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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 25_02_2015

teatro margheritaTeatro Margherita iniquo scambio e progetti visionari _ L’arte contemporanea dopo il Demanio

Il teatro Margherita e l’ex Mercato del Pesce al Comune, in cambio dell’ex Macello e dell’ex Frigorifero.
Che la permuta sia conveniente, per i baresi, è tutto da dimostrare. Lo Stato si prende due grandi immobili restaurati e funzionanti mentre si libera di un teatro che è una scatola vuota, con i pilastri e le travi di cemento armato a nudo, e di un palazzo che ha bisogno di importanti lavori di risanamento. Ma al di là dell’aspetto strettamente immobiliare, va considerato che nell’ex Macello ha sede l’Archivio di Stato e nell’ex Frigorifero la Biblioteca nazionale: due servizi culturali di alto rango, di cui la città ha goduto e godrà senza spese, perché sono strutture statali. Che cambia rispetto al passato, con la permuta? Nulla, tranne il fatto che il Comune non percepirà più il canone di affitto. Al contrario, il Margherita per diventare un luogo di cultura efficiente avrà bisogno di investimenti: di denaro, di personale, di gestione, oltre che di opere edili… In effetti quel che riceve oggi il Comune avrebbe potuto e dovuto ottenere senza dar nulla in cambio, in ragione del cosiddetto federalismo demaniale. Insomma, l’operazione ci ricorda l’iniquo scambio tra la Chiesa Russa e la Rossani: in questo come in quel caso c’è bisogno di soldi, e in parte si tratta degli stessi, perché si torna a pescare nel salvadanaio del «Patto per Bari», che fu sottoscritto da Vendola e Emiliano il 9 gennaio 2013. Ma restò congelato, perché le parti non s’intendevano sul modo di spendere i quattrini o meglio, sul che fare del Margherita.

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PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 03_04_2013

mangini margherita

L’efficace schizzo di Onofrio Mangini del progetto di concorso per l’area del Ferrarese

Il Margherita e la grammatica dei sentimenti

La grammatica ha un grande potere: cambia le carte in tavola. Certe volte basta un plurale per far rientrare dalla finestra quel che è uscito dalla porta. Prendiamo il caso del Bac. L’acronimo stava per Bari Arte Contempranea, ora sta per Bari Arti Contemporanee. Ma sempre Bac rimane, così non è chiaro se il vecchio sia stato sepolto oppure sia sempre vegeto, oppure sia uno zombie che continuerà a disturbarci i sogni.

La vecchia sigla indicava il museo ipotizzato due anni fa e al quale doveva essere destinato il teatro Margherita, modificato per l’abbisogna secondo i disegni dell’architetto David Chipperfield. Il progetto è naufragato per l’opposizione della Regione Puglia che, chiamata a cose fatte a metterci tutti i soldi necessari, non ha trovato per niente convincente né conveniente la fondazione pubblica-privata che avrebbe dovuto gestirlo.

Ora che il teatro Margherita (di proprietà del Demanio) è stato permutato con l’ex Macello e l’ex Frigorifero comunale, sedi dell’archivio di Stato e della Biblioteca nazionale, si può inseguire uno degli obiettivi del Patto per Bari firmato il 9 gennaio scorso da Vendola e da Emiliano. Parliamo del cosiddetto Miglio dei teatri. «Al teatro Margherita, inutilizzato da molti decenni,- si legge nel Patto – va affidata, dopo una adeguata ristrutturazione degli spazi, la funzione di laboratorio mediterraneo del teatro, della danza e delle arti sceniche e visive, una casa da offrire alle realtà produttive cittadine in cui convergano multidisciplinarietà, innovazione e sperimentazione delle arti contemporanee». continua a leggere

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 28_03_2012

Vista aerea della ex Caserma Rossani

Ombre lunghe dell’urbanistica «contrattata» _ La Rossani dopo i parcheggi

L’attività della ripartizione urbanistica del Comune è praticamente bloccata a causa dell’indagine sugli appalti del gruppo Degennaro. Ma l’inchiesta non dovrebbe inibire l’attività politica. La ragione dello stallo è un’altra: come s’è visto e ascoltato in questi giorni, il rapporto tra partiti e liste del centrosinistra e il loro elettorato è gravemente incrinato dalla delusione e dalla amarezza. E appare chiaro che la crisi va ben oltre gli omaggi ittici per Natale ma era iniziata ben prima dell’esplosione dello scandalo giudiziario. A queste condizioni, sarà ben difficile recuperare il terreno perduto, ciò nonostante l’amministrazione comunale si trova di fronte ad un bivio: proseguire sulla strada del decisionismo indifferente e rafforzare così la solitudine di un gruppo dirigente autoreferenziale, oppure riaccendere i canali di comunicazione con le associazioni, i comitati e quel che resta delle forme di cittadinanza attiva, rimettendo in discussione recenti decisioni e scongelandone qualcun’altra.

