Come si evitano i 1000 Mose d’Italia

Corso Messapia in una cartolina d’epoca
Corso Messapia a Martina Francain una cartolina d’epoca

È spesso un avvenimento minore/marginale nel grande libro della Storia dell’Architettura a fornire l’occasione per considerazioni di carattere generale.
Parliamo del possibile avvio di un cantiere per la pedonalizzazione di due strade nella città di Martina Franca.

Qui teniamo a sottolineare l’assoluto accordo con l’idea progettuale: d’altra parte non c’è intervento teso a combattere il dominio dell’auto nello spazio urbano che possa incontrare il nostro dissenso e quindi plaudiamo alla misura che sembra poter restituire un minimo di dignità ad un tratto evidentemente inidoneo ad ospitare il traffico veicolare e quindi ai cittadini (residenti e non) costretti a pericolosi slalom tra i tubi di scappamento e ad ardue scalate di gradini e marciapiedi. Stiamo parlando di una porzione di città in cui la locuzione “barriera architettonica” impallidisce al cospetto degli ostacoli che metterebbero a repentaglio anche il più agile dei cittadini, per decenza non citiamo neanche il malcapitato genitore alla conduzione di un passeggino.

Vorremmo tuttavia porre l’accento su una questione ineludibile del fare architettura nel nostro Paese: una questione universale, certo, ma che altrove ottiene risposte più adeguate: ci riferiamo all’affidamento dei servizi di progettazione, del rapporto committente/progettista.

Che le nostre città proprio quando avrebbero dovuto usufruire dei benefici delle conquiste tecnologiche abbiano conosciuto un attacco senza precedenti alla vivibilità, accessibilità e, dunque, alla loro stessa essenza di casa della comunità è un dato di fatto conclamato che conferisce al termine periferia la connotazione negativa che tutti noi conosciamo. E non appare azzardato affermare che l’urbanicidio sia iniziato con l’affermazione dell’economia di libero mercato che ha, progressivamente, strappato alla sfera pubblica il governo della trasformazione del territorio.

L’architettura, anche quando di iniziativa privata, è sempre pubblica ed è destinata ad avere riflessi diretti o indiretti sulla vita della collettività. Citando il maestro Renzo Piano, l’architettura <è anche un’arte socialmente pericolosa, perché è un’arte imposta. Un brutto libro si può non leggere; una brutta musica si può non ascoltare; ma il brutto condominio che abbiamo di fronte a casa lo vediamo per forza. L’architettura impone un’immersione totale nella bruttezza, non dà scelta all’utente. E questa è una responsabilità grave, anche nei confronti delle generazioni future>. Ma davvero la responsabilità per un’architettura di qualità è tutta nelle mani dell’architetto o non è forse in buona parte anche nelle mani dei committenti? E ancora: davvero non esiste modo per promuovere l’architettura di qualità (intendendo con questo riferirci non tanto o, almeno, non solo ai capolavori o ai colpi di genio dei grandi maestri o a poche sparute emergenze quanto piuttosto all’architettura diffusa che è il corpo stesso della città)? Certamente esistono strumenti che lo permetterebbero: sono i concorsi e sarebbero, in verità, anche già previsti dalle leggi dello Stato. Quei concorsi che sul territorio nazionale si contano sulle dita di una mano e che a livello locale non sono neppure presi in considerazione, forse qualcuno non ne conosce nemmeno l’esistenza.

Inoltre, quanti altri Mose o Expo dovremo ancora sopportare? Certo negli ultimi giorni sono state finalmente azionate, sia pure ancora in modalità test non essendo ancora stata ultimata l’opera, le paratie del Mose e sembra pure che abbiano funzionato. Ma può ritenersi questo un progetto di qualità? Pur tralasciando per un attimo i non trascurabili impatti ambientali che la costruzione di quest’opera ha avuto, ha ed avrà sulla laguna, è auspicabile o anche solo accettabile e sostenibile una simile spesa pubblica, una simile zavorra di scandali e corruzioni, simili tempi di realizzazione?

Quanti altri Ponti sul Polcevera saranno realizzati in stato di eccezione? Quante altre opere saranno imposte dall’alto e propagandate attraverso il martellamento dell’opinione pubblica con l’assunto secondo cui il rispetto delle norme (di pianificazione, ambientali, di sicurezza) renderebbe impossibile la gestione dei problemi complessi? La logica è sempre la stessa: nessuna prevenzione/previsione, quindi conseguente cataclisma, fretta del “fare” <in cui si vede soprattutto il darsi da fare con venature di vanagloria e vistosi interessi privati> (F. Colombo, 2003), mitologia dell’efficienza. La retorica del modello e della modernità a celare un sostanziale arretramento di almeno quarant’anni degli interventi sul territorio e della gestione trasparente e partecipata della cosa pubblica.

Non c’è dubbio: è urgente che nel nostro Paese si torni o, meglio, si inizi ad utilizzare in maniera diffusa lo strumento del concorso di architettura. Tornare a bandire i concorsi significherà restituire centralità alla progettazione, rendere trasparente il mercato, sconfiggere mafie e corruttele; significherà realizzare buona architettura; significherà consentire ai professionisti, soprattutto ai giovani, di liberare le loro idee e la loro creatività (certo poi bisognerà riflettere sulla qualità di bandi e giurie perché tutto questo sia vero).

Non farlo e continuare a perseverare nell’affidamento diretto di incarichi professionali nascondendosi dietro la soglia minima per l’indizione delle gare alimenterà dubbi, sospetti e timori tanto più quando gli incarichi saranno affidati a professionisti riconducibili – per collaborazione – ad altri professionisti molto presenti nella progettazione di lavori pubblici. Caso di scuola in cui la liceità/legalità formale non è sufficiente a smentire l’inopportunità dell’azione e può alimentare anzi sospetti ed insinuazioni, che danneggiano in fin dei conti il “buon nome” dell’architettura e l’immagine della professione del progettista, oltre quella dell’ente pubblico.

Qualcuno potrebbe persino rivendicare l’applicazione del principio di rotazione che, lo ricordiamo, andrebbe applicato anche per i professionisti incaricati dall’amministrazione. Quanti incarichi pubblici può ottenere un professionista dalla stessa stazione appaltante?

PASQUALE PULITO

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