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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 17_09_2014

Il coraggio del burocrate _ Beni culturali tra funzionari e cittadini

La decisione dei giudici del Tar di fermare le betoniere in attesa di stabilire se il cantiere del Provveditorato alla opere pubbliche di fronte al Castello normanno-svevo sia oppure no «abusivo» è un punto di svolta. Sia nel braccio di ferro che oppone associazioni culturali e comitati popolari a istituzioni e uffici dello Stato, sia nella guerra di nervi tra il Comune di Bari e il Provveditorato e l’amministrazione locale dei Beni culturali.

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Sogno caparbio di un dannoso e costoso sottotetto

Il sottotetto del Teatro Piccinni

Il sottotetto del Teatro Piccinni

Ci riprovano. Gira e rigira, alla fine del teatro Piccinni sembra che l’unica cosa davvero interessante sia lo sfruttamento del sottotetto. Vietato dai Beni culturali ma evidentemente più appetibile di quanto si possa immaginare. A voler malignare, si potrebbe dire che dietro la decisione di chiudere del tutto il teatro comunale per il restauro, anziché eseguire i lavori per lotti e sfruttando la pausa estiva della stagione di prosa, ci fosse la speranza di aggirare il «no» dei Beni culturali. L’allungarsi dei tempi, grazie anche agli imprevisti, avrebbe favorito l’auspicio. continua a leggere

L’Aquila 5 maggio. Storici dell’arte e ricostruzione civile.

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I partecipanti alla manifestazione riuniti nella chiesa di S. Giuseppe Artigiano, L'Aquila | ph. Roberta Signorile

I partecipanti alla manifestazione riuniti nella chiesa di S. Giuseppe Artigiano, L’Aquila | ph. Roberta Signorile

Dopo il sisma gli storici dell’arte sulla ricostruzione «Attenti, L’Aquila non diventerà una Disneyland»

Mille e più di mille ieri (domenica 5 maggio, ndr)  in corteo fra i ruderi di una città uccisa. Non operai o studenti nè disoccupati. Ma storici dell’arte, provenienti da tutt’Italia per chiedere la ricostruzione del centro storico dell’Aquila: dei suoi monumenti, delle sue case e soprattutto della sua cittadinanza.

Tra gli storici, anche il neo ministro dei Beni culturali, Massimo Bray, che ha scelto di non parlare nella assemblea tenuta ieri pomeriggio nella chiesa di san Giuseppe Artigiano. Ma di ascoltare, non senza imbarazzo, le caute aperture di credito verso il nuovo governo. Ci ha pensato Salvatore Settis – nell’applauditissimo intervento conclusivo – a ricordare al ministro di aver appena giurato, insieme a tutto il governo Letta, sulla Costituzione e sulla gerarchia di valori che essa stabilisce: i diritti vengono prima dell’economia e un diritto costituzionale é anche il diritto di resistenza al malgoverno, alle scelte che hanno prodotto in questi quattro anni dal terremoto l’esilio degli aquilani dalla loro città. continua a leggere

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 05_12_2012

Palazzo in via Argiro 73 a Bari di Onofrio Mangini

Palazzo in via Argiro 73 a Bari di Onofrio Mangini

Cresce in città la voglia di essere Disneyland _ Murattiano, c’è odor di plastica

La prossima settimana si aprono ufficialmente le celebrazioni del bicentenario della fondazione del Borgo Murattiano e l’Amministrazione comunale ha chiamato per l’occasione un professore di Estetica a Mendrisio, Marco Romano, a parlare il 12 dicembre sul tema: La città di Bari come opera d’arte? L’idea, che sulle prime appare innocua ed ecumenica, in realtà è alquanto compromettente. Perché lascia intendere che una scelta di campo sia stata fatta e che ora un esercito di zombie, già posti in agguato, sia pronto a spargere sulla città una coltre spessa di melassa e a celebrare il buon tempo antico, ancorché di cartapesta.

