PIAZZA GRANDE di Nicola Signorile | 20_09_2017

ex palazzo Fiat, Bari

Meglio restaurare che demolire nel regno dell’auto _ Pratica di «riuso» nel Murattiano

Se si è salvato, non è merito della Soprintendenza che ne ha serenamente ignorato il degrado prima e il restauro dopo. Eppure di motivi per assicurare la tutela di quell’edificio industriale all’interno del quartiere murattiano ce ne erano a bizzeffe.

A cominciare dal precoce e ardito impiego del cemento armato, argomento che invece ha sottratto alla prevista demolizione quel teatro Margherita restaurato (ma è solo un caso) proprio dai tecnici della Soprintendenza. E dire che il progettista del Margherita, l’ingegner Francesco De Giglio, era lo stesso autore del palazzo della Fiat in via Garruba, insieme a Cesare Augusto Corradini.

L’edificio, la cui costruzione termina nel 1928, è commissionato dalla ditta automobilistica. Un grande edificio, concepito per l’esposizione e la vendita di autovetture e per l’assistenza di officina, che ha fatto il suo lavoro per 25 anni, finché non è stato venduto alla Pirelli spa. Ridotto a deposito di pneumatici inizia il declino del palazzo. Nel 1965 lo acquista l’Università. Quattro anni dopo la ristrutturazione per farne la sede del corso di laurea in Lingue straniere della facoltà di Economia e commercio peggiora però la situazione. La svolta avviene nel 1985, quando il rettore Attilio Alto incarica l’architetto Arturo Cucciolla e all’ingegnere Domenico Santangelo di progettare la nuova sede della facoltà di Lingue. E sarebbe la fine per l’ex filiale Fiat se i progettisti non decidessero di resistere alla richiesta di demolizione e nuova costruzione, proponendo invece il riuso dello storico edificio.

Ricorda oggi Cucciolla come il preside della facoltà, Vitilio Masiello, fosse all’inizio il più deciso sostenitore della «tabula rasa» per esclusive ragioni di semplicità e rapidità dei lavori e di soddisfazione delle richieste di spazio per la didattica. E come la scelta di conservare l’esistente – affermatasi in una serie di incontri  e discussioni – fosse invece emersa dalla conoscenza della storia specifica dell’edificio e insieme dalla lettura del contesto urbano. «Con il palazzo della Fiat – afferma Cucciolla – Corradini e De Giglio diedero una particolare interpretazione del modo cosiddetto murattiano di costruire la città, introducendo tecnologie e stilemi nuovi ma avendo ben presenti i rapporti  spaziali e la dimensione urbana e la relazione visiva con l’intorno. Insomma tutto quel che è mancato nelle massive sostituzioni degli anni Sessanta».

Il palazzo della Fiat sorge tra via Garruba, via De Rossi e via Crisanzio. La fascia più a sud del Murattiano, tra la attuale via Nicolai e la stazione ferroviaria, appare come una addizione del borgo disegnato dal Gimma. A partire dal grande palazzo Ateneo, la città postunitaria avverte la necessità di dotarsi di servizi urbani e attività di terziario avanzato per i quali non era stato concepito alcuno spazio nel tessuto censuario  del Murattiano, residenziale e bottegaio: il tribunale, il giardino pubblico, la scuola superiore, le poste centrali, il palazzo delle Ferrovie e attività commerciali e produttive pesanti.

La metamorfosi del Murattiano è dunque già avvenuta, anche se l’edilizia pubblica continuerà negli anni ad essere bagnata dall’onda lunga del Neoclassicismo, con tutto il suo repertorio compositivo e decorativo. A Parigi metropoli europea guardano invece gli architetti della filale Fiat. E se Corradini si muove con disinvoltura nell’eclettismo, De Giglio mostra scaltrezza nell’affrontare le nuove tecniche di costruzione, come il «Béton armé» secondo il brevetto Hennebique. Anche la filiale di Bari esibisce le poderose capacità strutturali del cemento armato. Ampie luci e solai in grado di sopportare carichi cinque volte superiori agli standard. Un telaio strutturale che nel restauro riconquista tutta la propria apparenza esterna, con la ricostruzione delle ampie vetrate incorniciate nelle paraste con capitello ionico. Le pareti opache bucate da incongrue finestre, tirate su alla fine degli anni Sessanta, avevano impedito di riconoscere nei prospetti il modello seguito da De Giglio e Corradini, cioè l’architettura dei fratelli Perret: come non avvertire l’eco dell’autorimessa di rue Ponthieu (1905) o della sartoria industriale Esders (1919)?

Sfruttando le altezze industriali, con la realizzazione di piani soppalcati e l’elevazione di altri due livelli in parte occultati dal parapetto di coronamento, la superficie utile complessiva dell’edificio di via Garruba cresce dai 5.168 mq a ben 8.230 mq. Alla fine dei lavori l’opera è costata poco meno di tre milioni di euro, cioè meno di quanto si spende per le case popolari.

 

di NICOLA SIGNORILE

(pubblicato oggi su “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

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