PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 01_10_2017

Il Palagiustizia di Kenzo Tange a Napoli

Così uniti, così divisi ma i tribunali sono «trasversali» _ Arcipelago, Polo e Cittadella

Non deve sorprendere che alcuni consiglieri comunali di centrodestra abbiano fatto proprie le proposte del comitato «Giustizia al Libertà», condivise a sinistra da «Convochiamoci per Bari» e «Sinistra Italiana». Il tema è trasversale alle coalizioni politiche e agli stessi partiti. Lo è sin dall’inizio, da quando il progetto pubblico del secondo palazzo di giustizia in corso della Carboneria fu chiuso in un cassetto del Comune in seguito alla proposta – avanzata dalla impresa Pizzarotti – per la costruzione su un suolo agricolo di una cittadella della giustizia di proprietà privata.

Ricordiamo che, nonostante fosse stato il sindaco Simeone Di Cagno Abbrescia ad aprire le porte di Palazzo di città alla Pizzarotti con la infausta «Ricerca di mercato» (2003), nella stessa maggioranza di centrodestra quella scelta fu contrastata, in particolare dal deputato europeo Salvatore Tatarella. Dall’altra parte, la resistenza di Michele Emiliano sindaco all’idea della Cittadella non era affatto decisa, sulle prime. Ma mentre si convinceva della illegittimità della procedura innescata con la ricerca di mercato, Emiliano trovava nella propria maggioranza di centrosinistra chi era decisamente schierato con l’impresa di Parma, dal consigliere comunale Federico Pirro, agli esponenti dei Ds Dario Ginefra e Antonio Ciuffreda. Addirittura in giunta, il sindaco si ritrovava la voce contraria – seppure minoritaria – dell’assessore Gianni Giannini. Un ruolo di primo piano nel difendere il Comune dall’assedio della Cittadella lo giocò invece l’assessore all’Urbanistica Elio Sannicandro, sostenuto dai tecnici della ripartizione con a capo l’architetto Annamaria Curcuruto e dall’Avvocatura del Comune guidata da Renato Verna. 

Il tema della edilizia giudiziaria è trasversale perché non è solo tecnico e nemmeno soltanto «politico». È trasversale perché suscita una questione culturale: l’idea della «cittadella» è stata da tempo archiviata nel mondo civile, da quando si è ripreso coscienza che la forza delle città risiede nella loro capacità di integrare, non di separare: è il caso di ricordare lo «Schema di sviluppo dello spazio europeo» sottoscritto a Potsdam nel 1999.

Il modello della cittadella risponde ad una concezione corporativa della città e non stupisce che esso raccolga consensi anche fra una parte dei magistrati e degli avvocati. Il modello è poi funzionale ad una concezione poliziesca della scena urbana e gli architetti si vergognano di quei colleghi che un tempo l’hanno assecondato (l’esempio della cittadella della giustizia di Napoli, firmata da Kenzo Tange, è più che sufficiente!). Né serve a molto giocare con le parole: dire «polo della giustizia» non cambia la sostanza delle cose, se poi gli edifici non sono dentro la trama fitta dei luoghi e dei tempi della città che vive: il trasferimento dei tribunali e delle procure alle casermette di Carrassi, svuoterebbe il quartiere Libertà, illusoriamente compensato con il trasloco degli uffici comunali nel palazzo di piazza De Nicola.

Queste considerazioni furono il perno sul quale si incardinò la resistenza del Comune alla strategia privata della Cittadella e che è ben descritta nelle 34 pagine documento prodotto del tavolo tecnico di Comune, Provincia e Regione nel 2007 e poi fatto proprio dalla giunta comunale. In quel documento c’è un’analisi tecnica approfondita di tutte le proposte allora sul campo (con la scelta finale di conservare la funzione della giustizia nel quartiere Libertà) ma soprattutto c’è una visione ampia e complessa. Quel che manca invece oggi, nell’ipotesi delle casermette, è proprio la valutazione urbanistica. Chissà se riusciremo un giorno a leggere il protocollo di intesa sottoscritto fra Decaro e il governo di Roma, ma l’iniziativa gestita da Invitalia si mostra subito per quel che è: una grossa operazione immobiliare di scambio pubblico-privato, estranea alle considerazioni sociali e urbanistiche. Una strategia già decisa, per la quale il risultato dello studio di fattibilità è già scontato (non ci risulta che un costoso studio del genere si sia mai concluso sconsigliando l’operazione). Poiché la destinazione dell’area è tutt’ora – nel piano regolatore vigente –  ad «attrezzature militari» si tratta di operare una considerevole variante urbanistica nel momento in cui si va formando il Pug, il nuovo piano urbanistico generale, che ne verrebbe gravemente condizionato (se non pregiudicato) a meno che nelle bozze ancora segrete questa decisione non sia già stata presa.

In un caso o nell’altro il silenzio dell’assessore all’Urbanistica, Carla Tedesco, nella vicenda attuale è incomprensibile: è forse in dissenso con la linea perseguita dal sindaco? Visti i trasversali precedenti, non ci sarebbe da meravigliarsi. 

      

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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