Spieghiamoci. Marco Romano è l’autore di un pamphlet, pubblicato da Einaudi nel 2008 e intitolato, appunto, La città come opera d’arte. Il libricino, in cui si discute di periferie e di bellezza, si conclude con un programma politico: «Forse sarà venuto il tempo – scrive Romano – di riscattarci dal disastro di questo mezzo secolo – che sono mai cinquant’anni di débâcle in una vicenda antica di mille anni? – ricorrendo ancora una volta al linguaggio consolidato nei secoli, quello che costituisce la città in un’opera d’arte apprezzabile da tutti, e questo ritorno ci sembra necessario perché la sfera estetica della città è il mondo simbolico pregnante della cittadinanza e la cittadinanza è in Europa – come sosteneva Herder – il linguaggio stesso della propria città». Ma è Romano colui che sulla rivista «Urbanistica», nel 1981 aveva scritto: «La trasformazione di Venezia in una Disneyland potrebbe segnare il passaggio ad un modo di vivere più creativo, più allegro, è più festoso». A ricordarcelo è lo storico dell’arte Salvatore Settis che nel libro Paesaggio Costituzione Cemento, segnala come «il processo di disneyficazione dei centri storici era annunciato da tempo»  e che la nomina di Romano « a membro del Consiglio superiore dei Beni culturali (2009) indica che il trend è ormai vittorioso».

Dunque Romano sembra l’uomo giusto al posto giusto e al momento giusto, in una strategia di ricostruzione retorica del centro murattiano, nella cui direzione (e indipendentemente dalle buone intenzioni) va la proposta di vincolo sui quartieri centrali, al centro delle discussioni di queste settimane.  Al di là delle differenze di strategia tra Soprintendenza e Comune, quel che prevale è il sentimento di vendetta contro quell’ultimo mezzo secolo che Romano non riesce a mandar giù. Ciò che rimane è l’indifferenza rispetto al paradosso che si vuol produrre con questa operazione da chirurgo plastico: la cancellazione di qualsiasi traccia del secondo Novecento.
È  solo un caso – ma forse anche un indizio – che alle riunioni della commissione regionale per il vincolo paesaggistico sui quartieri centrali abbia partecipato anche l’architetto della Soprintendenza ai Beni architettonici, Emilia Pellegrino, che nel 1983 era tra gli autori di una mostra (e poi di un libro) dal titolo Bari 1950-1980. La guerra dei Trent’anni. Le distruzioni nel borgo murattiano. La sua denuncia degli effetti della «speculazione edilizia, supportata da un forte sistema bancario» che ha condotto alla sostituzione di gran parte del patrimonio immobiliare del centro murattiano non è attraversata da nessuna notazione critica, non c’è la benché minima distinzione tra la pessima edilizia (maggioritaria) e i casi di pregevole costruzione realizzati in quegli anni. Nella galleria fotografica che accompagna le parole di Pallegrino, anzi, sono proprio gli edifici migliori ad essere additati come il morbo che avrebbe sfigurato la città.

Fra i «cattivi» ci sono anche le opere di architettura più belle e importanti presenti nel centro murattiano dal dopoguerra ad oggi. C’è il palazzo Sylos Labini, in via Marchese di Montrone, progettato da Vito Sangirardi; c’è il palazzo Laterza in via Sparano, progettato da Lambertucci; c’è il palazzo Miceli di Chiaia e Napolitano in via Cairoli; c’è il palazzo realizzato in via Argiro 73 e progettato da Onofrio Mangini per la famiglia De Florio. La particolarità di questo edificio, stretto al centro di un isolato, è nella facciata «ripiegata» in spigoli e asimmetrica. Ed è senz’altro per questo motivo, riconoscendovi una delle sue invarianti del Moderno, che un giorno Bruno Zevi in visita a Bari si fermò ad applaudire. Ma abbiamo il sospetto che questi edifici non rientrino affatto nell’idea di «Bari città d’arte» che si va facendo strada.

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 28_11_2012

Le invasive biglietterie di Piazza Cesare Battisti

Una spericolata inversione di marcia nel Murattiano _ Oggi nuovo incontro sul vincolo

Se fosse stato già approvato il vincolo paesaggistico sui quartieri storici di Bari, quel lugubre lapidarium che è ora piazza Cesare Battisti non sarebbe mai stato realizzato. Né probabilmente il parcheggio interrato. Eppure la Soprintendenza ai Beni architettonici, che oggi propone il vincolo, all’epoca approvò il progetto del project financing che prevedeva la distruzione del giardino ottocentesco, nonostante le proteste popolari.

