“CEMENTO”_ puntata di Presadiretta

Stasera, 12 Febbraio 2012, a partire dalle 21.30 in diretta su Rai3, andrà in onda l’inchiesta “Cemento” condotta da Iannacone, Camilleri e Carreras.

“Perché ancora cemento?  Perché ancora nuove case, uffici, grattacieli, centri commerciali, appartamenti?  Gru e betoniere girano  a pieno ritmo anche se  le costruzioni recenti sono vuote.  Ma tutti questi nuovi edifici  servono o serviranno?  A chi?”

Link della direttahttp://www.presadiretta.rai.it/dl/portali/site/puntata/ContentItem-8eaf37cc-7f49-4319-81b1-e7f16f500861.html?homepage&refresh_ce

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 08_02_2012

Rendering del progetto

Japigia, sulla costa case sospese e sottilissime torri _ Un progetto di rigenerazione urbana

Mentre la giunta e poi il consiglio comunale di Bari davano il via libera al quartiere da ventimila anime progettato da Oriol Bohigas al Tondo di Carbonara, negli uffici della Ripartizione urbanistica il postino recapitava qualche giorno fa un nuovo progetto, per oltre mezzo milione di metri cubi di abitazioni, uffici, alberghi e attività commerciali. Il luogo? Torre Carnosa, cioè quel tratto di costa compreso tra la futura sede della Regione Puglia e il nuovo quartiere di Sant’Anna. Dunque viene finalmente al pettine il nodo della costa nell’era post Punta Perotti, alla luce di un piano regolatore tuttora vigente che lì prevede uno statosferico indice di fabbricabilità di 5 metri cubi per ogni metro quadro. Il desiderio, che ispirò anche il concorso di idee curato da Claudio D’Amato alla Biennale di Venezia nel 2006, era di arrivare ad una progettazione unitaria della costa, fino a S. Giorgio. In sei anni, non è successo granché ed ora siamo di fronte ad una proposta che sia pure interessando una superficie di circa 27 ettari è solo un decimo dell’area di cui si parla.

Chi propone il progetto è la Ge.Di. srl di Bari; chi firma il progetto è lo studio di architettura SMN – G. L. Sylos Labini e Partners insieme alla società romana Ecosfera Spa, la stessa che aveva elaborato dieci anni fa gli studi per la Società di Trasformazione Urbana.

Dunque Torre Carnosa è l’effetto di un’onda lunga e ora incontra una situazione favorevole, creata dalla legge regionale n. 21 del 2008 sulla Rigenerazione urbana. Una legge moderna e innovativa, ma affidata nella gestione ai tecnici comunali che in genere leggono solo gli articoli «tecnici» (quelli che parlano di metricubi, di standard e di varianti urbanistiche) e ignorano la parte sociale della norma (inclusione, partecipazione, ecc.), salvo recitarne il rosario retorico nelle relazioni. Non è andata meglio al Comune di Bari che nel maggio dell’anno scorso ha approvato il Documento programmatico per la Rigenerazione urbana, previsto dalla legge 21. Nasce a queste condizioni, allora, il «Piru» (programma integrato di rigenerazione urbana) di Torre Carnosa appena consegnato e che ci muove ad un paio di considerazioni.

Prima considerazione. Il programma urbanistico, saltando la fase solo quantitativa del planovolumetrico (dimensioni e distanze dei fabbricati) ha già un forte carattere architettonico, prefigurando scelte formali e compositive che sono determinanti nel disegno dello spazio pubblico e nella creazione di spazi semipubblici. In estrema sintesi, gli edifici sono organizzati in lunghe «stecche» pressoché parallele al mare, dell’altezza media di 32 metri (il piano regolatore ne consente 45). In realtà le costruzioni hanno un’altezza inferiore ai 18 metri (cinque piani) perché sono sollevate di 14 metri da terra (ritorna il buon vecchio Le Corbusier con i suoi pilotis!): il vuoto servirà a traguardare il mare dall’interno e a guadagnare ulteriore spazio pubblico. I volumi sottratti da questa drastica cura dimagrante vengono poi concentrati in cinque torri alte 90 metri. Stecche basse e torri sottilissime che dovrebbero forse scongiurano l’«effetto saracinesca» ma di certo creano un’atmosfera da metropoli spagnola: più che Barcellona diremmo Valencia (dove Sylos Labini ha progettato). E questo è il solo senso accettabile da dare all’imbarazzante (per quanto vaga) prescrizione, nel documento comunale, di una «tradizione mediterranea degli insediamenti».

Seconda considerazione. Il Piru Torre Carnosa dimostra che la rigenerazione è possibile anche senza ricorre agli spericolati crediti edilizi che il documento programmatico comunale (pp. 37 e 38) ha introdotto nella totale indifferenza o distrazione di consiglieri e assessori (molti dei quali in passato pure si erano dichiarati fortemente contrari a tale invenzione immobiliare).

