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I baresi divorano i campi: dimezzato lo spazio agricolo.

Il territorio urbanizzato fagocita suolo libero (foto Roberta Signorile)

Il territorio urbanizzato fagocita suolo libero (foto Roberta Signorile)

I baresi divorano i campi: dimezzato lo spazio agricolo _ La corsa del cemento e dell’asfalto aumenta ogni anno dell’8,6%

Il cemento avanza a passi da gigante. La campagna sta per scomparire. Bari ha perduto quasi la metà del proprio suolo agricolo e il fenomeno sembra non avere freni. Sono scomparsi, inghiottiti da case, strade e centri commerciali (le fabbriche non si costruiscono più), 49 chilometri quadrati del territorio comunale, il suolo consumato è ormai al 42,1% e l’incremento annuale è di 8,6%.

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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 04_11_2015

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uno schizzo dal Pug di Bari

Consumo zero di suolo per rifare la città costruita _ Edilizia, dalla teoria alla pratica  

Ogni secondo che passa, in Italia, sette metri quadrati di campagna spariscono e diventano città, o meglio qualcosa che vorrebbe esserlo ma il più delle volte ne è solo il fallimento. Il problema è che non si può tornare indietro, perché il consumo di suolo è un fenomeno irreversibile. Che ruolo gioca questo tema nel dibattito sul futuro piano urbanistico di Bari? Minimo se non nullo, confuso nelle nebbie della «rigenerazione urbana» che nella sua declinazione locale finisce sempre per avvitarsi sulla edificazione della costa, soprattutto quella di Levante: la sindrome di Punta Perotti. E invece l’anima del Pug dovrebbe essere la ricostruzione della città consolidata, usata e abbandonata, puntando al «consumo zero» di suolo.

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Ecco perché affoga la “città diffusa”

Roma allagata

Roma allagata

Essere progettisti, oggi, dovrebbe presupporre la consapevolezza del luogo su cui il progetto prende vita e la necessità di rispettarne gli equilibri. Essere cittadini, oggi, significa impegnarsi a conoscere le esigenze della propria terra. Pubblichiamo un interessante articolo apparso su Il manifesto ieri 31 gennaio 2014.

Affoga la «città dif­fusa». Ormai basta un tem­po­rale un po’ più consistente, neppure allu­vio­nale, e pezzi interi di quar­tieri vanno sott’acqua, i fiumi eson­dano, i sot­to­passi diven­tano cisterne di acqua sporca e mel­mosa, pronta a river­sarsi nell’intorno. Il clima impaz­zito, per­ché sovrab­bon­dante di entro­pia ed ener­gia da atti­vità antro­pi­che, sca­rica le pro­prie biz­zar­rie su un ter­ri­to­rio inde­bo­lito; para­dos­sal­mente dall’elemento che più doveva con­so­li­darlo, oltre che moder­niz­zarlo, il cemento delle città.

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