Cosa è successo? Perché la Soprintendenza ha cambiato idea? Più che di un cambio di rotta, di una inversione ad U si tratta: al paragrafo 2.2.3 della «Proposta di dichiarazione di notevole interesse pubblico dell’area centrale di Bari» (pp. 13 e 14) si legge infatti che: «la riqualificazione e la valorizzazione delle aree verdi, piazze, giardini e aiuole deve essere improntata alla salvaguardia della vegetazione esistente (…) conservando l’impianto delle specie arboree».

La realizzazione dei parcheggi interrati non è esclusa, ma «senza compromettere in alcun modo l’esistenza di alcuna alberatura». Il che, come è noto, non è avvenuto in piazza Cesare Battisti, tanto che la Regione aveva imposto una compensazione di verde il cui costo l’impresa Dec si rifiuta di affrontare. E in ogni caso avrebbe dovuto essere «salvaguardato il disegno architettonico delle piazze» mentre «l’introduzione di strutture di servizio (chioschi, gazebo, dehors, pergolati elementi di arredo…)» avrebbe dovuto avere «il carattere della precarietà e provvisorietà». Ma le  invasive biglietterie del parking, nella loro solida fisicità da villetta,  non hanno certo un carattere precario.

In anticipo di qualche giorno sulla apertura ufficiale della procedura di «inchiesta pubblica», prevista dalla Regione Puglia, oggi pomeriggio si torna a discutere della proposta, attivata dalla Soprintendenza  e condivisa dal Comune di Bari (con successiva dissociazione, ma senza resipiscenza). L’iniziativa è dell’associazione Italia Nostra insieme agli ordini degli ingegneri e degli architetti e al Fai. All’incontro, nel Castello normanno-svevo, parteciperà fra gli altri il soprintendente Salvatore Buonomo. Com’è largamente prevedibile, a catalizzare la discussione sarà il vincolo proposto per tutti gli immobili sorti prima del 1942: dalle prescrizioni sugli infissi all’obbligo di ricostruire tal quale ogni edificio demolito a Murat, come a Libertà e Madonnella, per non dir di Bari vecchia.

Tuttavia, sarebbe sufficiente avere a mente ciò che è avvenuto in piazza Cesare Battisti per capire che la proposta di vincolo non è solo  una minaccia al futuro dell’edilizia (come lamentano gli imprenditori) perché «ingessa il patrimonio immobiliare privato», ma anche un passo avanti rispetto alla consapevolezza del valore civile degli spazi pubblici, senza dover agitare i fantasmi di un  Murattiano largamente perduto. La maturazione del senso comune  forse oggi avrebbe portato i progettisti del parcheggio interrato a fare scelte diverse perché decisioni di questo genere – che si giocano sul terreno del paesaggio – sono sempre il risultato dei rapporti di forza tra potere pubblico e interessi privati. Ma possiamo dire che, a un decennio di distanza, i rapporti di forza siano mutati? Per un indizio positivo (i Programmi di riqualificazione delle periferie, per esempio) ce n’è almeno uno negativo (le case per i poliziotti, per esempio). E il saldo è sempre negativo.

Il giurista Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale, è intervenuto di recente sul tema dei beni culturali, della tutela stabilita dalla legge fondamentale della Repubblica, e della loro «valorizzazione», come vuole la novità introdotta a partire dal 2001 nella Costituzione. «Lo sfruttamento eccessivo – dice Flick – della potenzialità economica del bene culturale, l’attenuazione o la scomparsa del vincolo di alienazione o di indisponibilità; il procedimento di silenzio-assenso; la spinta ai condoni e alle sanatorie; l’indifferenza agli abusi edilizi, alle alterazioni estetiche del paesaggio e dei centri storici; la perdita del ruolo dello Stato: sono tutti indici del rischio di indebolimento, se  non di disperdere una tradizione centenaria di prevalenza del bene pubblico sull’interesse privato. Occorre evitare una “controriforma” sbilanciata soltanto sull’efficienza e sulla logica di sfruttamento».

Ma la “controriforma” passa oggi innanzitutto  attraverso la giustizia amministrativa, le sentenze dei Tar e le decisioni del Consiglio di Stato. Dove si disputa un impari duello tra i principi evocati da Flick e i diritti invocati dall’interesse privato

NICOLA SIGNORILE

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