Città vive.

Nella foto, gazebo in piazza Arringo ad Ascoli (Labolognese)

Sempre più spesso, per far vivere il centro storico delle nostre città si punta tutto sulla movida, sul villaggio di Babbo Natale, finanche sui dehors, una vera e propria bestemmia per chi davvero avesse a cuore le sorti della città, alla rincorsa di un’idea di modernità raccogliticcia e di una crescita qualunque, all’inseguimento di un facile quanto populistico sviluppo turistico.

Cosa significa vivere? Biologicamente nulla che abbia a che fare con l’occasionalità, l’una tantum come, per sua definizione, è un evento. Vivere è un fluire ininterrotto, costante, ordinario e non eccezionale. Una città e, a maggior ragione, un centro storico vivono se “abitati”, se accolgono cittadini; in fondo la città, per dirla con Salzano, cos’altro è se non la casa di una comunità? La città non è semplicemente un aggregato di case. La città è un sistema nel quale le abitazioni, i luoghi destinati alla vita e alle attività comuni (le scuole e le chiese, le piazze e i parchi, gli ospedali e i mercati ecc.) e le altre sedi delle attività lavorative (le fabbriche, gli uffici) sono strettamente integrate tra loro e servite nel loro insieme da una rete di infrastrutture che mettono in comunicazione le diverse parti tra loro e le alimentano di acqua, energia, gas.
Essenziale affinché un insediamento sia una città è che esso sia l’espressione fisica e l’organizzazione spaziale di una società, cioè di un insieme di famiglie legate tra loro da vincoli di comune identità, reciproca solidarietà, regole condivise.
La città vive di relazioni umane, di spazi pubblici abitati, altrimenti si riduce a scenografia inerte.
E allora cosa serve per far vivere un centro storico? Servono i servizi, servono gli amplificatori culturali (quelli molto spesso definiti contenitori, svilendone il loro stesso concorso alla cultura), soprattutto serve che gli abitanti continuino o ritornino a viverlo. Guai, anche solo per scherzo, a ventilare l’ipotesi di una delocalizzazione di una biblioteca comunale dalla sua sede storica per fare, di questa, la location per eventi: si chiamerebbe dysneyzzazione non rivitalizzazione; mall non città. Guai a rincorrere quell’idea di città fatta solo di luoghi per bagordi, di ristoranti, pizzerie e bar senza regolamentazione per orari di somministrazione di bevande alcoliche, senza limitazione all’uso privatistico dello spazio pubblico, con concessioni distribuite a pioggia anche per locali che evidentemente non avrebbero le minime condizioni fisiche per ospitare attività semi-pubbliche, ecc. Beninteso, va benissimo che ci sia chi tiene alberghi, chi fa cucina, ma non può essere solo questo.
La città deve preservare la sua anima e cosa’altro è l’anima di una città se non la comunità dei suoi cittadini?
In un recente, brillante quanto allarmante, saggio il Prof. Salvatore Settis mette in guardia dai pericoli che conseguono ad un simile modello di sviluppo. Il saggio si intitola emblematicamente Se Venezia muore (Einaudi, 2014). Qual è la nostra idea di città, una città “alla Veneziana” o una città dei e per i cittadini?

 

PASQUALE PULITO

Pubblicato il 17|01|2018, in Uncategorized con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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