Una decisione sulla Rossani è urgente. La disastrosa fine della esperienza del project financing dei parcheggi interrati e dei programmi integrati per le case dei poliziotti – almeno sul piano della percezione pubblica, se nulla si può ancora prevedere sul fronte giudiziario – indica tutti i rischi (e sono molti) dell’«urbanistica contrattata», soprattutto quando sia debole il potere pubblico di fronte alle pressioni del privato. Non è una faccenda solo barese, ma italiana: l’allarme è stato lanciato già da qualche anno da urbanisti come Luigi Mazza, Leonardo Benevolo e Edoardo Salzano e da partigiani del paesaggio come Salvatore Settis.

I fatti che emergono dalle carte dell’inchiesta barese (siano oppure no reati, poco importa adesso) hanno messo la pietra tombale anche sullo studio di fattibilità per la Rossani e tuttavia la giunta comunale, nonostante gli impegni presi, non ha ancora formalmente revocato la relativa delibera. Ieri si è tenuta al Comune una riunione tecnica per avviare la progettazione (o meglio, un altro studio di fattibilità!) del parco, come richiesto da comitati e associazioni. Ma peserà su qualsiasi studio la strabiliante rinuncia ai 13 milioni di euro messi a disposizione dalla Regione. Il sindaco non ha nemmeno risposto all’accorato appello a recuperare quei soldi rivoltogli dalla circoscrizione Carrassi S. Pasquale. In realtà la «ripicca» nei confronti della Regione cela la convinzione – coltivata da qualcuno assai vicino ad Emiliano – che quei milioni possano domani andare a finanziare la galleria d’arte contemporanea al Margherita. Un progetto ancora all’esame «tecnico» di una apposita commissione di funzionari del Comune e della Regione e che appare già come onerosissima impresa finanziaria, tutta a carico delle casse pubbliche e tutta a vantaggio del partner privato (come abbiamo illustrato in «Piazza Grande» del 25 gennaio e del 7 marzo scorsi).

I fatti giudiziari descrivono in questi giorni quanto siano insidiosi i rapporti pubblico-privato sviluppati nella «contrattazione» invece che nella «partecipazione». Ebbene, dai fatti giudiziari di questi giorni ci aspetteremmo perciò la rinuncia all’ipotesi del Bac al Margherita e che le risorse e le intelligenze del Comune fossero impegnate nello sforzo di dare una risposta politica alla «crisi dell’urbanistica».

Basterebbero due azioni per invertire la rotta: avviare una attività di progettazione partecipata per la Rossani, costruendo un laboratorio urbano vero (e non un paio di forum semiclandestini) e bandire la gara per l’affidamento della progettazione del Pug, il piano urbanistico generale il cui documento programmatico preliminare, consegnato a dicembre 2010 e approvato dalla giunta ormai sta già cominciando ad invecchiare. E intanto nel limbo fra vecchio Prg e nuovo Pug si muovono a loro agio le ombre dei project financig, degli accordi di programma, degli appalti «su misura» camuffati da ricerche di mercato. Si possono dissipare le ombre? Come ripeteva l’architetto Gian Luigi Nigro (capogruppo dei progettisti del Dpp, scomparso un mese fa): «un piano urbanistico non è tecnica, ma un atto politico tecnicamente assistito».

E un atto politico reclama volontà politica.