Come è possibile? Semplice: il programma, sfruttando il previsto trasferimento dei binari, amplia l’area edificabile (da 11 a 27 ettari) inglobando un suolo destinato a verde pubblico e mantenendo i volumi originari, cosicché l’indice di fabbricabilità ne risulta dimezzato e la dotazione di verde conservata, con il vantaggio di arretrare i fabbricati rispetto alla linea di costa, tutelata come bene paesaggistico.

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 01_02_2012


Piazza Mercantile
Piazza Mercantile e i suoi gazebo

Gazebo e dehor interessi alla fiorentina _ Bari vecchia frontiera costituzionale

«Mi sono affacciato alla finestra e ho visto la piazza in un aspetto completamente diverso. È tornata ad essere quel che era quando sono venuto ad abitare qui, a palazzo Traversa, venti anni fa». L’avvocato Francesco Monaco vive in quello spigolo che separa piazza del Ferrarese da piazza Mercantile. Ha visto negli anni spuntare ombrelloni e gazebo uno dopo l’altro, «ingrandirsi sempre di più e dilagare nella piazza – testimonia – le attività di locali di appena 10 metri quadri» che alla fine avevano divorato tutto lo spazio pubblico, privatizzandolo. Ma il timore che assedia ora l’avvocato Monaco è che, dopo la rimozione delle verande abusive, si arrivi a un compromesso tra Comune e baristi, osti e pizzaioli «che ci faccia tornare indietro agli osceni ombrelloni, ai separé, alle piante».

In questa lunga vicenda è merito del soprintendente il ripristino delle condizioni di legalità che erano state violate negli anni ebbri del piano Urban e della esplosione della movida a Bari vecchia. L’ordine di far piazza pulita delle escrescenze commerciali avea inizialmente spiazzato il Comune, combattuto tra l’adesione ai principi di tutela del paesaggio e la volontà «politica» di mediare con gli imprenditori del cicchetto, spalleggiati dalla Circoscrizione. Domani pomeriggio, negli uffici della Ripartizione urbanistica del Comune, si terrà una riunione per discutere delle «linee guida» per l’occupazione di suolo pubblico ma solo quando non sia necessaria ’autorizzazione paesaggistica.

Il timore di Monaco tuttavia non è infondato. Gli esercenti baresi invocano il modello Firenze e purtroppo da lì non arrivano buone notizie. Nella città votata alla «disneyzzazione» del centro storico (l’immagine, coniata per Venezia, è di Marco Romano) proprio ieri ha preso il via la cosiddetta «rivoluzione dei dehor» con i lavori in piazza della Signoria per realizzare gli spazi all’aperto di bar, ristoranti e pub secondo le norme definite dal Comune insieme alla Soprintendenza. Una speciale commissione si è riunita già 16 volte per esaminare solo la metà delle 274 domande. Poi toccherà a piazza Duomo e a Santa Maria Novella. Complessivamente, si tratta di 7mila metri quadri di suolo pubblico – fa notare il vicesindaco fiorentino Dario Nardella. Ma sarebbe il caso di dire 7mila metri quadri di paesaggio, cioè 7mila metri quadri di bene culturale tutelati dallo Stato ma privatizzati di fatto.

Dietro la decisione fiorentina – ne siano oppure no consapevoli Marco Renzi e la sua giunta – c’è una ideologia leghista della gestione del patrimonio culturale, condizionata da investimenti privati stimati per 6 milioni di euro. L’iniziativa del Comune di Firenze, con il consenso di quella soprintendenza, appare quantomeno divergente rispetto allo spirito dell’articolo 9 della Costituzione. Anche dopo la riforma del Titolo V – fa notare Salvatore Settis nel suo libro Paesaggio Costituzione Cemento (Einaudi ed.), la Corte costituzionale ha definito con numerose sentenze che la legislazione regionale (e quindi ancor meno l’attività dei comuni) non possa derogare alla competenza esclusiva dello Stato che trova la sua ragione nella necessità di proteggere il bene culturale dalla inevitabile debolezza delle amministrazioni locali di fronte alle pressioni degli interessi particolari. La sentenza 151 del 1986, per esempio, stabilisce che «il valore primario, estetico e culturale» del paesaggio non può essere subordinato ad altri valori, «ivi compresi quelli economici». Il principio è rafforzato dalla sentenza 196 del 2004: la tutela del paesaggio non può essere subordinata a nessun valore costituzionalmente protetto, «ivi compresi quelli economici». Che i Comuni debbano stare al posto loro, lo dice sempre la Corte costituzionale con la sentenza 367 del 2007: «La tutela ambientale e paesaggistica (…) considerata dalla giurisprudenza costituzionale un valore primario ed assoluto, precede e comunque costituisce un limite agli altri interessi pubblici».

Il giudizio di Settis sulle tensioni istituzionali che attraversano questo campo è lucidissimo: «Una efficace tutela del paesaggio che superi il conflitto delle competenze in nome di un più alto interesse comune – scrive lo storico dell’arte – è oggi un vero banco di prova della democrazia (…). Ma è una promessa negata ogni giorno dalla selva degli interessi privati, dal prevalere degli egoismi proprietari, dalla crisi non solo dello Stato come istituzione, ma di ogni valore collettivo, comunitario, civico».

NICOLA SIGNORILE