PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 27_09_2017

Chi ristruttura la cultura ne fa di tutti i colori _ Dall’auditorium a S. Ferdinando

Rosse. Erano azzurre ed ora sono rosse. Le nuove poltrone dell’auditorium «Nino Rota» – dopo un quarto di secolo trascorso nella lunghissima chiusura e con interminabili lavori edili – sono la rappresentazione più efficace della sciatteria con cui è stata manomessa una pregevole opera di architettura. Potremmo puntare l’indice sulla pedana meccanica troppo stretta, sulla collocazione del coro, oppure sul controsoffitto del foyer, che fece inorridire durante un sopralluogo, nel 2013, l’allora assessore regionale ai Beni culturali Angela Barbanente. Ma finiremmo per litigare con i pragmatisti che invece hanno occhi – anzi orecchie – soltanto per l’acustica della sala, che pare sia migliorata sostituendo la moquette con un parquet. Ad ogni buon conto il colore rosso – per quanto ci è dato sapere –  non aggiunge un solo decibel (le frequenze superano i 3729 Hz). Dunque perché cambiare colore alla tappezzeria? E chi l’ha deciso? Sono domande che resteranno forse senza risposta perché aprono un fronte di discussione che si preferisce evitare: quello dell’architettura e della sua tutela.

La scelta dei materiali e dei colori è parte integrante del progetto di architettura. Ogni modifica incide sulla integrità dell’opera. E in questo caso si tratta dell’opera di Beniamino Barletti, che si avvalse della collaborazione di Francesco Schettini e di Gino Sacerdote, esperto di acustica. Il romano Barletti il 28 giugno del 1944 aveva costituito insieme a Luigi Piccinato, Saverio Muratori, Mario Ridolfi e Luigi Racheli, l’Associazione Architetti, ricollegandosi a quella che nel 1926 era stata soppressa dal regime fascista. Un atto significativo, in quegli anni di mancate epurazioni che salvarono tutta intera la nomenclatura fascista della «scuola romana», Piacentini in testa. A Bari, Beniamino Barletti progetta l’auditorium del Conservatorio fra il 1960 e il 1962. È solo il caso di ricordare che esattamente negli stessi anni (1960-‘63) Hans Scharoun realizza a Berlino, su una complessa pianta – esagonale come quella barese – la celebre sala della Filarmonica, accanto alla Neue Nationalgalerie di Mies van der Rohe.

Barletti non trascura alcun dettaglio e decide per la tappezzeria azzurra con il chiaro intento di rimarcare il carattere moderno e anticlassico dello spazio dedicato ad una musica nuova, per un pubblico nuovo, giovane e popolare. E ricordiamo ancora l’effetto che fece l’irruzione delle sonorità d’avanguardia con il festival «Time Zones» degli esordi.

Da questo punto di vista, le poltrone rosso bordeaux sono solo il segno di un conformismo petruzzellesco o peggio di un «ritorno all’ordine»? La faccenda comunque non sfiora affatto chi dovrebbe avere interesse per la tutela dell’architettura contemporanea. Non interessa la Soprintendenza ai Beni architettonici perché l’edificio avendo meno di 70 anno non rientra nella protezione dello Stato. Non interessa il Comune di Bari che invece quella tutela dovrebbe esercitare, in forza della legge regionale n. 14 del 2008. Ma non lo fa e l’elenco delle architetture contemporanee bisognose di essere protette dalle maldestre ristrutturazioni non meno che dalle demolizioni langue da anni in un cassetto dell’ufficio tecnico.

Che sia «stagionata» oppure no, l’architettura moderna a Bari non muove a commozione gli specialisti della memoria. Basti pensare allo sfregio che si sta consumando in questi giorni ai danni del complesso di San Ferdinando, sciaguratamente coinvolto nella cosiddetta riqualificazione di via Sparano. Ci sono tanti modi di consentire ai portatori di handicap l’accesso alla chiesa, ma tra tutti nascondere una rampa dietro i gradini è il peggiore. Non occorre essere un colto architetto per accorgersi come la enorme scalinata che occupa per intero il sagrato distrugga la percezione dell’architettura di Saverio Dioguardi: occulta la misura poderosa del basamento in pietra calcarea e svilisce il ruolo del nartece (cioè i tre arconi di ingresso) che necessita come fosse il respiro del salto di quota tra l’esterno e l’interno.

Al complesso di San Ferdinando così come fino a pochi giorni fa ci appariva, Dioguardi approda nel 1933 con un progetto che ha alle spalle un decennio di tentativi, proposte, ripensamenti e correzioni. Un travaglio che trova la sua ragione nella necessità di realizzare una architettura urbana, civile, che contenga una chiesa senza tuttavia mostrarla. La scalinata alla maniera di Santa Maria Maggiore contraddice questa intenzione dell’architetto e la Soprintendenza anziché «ridimensionarla» avrebbe dovuto impedirla. Senza tante inutili discussioni.

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato mercoledì 27.09.2017 su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

 

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