NICOLA SIGNORILE

PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 07_03_2012

a sinistra: scorcio della caserma Rossani _ a destra: teatro Margherita

Rossani e Margherita autolesionismo e arte della dilazione _ Psicoanalisi dei 13 milioni
È sconcertante la rinuncia a 13 milioni di euro di denaro pubblico. Di questi tempi, poi! Il Comune, nella seduta dello scorso primo marzo ha deciso di stracciare l’intesa con la Regione per la riqualificazione della ex Caserma Rossani e – al tempo stesso – di ritirare la delibera con cui aveva approvato lo studio di fattibilità che preludeva ad una sostanziale privatizzazione dell’area attraverso il project financing. Come racconta lo scarno comunicato dell’amministrazione comunale (la delibera non è stata ancora pubblicata), adesso sarà dato incarico alla Ripartizione Lavori pubblici di progettare soltanto il parco, potendo contare sui 13 milioni che sono già nelle casse comunali. Addio allora al centro dell’arte contemporanea, al polo culturale-giovanile oppure alla mediateca che aveva trovato il consenso della Regione Puglia.

Con questa decisione, non ci guadagna nessuno. Non la circoscrizione Carrassi-San Pasquale che aveva insistito per la firma dell’intesa, non il comitato Rossani consapevole della necessità di raddoppiare le risorse per restaurare gli immobili vincolati evitando così di doversi domani ritrovare con un rudere fatiscente dentro il parco. E nemmeno il Comune, che diventa più povero di prima e riporta il calendario indietro al 2008, anno della permuta con la Chiesa russa. Ma soprattutto non ci guadagna la città, che avrebbe potuto in questa occasione veder nascere il primo vero laboratorio di urbanistica partecipata: non la messinscena un po’ grottesca dei forum in cui si può produrre solo consenso al progetto o nella migliore delle ipotesi sterilizzare il dissenso in una posizione minoritaria, ma una attività di consultazione popolare e di trasformazione delle decisioni durante il processo di formazione del progetto, una attività che comporta anche una cessione di potere (degli amministratori e dei progettisti), come raccontano Daniela Ciaffi e Alfredo Mela nel volume Urbanistica Partecipata. Modelli ed esperienze (Carocci ed, 2011). Nulla di tutto questo alla Rossani.

La decisione è incomprensibile, se non ricorrendo alla malignità di immaginare una dilazione dei problemi nel tempo, così che il project financing uscito oggi dalla porta potrebbe rientrare domani dalla finestra.

La decisione è incomprensibile, se non ricorrendo ad una diagnosi psicoanalitica: autolesionismo come esito parossistico della vendetta. In fondo, si tratta di questo: la Rossani contro il Bac al Margherita (in Piazza Grande già il 21 dicembre scorso annusammo la contesa).

Emiliano teme – e forse a buona ragione – che il progetto della fondazione per un museo d’arte contemporanea dentro il teatro sul mare avrà moltissime difficoltà a superare l’esame del «tavolo tecnico» che l’assessore regionale ai Beni culturali Barbanente ha proposto per tenere separate, almeno in questa prima fase, le valutazioni politiche da quelle di merito. Previdente e saggia, Angela Barbanente: se si fosse affrontata una seria valutazione tecnica, economica e giuridica della avventura del Petruzzelli oggi non ci troveremmo dinanzi ad un commissario, Fuortes, nominato dal ministro a causa delle «gravi inadempienze amministrative» che fanno strame delle velleità orchestrali e dell’orgoglio municipale ad alta pressione. Bisogna sapere che la fondazione Bac, a fronte di una gestione privata delle attività museali, comporterebbe per il Comune (ed eventualmente per la Regione) l’obbligo di coprire lo spending deficit che già si prevede oneroso: un milione all’anno sui costi di gestione per i primi tre anni (stando alle rosee previsioni dell’analisi di fattibilità elaborata dalla fondazione Morra Greco di Napoli, il partner privato). Cui vanno aggiunti la parcella da pagare all’architetto David Chipperfield (scelto dal privato, senza concorso) e i costi per il restauro-trasformazione del Margherita (art. 2, comma b della convenzione di intesa approvata con delibera di giunta n. 744/2010): secondo lo studio Chipperfield, non meno di 22 milioni. Per non dire (stesso articolo, comma d) di «una somma di denaro, in misura da stabilire» per la manutenzione del patrimonio della fondazione (ma in realtà è del privato, che lo concede in comodato d’uso).

Questi sono solo alcuni degli aspetti «critici» del progetto Bac, che – tradendo un punta di fastidio – gli amministratori comunali hanno accettato di discutere in sede tecnica. Ma quale che possa essere il verdetto dei tecnici, la decisione di rimandare indietro al mittente un assegno da 13 milioni per la Rossani ha già anticipato la scelta politica.

NICOLA SIGNORILE


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