paesaggio «giudiziario» ha gli stessi difetti di quell’urbanistica che dovrebbe correggere: è astratto e normativo, fatto di indici e valori, di percentuali e coefficienti. Un paesaggio senz’anima e senza storia che non sia quella dei «diritti acquisiti». Ma in definitiva un paesaggio inesistente, giacché «l’immagine dell’environment – scriveva Kevin Lynch in Il tempo dello spazio (Il Saggiatore) – è il prodotto sia della sensazione immediata sia dell’esperienza passata raccolta dalla memoria: è essa che permette di interpretare l’informazione e di dirigere l’azione».

A questa idea si conforma il Piano paesaggistico regionale, il primo in Italia a dare attuazione al Codice dei Beni culturali e che si fonda sulla costruzione di un poderoso quadro di conoscenze, inedito nella sua unitarietà.

Ma è uno strano animale il paesaggio: dà l’impressione di essere così da sempre e intanto si trasforma continuamente. Ed è proprio questo mutare delle cose e dello spazio, della visione che abbiamo familiare, a generare il desiderio di fermare il tempo o almeno di salvare questo o quello, uno scorcio di campagna o una spiaggia o un palazzo di città cui abbiamo affidato il compito di essere la memoria del luogo, la materia della sua storia, il fatto della sua e della nostra identità.

Il paesaggio esiste, perciò, solo quando lo riconosciamo: è un prodotto culturale. Si tratta di alberi e di strade, di orti e di case, di ponti, ferrovie, campi incolti, fabbriche e stalle: in definitiva di tutto quel che l’uomo ha inserito nella «natura». E il paesaggio dell’area metropolitana barese è fortemente antropizzato, anche se la mano dell’uomo non appare poi così felice – a considerare l’invasione della campagna da parte della città costruita e lo sfrangiarsi del confine tra agricolo e urbano in un luogo ibrido e non privo, tuttavia, di carattere.

Raccontano con efficacia la complessità di un paesaggio, come quello di Triggiano, che ha tutte le caratteristiche appena indicate, le indagini fotografiche condotte negli anni passati sotto la guida di Pino Pavone e Enzo Velati e anche le ultime in mostra da domani a Triggiano, a palazzo Pontrelli (inaugurazione alle 18.30).

L’architettura si declina qui tra luoghi pubblici e edifici privati, tra le antichità neoclassiche e liberty e le costruzioni contemporanee fino alla suggestione metropolitana di un «grattacielo in piazzetta estrema». Ma c’è pure – in questa dialettica del tempo – un pezzo di Moderno che è già storia. È l’asilo Superga, progettato nel 1966 dallo studio tecnico Valtolina Rusconi Clerici di Milano e donato dalla Pirelli alla città dopo la chiusura della fabbrica.

Vedere le cose e la loro esitenza nello spazio, intravvedere la storia e insieme le piccole vicende individuali che a quelle cose sono legate: ecco il senso di una attività di indagine che deve evitare la tentazione retorica e l’attrazione fatale della nostalgia per «l’antico splendore» e che sa apprezzare le testimonianze della contemporaneità. Non numerose è vero. Anzi rare. Ma è una grande ingiustizia far precipitare tutto il Moderno – anche i casi puntuali di qualità – nel giudizio sommario sulla bruttezza e il degrado della dimensione urbana attuale.

La mostra si intitola Architetture e Paesaggi. Omaggio a Luigi Ghirri. E lo spirito leggero del fotografo emiliano lega questa mostra triggianese ad un altro appuntamento fotografico: oggi pomeriggio (17.30) nell’aula multimediale del rettorato del Politecnico Antonio Labalestra consegnerà una polaroid realizzata da Federico Burbello, già allievo dell’architetto Aldo Rossi che insieme a Ghirri inseguiva l’intenzione di immortalare «cose che sono solo se stesse».

 

NICOLA SIGNORILE

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